ESC: L’EBU-UER discute del divieto dell’intelligenza artificiale all’Eurovision Song Contest

L’EBU-UER ha rivelato che sta discutendo di vietare l’uso di contenuti generati dall’intelligenza artificiale all’Eurovision Song Contest.

Bloomberg riferisce che gli organizzatori dell’Eurovision Song Contest stanno valutando la possibilità di bandire dal concorso i contenuti generati dall’intelligenza artificiale. La mossa segue le discussioni sull’autenticità e il tocco umano nelle performance dopo che le canzoni e gli spettacoli generati dall’intelligenza artificiale hanno lasciato il segno nelle ultime edizioni.

Jean-Philip De Tender, vicedirettore generale dell’EBU-UER, afferma in un’intervista all’Edinburgh TV Festival che l’EBU-UER sta “riflettendo su come abbiamo bisogno di questo nel regolamento, che la creatività dovrebbe provenire dagli esseri umani e non dalle macchine.”

Successivamente, De Tender solleva la questione di cosa accadrebbe se ci fossero canzoni generate dall’intelligenza artificiale all’Eurovision Song Contest. Sebbene il contributo dell’intelligenza artificiale all’industria musicale sia innegabile, lascia intendere che diluisce le emozioni genuine e spontanee che caratterizzano le esibizioni dell’Eurovision.

With the rise of AI technology in the music industry, the EBU is now faced with a challenging decision as it attempts to strike a balance between technological advancement and the preservation of the event’s core values. As the debate continues, Eurovision enthusiasts and songwriters await the ‘verdict’ that could reshape the future of Eurovision.

Con l’ascesa della tecnologia AI nell’industria musicale, l’EBU-UER si trova ora di fronte a una decisione impegnativa nel tentativo di trovare un equilibrio tra il progresso tecnologico e la conservazione dei valori fondamentali dell’evento. Mentre il dibattito continua, gli appassionati e i cantautori dell’Eurovision Song Contest attendono il ‘verdetto’ che potrebbe rimodellare il futuro dell’Eurovision Song Contest.

Non è noto se la decisione verrà presa prima dell’edizione 2023 dello Junior Eurovision Song Contest a novembre o dell’Eurovision Song Contest 2024 a maggio 2024.

Eurovision has served as a muse for AI experiments previously. Back in 2019, algorithms crafted, in collaboration with Oracle Corp., examined numerous historical entries. Their purpose was to forge both the tune and lyrics for a song named “Blue Jeans and Bloody Tears.” This melodic creation transformed into a duet featuring Izhar Cohen, the Israeli 1978 Eurovision winner, alongside a rosy-hued robot.

L’Eurovision Song Contest è già servito da musa ispiratrice per gli esperimenti sull’intelligenza artificiale (AI). Nel 2019, algoritmi realizzati in collaborazione con Oracle Corp., hanno esaminato numerose canzoni storiche. Il loro scopo era quello di forgiare sia la melodia che il testo di una canzone chiamata “Blue Jeans and Bloody Tears”. Questa creazione melodica si è trasformata in un duetto con Izhar Cohen, il vincitore israeliano dell’Eurovision Song Contest del 1978, insieme a un robot dai colori rosati.

Aggiornamento

In principio è stato Nick Cave, seguito poi da Laurie Anderson, Kasabian, Damon Albarn e buon ultimo, almeno per ora, Brian May. E altri, sicuramente, ne arriveranno. Le potenzialità dirompenti che le soluzioni digitali generative hanno dimostrato di avere e la rapidissima accelerazione impressa al settore dell’intelligenza artificiale dalle società informatiche è naturale che generino per lo meno diffidenza, presso artisti e, più in generale, filiera creativa. Quello del cinema è stato il comparto a reagire in modo più spettacolare al fenomeno, con uno sciopero fiume capace di compattare, per una volta, star e maestranze.

L’industria musicale, storicamente meno coesa di Hollywood e molto più diversificata, ha saputo dimostrare più pragmatismo, cercando di individuare in anticipo le criticità dell’AI piuttosto che farne una questione di principio. Le perplessità degli artisti, tuttavia, sono più che comprensibili: se a discografici ed editori può bastare che le produzioni frutto di processi di machine learning riconoscano i diritti alle opere usate in fase di addestramento, autori e performer – creatori degli asset fondamentali del settore: le opere, appunto – intravedono all’orizzonte l’eventualità di una vera e propria sostituzione, la stessa che ha convinto, tra gli altri motivi, sceneggiatori e attori a scendere in piazza.

Quando YouTube, lo scorso 21 agosto, ha annunciato il programma Music AI Incubator, oltre a enunciare le linee guida che la piattaforma ha deciso di adottare nei confronti dell’intelligenza artificiale, tra le personalità di Universal Music coinvolte nell’operazione è stato confermato il nome di Björn Ulvaeus, universalmente noto come co-fondatore degli ABBA e figura chiave nel rapporto tra industria musicale e comunità artistica.

Ulvaeus, avendo co-firmato hit finite in vetta alle chart mondiali come “Waterloo”, “Mamma Mia”, “Dancing Queen”, “Fernando” e “Super Trouper”, non è solo un autore che dal mancato riconoscimento dei diritti sui cataloghi di “addestramento” ha moltissimo da perdere. Dal 2020 l’artista è presidente di CISAC, la Confédération Internationale des Sociétés d’Auteurs et Compositeurs, entità internazionale non governativa che raggruppa a livello globale le principali società di collecting, che “pesa” – a livello di raccolta e ripartizione – per quasi 10 miliardi di euro all’anno.

Da sempre protettivo nei confronti dei colleghi – compresi quelli più giovani, con i quali, in linea teorica, ha pochi interessi comuni – Ulvaeus, fin dalle prime battute della sua gerenza istituzionale, non solo si è fatto portavoce della battaglia per l’equa retribuzione degli aventi diritto da parte della grandi piattaforme digitali, ma ha anche messo sull’avviso il comparto su quello che, oggi più che mai, è il rischio più grave quello l’industria di settore può correre, ovvero la perdita del proprio potenziale creativo. Una delle sue ultime mosse, in qualità di presidente di CISAC, riguarda proprio l’intelligenza artificiale: lo scorso 20 luglio la confederazione si è rivolta pubblicamente ai policy maker delle principali società impegnate nello sviluppo di soluzioni generative proponendo un programma in sette punti per regolare i rapporti tra filiera creativa e AI.

E non solo. Come imprenditore, Ulvaeus – insieme a Niclas Molinder e Max Martin – ha fondato, nel 2019 (ovvero un anno prima di prendere le redini di CISAC), Session, start-up nata con lo scopo di migliorare la gestione dei metadati delle opere musicali al fine di migliorare e modernizzare le operazioni di ripartizione.

A differenza di tanti, illustri colleghi coinvolti nel Music AI Incubator come Don Was, Rodney Jerkins e Ryan Tedder, Ulvaeus è titolare di un profilo istituzionale e industriale (oltre che artistico) capace di porlo come cerniera tra autori, performer e industria di settore, presentandosi tanto affidabile agli occhi dei primi – timorosi di perdere il proprio ruolo all’interno del sistema creativo – quando a quelli della seconda, comprensibilmente desiderosa di esplorare le potenzialità offerte dalla tecnologia. Con l’auspicio, ovviamente, di ribaltare la rappresentazione che individua nell’AI il prossimo Napster della discografia, ovvero nell’anticipazione sì del futuro (che, per la piattaforma creata da Shawn Fanning e Sean Parker è stata la “smaterializzazione” del prodotto registrato e nella rivoluzione digitale), ma – come ci ha insegnato il caso Drake / The Weeknd in tema di intelligenza artificiale – ma nel peggiore dei modi possibili.

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