
A poche settimane dall’Eurovision Song Contest 2026 a Vienna, Roland Weißmann, Il direttore generale dell’emittente pubblica austriaca ÖRF, si dimette dopo essere stato accusato di molestie sessuali.
Scossone ai vertici della tv pubblica austriaca ÖRF a poche settimane dall’evento musicale più atteso d’Europa. Il direttore generale Roland Weißmann, 57 anni, ha rassegnato le dimissioni con effetto immediato dopo accuse di molestie sessuali mosse da una dipendente dell’emittenteanche se il fatto risalirebbe all’inizio del mandato dell’ormai ex direttore generale, nel 2022.. La notizia arriva mentre l’Austria si prepara a ospitare l’Eurovision Song Contest 2026, che si terrà a Vienna nel mese di maggio.
Secondo quanto comunicato dalla stessa ÖRF, le accuse riguarderebbero presunti comportamenti inappropriati risalenti al 2022, periodo iniziale del mandato di Weißmann. Il manager ha sempre respinto le accuse, ma ha scelto comunque di dimettersi.
«Negli ultimi giorni una dipendente ha sollevato accuse di molestie sessuali contro il direttore generale», ha spiegato l’emittente in una nota ufficiale.
Il legale di Weißmann ha dichiarato che il suo assistito non avrebbe ricevuto dettagli completi sulle accuse, ma avrebbe deciso di lasciare l’incarico per evitare danni all’azienda.
«Nonostante neghi le accuse, ha scelto di dimettersi per proteggere l’emittente», ha spiegato il suo avvocato.
Dopo le dimissioni, la direzione della tv pubblica austriaca sarà affidata temporaneamente a Ingrid Thurnher, attuale direttrice della radio ÖRF.
Il Consiglio della fondazione dell’emittente dovrà ora avviare un’indagine interna e garantire la continuità della gestione in un momento particolarmente delicato.
La crisi ai vertici arriva a poche settimane dall’Eurovision Song Contest. L’edizione 2026 si svolgerà a Vienna dopo la vittoria dell’Austria nel 2025 con la canzone “Wasted Love” interpretata dal cantante JJ.
Il calendario della manifestazione è già definito: Prima semifinale: 12 maggio 2026, Seconda semifinale: 14 maggio 2026 e Finale: 16 maggio 2026.
All’edizione prenderanno parte 35 Paesi, il numero più basso di partecipanti dal 2004.
Nonostante il cambio ai vertici dell’emittente organizzatrice, ÖRF ha assicurato che i preparativi per l’Eurovision Song Contest proseguiranno regolarmente, mentre continuerà il processo per la scelta del nuovo direttore generale che entrerà in carica nel 2027.
Aggiornamento: Tra polemiche sulla partecipazione di Israele, boicottaggi e prese di posizione di artisti e Paesi, l’Eurovision Song Contest 2026 perde la sua pretesa di neutralità e leggerezza, e diventa lo specchio delle contraddizioni del presente. Perché non ha senso andare all’Eurovision il prossimo anno.
C’è un evento, ogni primavera, in cui l’Europa decide di raccontarsi come una cosa sola, una playlist, una musica leggerissima. L’Eurovision Song Contest nasce così, come un gigantesco karaoke geopolitico in cui i confini si sciolgono in tre minuti di ritornello, luci stroboscopiche, coreografie improbabili e una lingua che spesso non è quella madre di nessuno. Una favola pop in cui la politica resta fuori dalla porta e la musica fa finta di bastare a sé stessa.
Quest’anno, però, quella porta è spalancata. E al centro della stanza c’è una questione che non si può più aggirare: Israele, uno degli Stati partecipanti più controversi di questa edizione, data la situazione esplosiva in Medio Oriente. Con i bombardamenti in corso a Gaza e un conflitto che vede migliaia di vittime civili nonostante il cessate il fuoco, la partecipazione di Israele è oggi al centro di una discussione che non riguarda solo la musica, ma anche la moralità, la politica internazionale e la responsabilità degli artisti. È impossibile fare finta di niente, e non si tratta solo di chi partecipa o chi boicotta l’Eurovision Song Contest: il nocciolo della questione è la legittimità di un evento che pretende di restare apolitico.
La polemica su Israele e l’elefante sul palco. Israele partecipa all’Eurovision Song Contest dal 1973, e lo ha vinto diverse volte, l’ultima nel 2018. Tuttavia, quest’anno la sua presenza assume un significato ben diverso. In un periodo di guerra aperta con Gaza, con il conflitto che ha attirato l’attenzione internazionale e diviso l’opinione pubblica, non si può più considerare l’Eurovision come una competizione neutra. L’EBU-UER (European Broadcasting Union), che organizza il concorso, ha più volte ribadito che l’Eurovision Song Contest è un evento apolitico. Ma il contesto attuale solleva la domanda inevitabile: è davvero possibile mantenere questa neutralità quando uno degli Stati partecipanti è coinvolto in una guerra così devastante? Quando la musica diventa veicolo di un messaggio che ignora la sofferenza di milioni di persone, come si può ignorare il peso politico della situazione?
Le voci che chiedono un boicottaggio o una riflessione seria su questa partecipazione sono sempre più forti. Non si tratta solo di una questione di solidarietà con le vittime del conflitto, ma anche di coerenza. L’anno scorso, come nei due anni precedenti, l’Eurovision Song Contest ha escluso la Russia per l’invasione dell’Ucraina, citando motivi politici, ma quest’anno non c’è stata nessuna sanzione contro Israele, nonostante la guerra in corso. La domanda che molti si pongono è: perché la politica è entrata in gioco nel caso della Russia, ma non in quello di Israele? È una domanda che ancora oggi rimane senza una risposta soddisfacente, alimentando ancor di più il malcontento intorno all’evento.
Chi boicotta l’Eurovision: l’Islanda e gli altri Paesi. Non sono solo le singole voci degli artisti a sollevare polemiche. Interi Paesi, infatti, stanno decidendo di prendere una posizione, decidendo di non partecipare alla manifestazione. L’Islanda è uno dei primi esempi di boicottaggio formale. I suoi rappresentanti hanno annunciato che non parteciperanno all’edizione 2026 per protesta contro la presenza di Israele, prendendo una posizione forte e diretta contro la l’apparente neutralità dell’Eurovision Song Contest. L’Islanda, pur essendo un paese piccolo, ha una lunga tradizione di impegno per i diritti umani e la giustizia sociale, e questo gesto si inserisce in un quadro più ampio di rifiuto verso quelle che vengono percepite come scelte di complicità con un regime di occupazione. Idem la Spagna, l’Irlanda, Paesi Bassi e Slovenia.
Altri Paesi si sono uniti a questa protesta, anche se in maniera meno esplicita. Tra i gesti più significativi contro la partecipazione israeliana, ci sono state dichiarazioni di artisti da Paesi come la Norvegia e la Svezia, che non hanno formalmente boicottato l’evento, ma hanno mostrato simpatia per le richieste di boicottaggio. In molti casi, questi Paesi si sono limitati a fare pressione affinché venissero apportate modifiche alle regole del concorso, invitando l’EBU-UER a prendere una posizione chiara su quanto sta accadendo. La decisione di boicottare non è mai semplice, soprattutto per un evento che in teoria dovrebbe unire, non dividere. Tuttavia, le parole non bastano più: i Paesi hanno capito che restare indifferenti in un contesto come questo significa complicità tacita, e dunque inaccettabile.
Il gesto di Nemo: una risposta simbolica. Non solo Stati, ma anche singoli artisti stanno alzando la voce contro l’Eurovision Song Contest di quest’anno. Un gesto che ha attirato molta attenzione è quello di Nemo, il vincitore svizzero dell’edizione 2024. Nemo ha restituito il premio vinto, dichiarando pubblicamente di non voler essere associato a un evento che, secondo lui, sta tradendo i propri valori. Questo gesto simbolico è la manifestazione di un disaccordo profondo con l’orientamento dell’Eurovision Song Contest, che continua a legarsi a realtà politiche in conflitto, nonostante la sua dichiarata apoliticità. Non si tratta solo di una scelta artistica, ma di una presa di posizione che dimostra come la musica possa e debba fare i conti con la realtà. La decisione di Nemo di restituire il premio ha trasformato un trofeo pop in un oggetto improvvisamente scomodo. E oltre a lui, anche altri artisti si stanno preparando al boicottaggio, di fatto non partecipando alla manifestazione. Chi resta? L’elenco completo dei partecipanti all’Eurovision Song Contest 2026 sarà annunciato prima di Natale.
L’Italia, le parole di Mengoni e gli altri: il peso della coscienza. Anche l’Italia si è trovata coinvolta in questa discussione. Marco Mengoni, che ha partecipato all’edizione 2013 e 2023, si è schierato a favore del boicottaggio della Spagna, parlando di pace, di umanità e chiedendo che il dialogo prevalga su tutto. Ma attenzione: non ha detto che anche l’Italia dovrebbe ritirarsi dalla manifestazione. Perché sì, la Rai ha confermato che l’Italia parteciperà all’Eurovision Song Contest e ha sostenuto l’inclusione del broadcaster pubblico israeliano Kan nella prossima edizione. La posizione di Mengoni, seppur equilibrata, riflette la difficoltà di molti artisti nel prendere una posizione netta in un contesto che, per loro, è anche lavorativo. Ma quanto può un artista separare l’arte dalla politica quando la politica è letteralmente in mezzo? Anche altri artisti italiani hanno espresso il loro disagio nei confronti di Israele all’Eurovision Song Contest 2026, ma la linea che separa una dichiarazione di solidarietà e una partecipazione attiva si fa sempre più netta e necessaria. Questi atteggiamenti, da quelli più cauti agli schieramenti più audaci, mostrano come la coscienza collettiva si stia muovendo verso una comprensione più profonda dei limiti di eventi come l’Eurovision Song Contest. Si tratta di una questione di responsabilità, e non solo di dare un messaggio, ma di farlo in un contesto che oggi è irriconoscibile rispetto a quello di qualche anno fa.
I precedenti storici di boicottaggio: un’ombra lunga sull’Eurovision Song Contest. Questa non è certo la prima volta. La storia dell’Eurovision Song Contest è anche una storia di boicottaggi, assenze, prese di posizione politiche che hanno cambiato il corso dell’evento. Dai boicottaggi di Grecia e Turchia ai conflitti tra Armenia e Azerbaigian, fino alla mancanza di rappresentazione di alcuni Stati, tra cui il Kosovo, il concorso non è mai stato estraneo alle tensioni politiche. Il caso di Israele quest’anno è solo l’ultimo in una lunga serie di episodi che dimostrano come la musica, pur cercando di restare neutrale, sia costantemente influenzata dagli eventi politici globali. Nel 2022, l’esclusione della Russia per l’invasione dell’Ucraina aveva già scosso le fondamenta di un evento che fino a quel momento sembrava immutabile. Eppure, nonostante le polemiche, il concorso ha continuato ad andare avanti come se nulla fosse cambiato (o quasi). Ma il tempo è passato, e la capacità di ignorare le implicazioni politiche di certe presenze è ormai ridotta al minimo. L’Eurovision Song Contest non è più solo un evento musicale: è diventato un teatro globale di uno scontro ideologico.
Quando restare fuori dalla politica non è più un’opzione, come accade nello sport. Questa frattura non riguarda solo la musica. Lo stesso cortocircuito attraversa da anni il mondo dello sport, che da sempre si racconta come terreno neutro e universale, salvo poi scoprire di non esserlo mai davvero. Il film ‘Tatami’ lo racconta con una lucidità spiazzante: la storia di una judoka iraniana, Leila, allenata da Maryam e arrivata ai Campionati mondiali con il sogno di vincere l’oro, che si ritrova però sotto pressione dalle autorità del suo Paese, pronte a ordinarle di fingere un infortunio pur di evitare l’incontro con un’atleta israeliana. Il film mostra esattamente ciò che sta succedendo nelle gare di tutto il mondo: il momento in cui partecipare, restare, competere non è più un atto neutro. Che anche lo sport, come la musica, diventa un linguaggio politico nel momento in cui il contesto lo impone. Lo abbiamo visto con gli atleti russi esclusi dalle olimpiadi (e lo saranno anche in quelle di Milano-Cortina), con le proteste simboliche, con le bandiere tolte e rimesse, con il corpo degli sportivi trasformato in messaggio. Pensare che una manifestazione musicale possa restare immune da tutto questo è un’illusione comoda, ma sempre meno credibile.
Eurovision Song Contest 2026, perché non ha senso esserci. Non ha più senso andare all’Eurovision Song Contest, o almeno non quest’anno. E non perché la musica non sia un mezzo potente, ma perché la finzione di un’Europa unita e apolitica è crollata. Un festival che si propone di unire i popoli non può farlo quando, dall’esterno, sembra proprio che si utilizzino due pesi e due misure a seconda di ciò che è più conveniente. E quest’anno, con Israele ancora sul palco — e fuori dal palco, ricordiamo che tra gli sponsor principali dell’evento c’è il brand israeliano Moroccanoil — il contrasto è troppo forte per essere ignorato. Non si tratta di distruggere l’Eurovision Song Contest, ma di capire se è davvero possibile mantenere un evento che pretende di essere una festa globale mentre ignora la realtà politica e sociale del mondo. Fino a quando il concorso non prenderà una posizione chiara, che non lasci spazio a equivoci, partecipare a quest’edizione non ha alcun senso. Forse fermarsi — simbolicamente, criticamente, emotivamente — è l’unica forma di rispetto rimasta. Non per distruggere il festival, ma per chiedergli finalmente di essere all’altezza delle parole che canta e dell’ideologia che diffonde. La musica sopravvivrà, come sempre. I festival anche. Ma l’idea che basti una bandiera palestinese, magari nascosta in un look o dipinta sulla mano di un artista, per coprire le crepe, anche quest’anno, semplicemente non regge più.
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