Cultura di massa.
Critica. Il Festival è stato storicamente oggetto di analisi da parte di figure di spicco della cultura italiana. Nel 1969 Pier Paolo Pasolini, nell’ambito di una sua più ampia critica al conformismo e al vuoto culturale nella società italiana neo-capitalista, scrisse dalle colonne del Tempo illustrato di Napoli: «È cominciato ed è finito il Festival di Sanremo. Le città erano deserte; tutti gli italiani erano raccolti intorno ai loro televisori. Il Festival di Sanremo e le sue canzonette sono qualcosa che deturpa irrimediabilmente una società…». La sua disapprovazione, lungi dal derivare dal pregiudiziale rifiuto snobistico delle «cose che piacciono al popolo», muoveva dalla volontà gramsciana di capire i meccanismi della produzione culturale di massa e delle sue strumentalizzazioni politiche.
Lo storico Silvio Lanaro rimarcò ulteriormente tale risvolto, ponendolo in relazione all’egemonia culturale cattolica nell’Italia del dopoguerra: «il clima di castità verbale impregna ogni forma di loisir, prima fra tutte la musica leggera. Negli anni in cui emerge il talento di Georges Brassens, e Juliette Greco – nelle caves del quartiere latino di Parigi – interpreta testi di Jean-Paul Sartre e Raymond Queneau, in Italia trionfano le marcette di Armando Fragna, arrivano i nostri, i cadetti di Guascogna o i pompieri di Viggiù, e il seguitissimo festival di Sanremo – inaugurato nel 1951 – consacra canzoni grondanti attualità patriottica (Vola colomba), satira scipita e tremebonda (Papaveri e papere), ambigui omaggi all’alpinismo (Vecchio scarpone), lacrimosi elogi alla maternità (Tutte le mamme), squallidi inviti al servilismo (Arriva il direttor!), balbettanti e involontari nonsense (Casetta in Canada); i baci sono generalmente proscritti, e l’amore ammesso solo per ricordare che va spesso a finir male (Grazie dei fior) o che genera comunque sofferenza e infelicità (Viale d’autunno, Buongiorno tristezza, Amare un’altra)».
Michele Straniero, cantautore e musicologo, già precedentemente all’analisi pasoliniana aveva messo in luce la continuità culturale tra fascismo e dopoguerra nell’utilizzo della musica popolare a scopo di propaganda politica; l’elemento di collegamento tra le due ere fu identificato in Giulio Razzi, prima della guerra direttore dei programmi dell’EIAR e, nell’Italia repubblicana, direttore artistico della Rai e firmatario nel 1951 del regolamento del primo Festival di Sanremo.