
“Bruciasse il cielo”, non è solo il titolo del suo road movie in uscita questo giovedì, ma anche il nome del nuovo singolo di Blanco che vedrà la luce domani 9 novembre 2023.
Il documentario/film prodotto da DeAntartica in coproduzione con Illmatic Film Group e in associazione con Except Film, per la regia di Simone Peluso e che sarà disponibile su Prime Video, ripercorre attraverso contenuti, brani e video inediti gli ultimi due frenetici e folgoranti anni di uno degli artisti più importanti della nuova generazione, il giovane ribelle della musica italiana che a soli 21 anni riempie gli stadi e ha appesi al muro 68 Dischi di Platino e 6 Dischi d’Oro. E l’omonima canzone prodotta da Michelangelo sarà la colonna sonora portante di questo viaggio.
Lo stesso Blanco ha raccontato la nuova canzone: «Bruciasse il cielo è un pò come se chiudesse un cerchio», ha detto Riccardo. « Di quest’anno, di Innamorato, di tante cose che hanno fatto parte di questo percorso incredibile. Credo che ogni album sia una fotografia di un diverso momento di vita, e questo pezzo celebra e chiude questa ultima fase lasciando aperte le porte per nuove strade. Mi piaceva l’immagine del fuoco nel cielo: “bruciasse il cielo”, una specie di giuramento solenne, uno di quelli che lanci con il cuore in mano, a persone e in situazioni davvero importanti. E il fuoco è un elemento che mi ha sempre affascinato, una forza che sì, distrugge, ma che getta le basi per poter ricostruire da zero».
Gli ultimi due anni per Riccardo sono stati incredibili: ha vinto il Festival di Sanremo con il brano Brividi insieme a Mahmood e hanno poi partecipato all’Eurovision Song Contest. Blanco ha scalato le classifiche e collezionato dischi d’Oro e di Platino, ma soprattutto la scorsa estate ha dominato prima lo stadio Olimpico di Roma e poi San Siro, diventando il più giovane artista ad essersi esibito in uno stadio italiano.
C’è davvero molta curiosità su questo documentario, fuori da giovedì 9 novembre, ma anche su questo nuovo singolo, in radio dal giorno successivo.
E sul documentario omonimo che sarà accompagnato dal nuovo singolo, Blanco aggiunge: «In Bruciasse il cielo cerco di raccontare quello che sono, nei miei contrasti. Dalla parte più divertente e leggera a quella più seria, più intima, in cui parlo dei miei dolori e delle mie paure, un po’ come faccio nelle mie canzoni. È un diario in cui racconto l’emozione di questa corsa, di questi ultimi anni, in cui mi sembra di avere avuto pochissimo tempo per pensare e in cui a guidarmi è spesso stato l’impulso.
Ci sono dentro i miei primissimi approcci alla musica, le mie prime cazzate, i viaggi, i miei affetti, la voglia di condividere e la paura della solitudine. Credo che questo road movie rappresenti la chiusura di qualcosa. Dopo questo periodo così pieno vorrei stare fermo, sparire per un po’, perché mai come oggi ho la consapevolezza di voler fare musica e basta», conclude.

“Bruciasse il cielo”, il documentario su Blanco in uscita domani 9 novembre su Prime Video, fotografa questa realtà, quella del successo istantaneo di Blanco.
Ogni sera Blanco scrive alla mamma che le vuole bene, perché “lei è la mia ispirazione”. Il cantante prende lo smartphone e mostra la chat con la madre in camera, a conferma di quanto dice. Con il papà invece Blanco si confronta sulla solitudine che lo spaventa, perché “ti porta a pensare a te stesso e alle cose negative.” Non capita spesso che il protagonista di un documentario musicale (pardon, di un road movie) parli tanto dei genitori e lo faccia al presente, ma d’altronde è piuttosto raro che il soggetto di un prodotto di questo tipo abbia appena 20 anni.
In “Bruciasse il cielo,” Blanco finisce per mettere a fuoco cosa significhi vedere decollare la propria carriera da giovanissimi, tenendosi ben stretti alla cintura di sicurezza quando il successo da discreto diventa grande e poi travolgente nel giro di un biennio. Questo non significa che non ci sia spazio per la gavetta, il lavoro dietro le quinte, le esibizioni un po’ impacciate e con il pubblico che esce a fumare approfittando della presenza di qualche pischello sul palco. Blanco è stato anche quel pischello: si faceva chiamare Fyrex, cantava storie d’amore “davvero pese” e frequentava i bro del suo paese che amavano rappare e che sono stati i primi a credere nel suo talento.
La prima canzone arriva a 14 anni ed è poco più di un gorgheggio urlato. Quando esce dalla cameretta e lo racconta alla madre, lei commenta “eh, sei un po’ stonatino però.” Blanco persiste, insiste, lavora in pizzeria per mettere insieme i soldi necessari per salire a Milano in treno, registrare la sua musica in uno studio a Rho Fiera. Lavora per pagarsi un pacchetto fornito dallo studio di registrazione (4 ore per 100 euro) e incidere una canzone a testa con due amici – mixer e master inclusi. Ognuno di loro ha un’ora scarsa per incidere.
L’aspetto affascinante di “Bruciasse il cielo” è che Blanco racconta i suoi inizi musicali che lo accomunano a tanti colleghi, ma lo stacco tra il suo volto nei rari filmati dell’epoca in cui lavorava in pizzeria e quello delle riprese professionali dei suoi concerti sold out è minimo. Nel giro di sei anni è passato dalla pizzeria agli stadi del tour di “Blu Celeste”. Dire che abbia bruciato le tappe è riduttivo.
“Bruciasse il cielo” vorrebbe essere il solito, levigato prodotto promozionale che ci porta nel dietro le quinte e nel vissuto del suo artista. Un’incursione misurata, mai invasiva, corredata da splendidi visual di Blanco che esplora paesaggi incontaminati o si esibisce con alle spalle scorci in bianco e nero di Venezia, Napoli, Roma (la sua città preferita, quella del padre). Tuttavia è la storia stessa dell’artista a trasformare questo agilissimo doc (meno di un’ora) in un’istantanea sul successo esplosivo e sulle sue conseguenze.
Ce le racconta Blanco, seduto in boxer in una cameretta spoglia che fa da set alle sue confessioni. La più importante, forse, è che ora scrivere musica è più difficile. Ai tempi di “Notti in bianco” a ispirarlo erano “le cose marce” che faceva, il disagio e il dolore che provava. La quarantena in questo senso per lui è stato un periodo ricco d’ispirazione, perché il dolore “ti tira fuori le cose”. Più complicato tornare a scrivere musica dopo, “quando diventi famoso tutti sanno tutto della tua vita e non riesci a raccontare storie.” Blanco è un mix di parole semplici usate per esprimere i concetti che stanno nel profondo degli artisti musicali, a cui lui sembra accedere tra una fitta d’energia giovanile da scaricare e l’altra.
C’è anche un enorme non detto, dato che l’affaire rose rosse calciate a Sanremo non c’è. Anzi: il Festival non viene nemmeno nominato, nonostante Blanco l’abbia vinto insieme a Mahmood con “Brividi” nel 2022 e abbia scatenato lo scandalo principe dell’edizione successiva. A buon intenditor poche parole: bisogna farsi bastare quello che Blanco dice riguardo allo “sfogare le sue cazzate”: alle volte, spiega, mi alzo la mattina e sono sbagliato. “Allora mentre cucino prendo un piatto e lo lancio per terra, crash, poi un altro.
La mia ragazza lo sa, così mi sfogo.” Altro inciso rivelatore: Blanco guarda in camera e un po’ dichiara, un po’ chiede: “alla fine sono simpatico, no? Quando mi sveglio per il verso giusto sono simpatico, dai.”.
Il road movie s’intitola “Bruciasse il cielo”, come la nuova canzone che si ascolta alla fine e che verrà lanciata insieme al documentario. Un titolo più onesto e veritiero sarebbe però “Icaro”, perché nei suoi momenti meno filtrati Blanco sembra il figlio di Dedalo che vola bello e sorridente, vicinissimo al sole. Chi lo guarda dal divano con qualche annetto sulle spalle non può che chiedersi se non finirà per bruciarsi le piume, qualche scottatura forse già c’è. A prevalere però sono la spensieratezza e una certa ingenuità dei 20 anni, nonostante Blanco spieghi che i pezzi spensierati come “Innamorato” fatichi a scriverli, perché è dal dolore che trae ispirazione.
Intanto vola in America per completare l’album “Innamorato” e videochiama il papà, a cui spiega eccitato che non gli manca l’Italia perché: “il cibo qui è una merda ma il mood è figo.” Al suo fianco, un po’ amico un po’ angelo custode, c’è il Michelangelo citato in tante canzoni. Classe 1994, il suo amico e produttore è una presenza silenziosa ma costante del documentario e, basta qualche scena per capirlo, un elemento stabilizzante della vita di Blanco.
Così come Elodie – protagonista qualche mese fa di un prodotto simile realizzato per Prime Video – anche Blanco finisce per chiedersi se non si stia esponendo troppo: “Ho fatto tutto quello che mi è arrivato quest’anno” seguendo l’istinto, anche nelle scelte sbagliate.
“Bruciasse il cielo” fa la scelta assennata di non spingersi oltre i 50 minuti di durata per raccontarci il volo musicale di Blanco, che continua a planare quasi indenne in un cielo in fiamme.
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