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Svizzera: ‘I AM: CELINE DION’, il docu-film sull’artista canadese

‘I AM: CELINE DION’ rappresenta un dietro le quinte crudo e onesto sulla malattia che ha cambiato la vita dell’iconica superstar. Questo documentario ispira ed è una lettera d’amore ai fan, e porta l’attenzione sulla musica che ha guidato la vita della cantante, mostrando la resilienza di cui è capace lo spirito umano. Il film contiene scene forti. Si consiglia la visione a un pubblico adulto.

Il nuovo documentario ‘I Am: Celine Dion’ arriva su Prime Video il 25 giugno ed espone il lato più intimo e fragile della star, che da anni lotta contro la «sindrome della persona rigida».

Diretto dalla candidata all’Oscar Irene Taylor, ‘I AM: CELINE DION’ ci offre uno sguardo crudo e onesto dietro le quinte della lotta dell’iconica superstar contro una malattia che le ha cambiato la vita. Come una lettera d’amore ai suoi fan, questo documentario racconta la musica che ha guidato la sua vita, mostrando al contempo la resilienza dello spirito umano.

Spasmi, convulsioni, difficoltà a respirare, dolore. Il docu-film di Prime Video Io sono: Celine Dion non risparmia allo spettatore i dettagli più crudi della malattia che è stata diagnosticata alla cantante pochi anni fa. Ovvero la «sindrome della persona rigida», un disturbo neurologico raro e incurabile che porta a una progressiva rigidità muscolare e che l’ha indotta ad allontanarsi dai palcoscenici e dai riflettori. Se la sua voce incredibile l’ha resa una star conosciuta a livello internazionale, il documentario espone il suo lato più intimo e fragile.

A dirigere l’opera è stata Irene Taylor Brodsky, candidata agli Oscar nel 2009 per il documentario The Final Inch sulla lotta alla poliomelite. «Durante le riprese, Céline ha sempre trovato il modo di andare avanti, sostenuta dalla sua famiglia e dai suoi fan», ha raccontato la regista. «Anche nei momenti di maggiore difficoltà, ha dimostrato una forza straordinaria. Il suo viaggio è un esempio di come affrontare le avversità con grazia e determinazione», ha aggiunto Taylor Brodsky. Le riprese sono iniziate prima che, nel 2022, la cantante canadese avevesse comunicato ai suoi fan di aver contratto la malattia mediante un video pubblicato su Instagram.

Un anno prima, per colpa dei suoi problemi di salute, Dion era stata costretta a cancellare il suo attesissimo residency show a Las Vegas. Era la prima di una serie di rinunce imposte dalla sua sindrome: nel 2022, ad essere cancellato è dovuto essere il Courage World Tour. I primi problemi legati agli spasmi muscolari, però, erano iniziati molto prima. Non era raro che prima di esibirsi fosse costretta a ricorrere al Valium: fino a 90 milligrammi al giorno, per riuscire a camminare e deglutire. La star ha ricordato che se veniva colta dagli spasmi mentre era sul palco, provava a dissimulare puntando il microfono verso il pubblico, affinché cantasse per lei.

Ci sono scene forti: Dion trema, piange, ha il volto deformato dal dolore. A volte non riesce nemmeno a respirare e ha bisogno dell’intervento di un’infermiera. «Questi ultimi due anni sono stati una sfida per me, il percorso della scoperta della mia condizione fino all’imparare a conviverci e a gestirla, senza permettere a questa situazione di definirmi», ha dichiarato la cantante. «Mentre continuo a percorrere la strada per riprendere la mia carriera di performer, ho capito quanto mi è mancato il rapporto con i miei fan. Durante questa assenza ho deciso che volevo documentare questa parte della mia vita, per cercare di aumentare la consapevolezza di questa condizione poco conosciuta per aiutare la mia stessa diagnosi», ha aggiunto.

Il docu-film evidenzia quanto Dion tenga al suo lavoro: ricordando gli episodi in cui ha dovuto rinunciare agli spettacoli, Dion è scoppiata in lacrime. Il suo allontanamento forzato dalla musica le ha provocato una vera e propria crisi di identità. «Chi è Celine Dion?», si chiede davanti alle telecamere. «Celine Dion è quella che ha cantato. La mia voce è stata il filo conduttore della mia vita». Il documentario però si chiude con una speranza: l’artista non ha infatti mai smesso di lavorare, e sta continuando a esercitare le sue corde vocali con la speranza che un giorno possa cantare di nuovo, dal vivo, per i suoi fan. 

Aggiornamento: “I am Celine Dion” è il più ruvido tra i titoli che affrontano la tragedia di chi decide di dedicare l’intera vita alla musica e a un certo punto si ritrova nell’impossibilità di salire su un palco. Lo è in maniera spesso involontaria, perché alla regista Irene Taylor viene fatto un grande dono, che però spesso non sa valorizzare.

Celine Dion stava già lavorando a questo progetto quando ha deciso di annunciare pubblicamente la sua malattia. La cantante soffre di una malattia rarissima, che colpisce una persona su un milione: la Sindrome della persona rigida. È una malattia molto crudele per una cantante con le sue capacità vocali. I polmoni e le corde vocali infatti sono ancora in grado di raggiungere le note incredibili con cui ha conquistato il mondo musicale, ma ciò che li racchiude (la cassa toracica, i tessuti muscolari e l’epidermide) diventa così rigido da intrappolarli, da impedirgli d’espandersi, provocando dolore e impedendo alla voce di liberarsi in maniera cristallina.

Nel documentario la vediamo, truccata e ben vestita, nel dietro le quinte del suo annuncio, formale e bel studiato. È forse l’unico momento “pettinato” di un documentario che, a sorpresa, si rivela il più onesto tra quelli visti negli ultimi mesi. Celine infatti qui appare struccata, a nudo, sia in maniera letterale sia come approccio, attitudine.

“I am Celine Dion” non è quasi mai celebrativo né autobiografico. Il titolo è banale, sì, ma anche davvero azzeccato. Celine Dion è un modo di essere, una personalità più che una persona o un personaggio. La cantante si racconta al 100%, senza ingentilirsi o schermarsi. Ciò che più colpisce è come ci porti nella sua nuova quotidianità di cantante che non può cantare, senza scegliere sfondi studiatamente neutri o fingere di essere “una di noi”.

Il documentario è girato in alcune delle sue residenze milionarie. Celine, il portacellulare di Chanel e le scarpette di Gucci, si muove per una casa perfettamente organizzata, con mobili e stoviglie che proclamano la ricchezza di chi li utilizza. Avvolta in camice di seta, maglioni ricercati, a bordo piscina, Celine ascolta una registrazione di Maria Callas. Sembra la solitudine di Veronica Lario raccontata da Paolo Sorrentino in “Loro”: una ricca donna sola, triste, senza più direzione.

Un’altra scena sintetizza quasi con stridore la vita di Celine. La vediamo tutta in ghingheri mentre prepara il porridge su un vassoio. Lo porta nella stanza di uno dei figli, che sta giocando a Fortnite, in un ambiente che sembra la camera di uno streamer, in contrasto con gli opulenti mobili dorati e le foto del marito scomparso che regnano nel resto della villa. Celine si complimenta con lui per la maglietta di design che indossa, mentre mangia il suo porridge da una splendida ciotola. Due cucchiaiate appena, poi via nello studio di doppiaggio per registrare le sue battute in francese per un progetto cinematografico a cui ha preso parte.

Celine Dion è insomma una donna che non si nasconde dietro la falsa modestia, una che nei suoi momenti migliori rivendica di essere stata la numero uno e che vorrebbe tornare a esserlo. Una che a 56 anni porta le telecamere nel suo magazzino dove conserva tutti i cimeli di una carriera: gli abiti di scena, i premi, i disegni dei bambini, i giocattoli antichi con cui li ha cresciuti. Tutto ordinato, catalogato, etichettato, sia nel magazzino sia nella sua memoria.

A Celine Dion il successo non è capitato per caso. “I am Celine Dion” racconta, come molti biopic, il lavoro incessante che chi ha un dono come il suo deve affrontare per godere delle luci del palcoscenico. Celine spiega che, pur avendo girato il mondo in tour più volte, non ha mai visto nulla. Invidia la vita delle rockstar come John Farnham, quella voce raschiante figlia dei party, degli alcolici, delle sigarette, della vita notturna. Lei invece dorme 12 ore a notte, beve solo acqua, si prepara con lunghissime sessioni di riscaldamento vocale. “Nella vita mi sono lasciata condurre dalla mia voce” e, anche se professa il contrario, è chiaro che non avrebbe mai fatto diversamente.

Quando vede se stessa o altri cantare sul palco in vecchie clip su YouTube si commuove, confessa: “Mi manca il palco. Mi manca esibirmi e mi mancano le persone”. È una tragedia di proporzioni garlandiane: tra paradossi e derive kitsch, Dion è votata al palco, che le viene negato. Nel documentario confessa anche le menzogne, i sotterfugi applicati negli ultimi 17 anni, prima della diagnosi, quando la voce pian piano ha cominciato a tradirla, a costringerla a cancellare date e tour.

La scena più straziante di “I am Celine Dion” arriva alla fine ed è impressionante pensare che la diretta interessata abbia dato l’ok a includerla nel montaggio. Dopo una giornata insoddisfacente in sala di registrazione, Celine affronta un attacco acuto della sua malattia, un irrigidimento estremo del corpo. Soffre, piange, non può nemmeno stringere la mano del fisioterapista che la soccorre. È uno spasmo straziante, crudo, un pezzo da reality di medicina generale in cui ci colpisce con tutta la sua brutalità la malattia di cui la protagonista del documentario ci ha tanto parlato, ma che fino a quel punto non avevamo davvero compreso.

“I am Celine Dion” ha un materiale più vero, meno filtrato, un approccio meno guardingo di altre operazioni di questo tipo. Peccato che la regista Irene Taylor scelga l’enfasi per tentare di valorizzarlo, attraverso le musiche, il montaggio, la giustapposizione di scene ed eventi. Il modo senza filtri e barriere con cui Celine si racconta invece è già di per sé potente e sopravvive anche all’incapacità di chi gestisce visivamente il racconto di lasciare che ci sconvolga con la sua crudezza, la sua verità.

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