🇦🇹 ESC 2026: EBU nega le indiscrezioni secondo cui Israele potrebbe partecipare all’ESC 2026 sotto una bandiera neutrale

L’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU-UER) ha smentito le indiscrezioni circolate nelle ultime ore su una possibile offerta a Israele di ritirarsi temporaneamente dall’evento per un anno o di partecipare sotto bandiera neutrale per evitare di essere estromesso.

Secondo indiscrezioni riportate dai media israeliani l’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU-UER) avrebbero suggerito in un messaggio non ufficiale inviato a KAN chiedendo due possibili alternative:  un ritiro temporaneamente dall’evento o di esibirsi sotto una bandiera neutrale per evitare di essere estromesso.  Nessuna delle due ipotesi è stata però confermata ufficialmente da KAN né dall’EBU-UER.

Il presunto messaggio ‘non ufficiale’ che l’EBU-UER ha negato di essere stata in contatto con KAN, l’emittente pubblica israeliana, in merito a modalità alternative di partecipazione al concorso del prossimo anno; arriva in vista dell’assemblea dell’Unione Europea di Radiodiffusione che si terrà a Ginevra, durante la quale si prevede che la questione della partecipazione di Israele verrà discussa.

Secondo i media israeliani, l’EBU-UER che avrebbe avanzato la proposta ha spiegato che un passo indietro israeliano potrebbe placare gli animi di chi minaccia di boicottare l’evento, permettendo al paese di salvarsi da una ‘umiliante eliminazione’.

Una bandiera neutrale potrebbe potenzialmente riportare il logo dell’emittente pubblica israeliana KAN, che rappresenta Israele all’EBU-UER, poiché i Paesi che si oppongono alla partecipazione israeliana ‘contestano le politiche del governo israeliano e non specificamente l’emittente’.

Nonostante le pressioni e le minacce di boicottaggio di diversi Paesi, il direttore dell’emittente pubblica israeliana KAN, Golan Yochpaz, ha invece respinto le richieste di esclusione di Israele, e ha ribadito la volontà di Israele di restare in gara.

“Non c’è motivo per cui Israele non debba continuare a essere parte di questo evento culturale, che non può diventare politico”, ha dichiarato durante la presentazione dei nuovi contenuti autunnali della rete.

Yochpaz ha ricordato che dalla fondazione della Israeli Public Broadcasting Corporation, meglio nota IPBC o KAN (כאן‎), nel 2017, Israele è considerato uno dei partecipanti di maggior successo del concorso, classificandosi negli ultimi sette anni ai primi posti e una vittoria recente. Ma le polemiche legate alla guerra a Gaza hanno reso la sua partecipazione sempre più controversa. Negli ultimi due anni, infatti, il contest è stato segnato da proteste, manifestazioni e appelli al boicottaggio, con oltre 70 ex concorrenti e personalità del mondo culturale che hanno chiesto l’esclusione di Israele. Ma la tensione rischia di mettere in discussione l’immagine stessa dell’Eurovision Song Contest come evento musicale apolitico.

L’Eurovision Song Contest 2026, in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio 2026, rischia di trasformarsi in un campo di tensioni diplomatiche e geopolitiche. La presenza di Israele nella lista dei Paesi partecipanti ha innescato una crescente ondata di proteste da parte di emittenti pubbliche e governi europei, che potrebbero portare a un boicottaggio senza precedenti nella storia della manifestazione.

Il direttore dell’Eurovision Song Contest, Martin Green ha confermato a The Hollywood Reporter che queste notizie erano false: “L’EBU non ha avanzato alcuna proposta alla KAN in merito alla partecipazione all’Eurovision Song Contest del prossimo anno. La consultazione con l’intera associazione è in corso e non verranno prese decisioni fino alla conclusione del processo. 

Comprendiamo le preoccupazioni e le opinioni profondamente radicate sul conflitto in corso in Medio Oriente. Stiamo lavorando per raccogliere opinioni su come gestire la partecipazione e le tensioni geopolitiche relative all’Eurovision Song Contest.

Le emittenti pubbliche hanno tempo fino a metà dicembre per confermare se desiderano partecipare all’evento del prossimo anno a Vienna. Spetta a ciascun membro decidere se partecipare o meno al Contest e rispetteremo qualsiasi decisione presa dalle emittenti.”

Dobbiamo ricordare che ad aprire ufficialmente il fronte del dissenso è stata l’emittente pubblicairlandese RTÉ, che ha annunciato l’intenzione di non partecipare all’evento se Israele sarà ammesso in gara. “Sarebbe inaccettabile, data la continua e spaventosa perdita di vite umane nella Striscia di Gaza”, si legge in una nota diffusa dalla tv pubblica.

L’accento è stato messo anche su “l’uccisione mirata di giornalisti a Gaza, il divieto di accesso al territorio ai giornalisti internazionali e la difficile situazione degli ostaggi rimasti”.

L’assenza degli artisti del paese avrebbe ricadute importanti sulla kermesse musicale, considerando che l’Irlanda ha vinto sette volte l’Eurovision Song Contest, primato condiviso con la Svezia.

La decisione finale dell’Irlanda sarà subordinata a un pronunciamento formale dell’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU-UER), che organizza il concorso. Tuttavia, la posizione di RTÉ è chiara, niente Eurovision Song Contest 2026 per l’Irlanda se Israele sarà tra i partecipanti.

Il colpo più forte è arrivato da AVROTROS, l’emittente pubblica olandese. In un comunicato che ha avuto l’effetto di una bomba mediatica, “Non possiamo più giustificare la partecipazione di Israele nell’attuale situazione, date le gravi sofferenze umane in corso a Gaza”. Inoltre ha spiegato che la decisione nasce dalla “grave e continua sofferenza a Gaza, dall’erosione della libertà di stampa e dall’esclusione dei giornalisti internazionali indipendenti, oltre che dalle numerose vittime tra i reporter”. Una posizione politica, etica e morale che stride con l’immagine colorata e festosa dell’Eurovision Song Contest, ma che riflette la pressione di un’opinione pubblica europea sempre più divisa.

Anche l’emittente pubblica slovena RTVSLO e l’emittente pubblica islandese RÚV stanno valutando seriamente il ritiro, in attesa di consultazioni con l’EBU-UER. Inoltre, hanno dichiarato di seguire con attenzione l’evoluzione della situazione e di condividere le preoccupazioni già espresse da Irlanda e dei Paesi Bassi.La

Spagna, per ora, non ha preso, invece, una decisione ufficiale, ma il ministro della Cultura spagnolo Ernest Urtasun, ha definito “preoccupante” l’uso dell’Eurovision Song Contest come “strumento di legittimazione politica” da parte dello Stato israeliano. L’emittente pubblica spagnola RTVE potrebbe presto unirsi al fronte del boicottaggio.

Il direttore del concorso, Martin Green, ha provato a mantenere il profilo basso: “Comprendiamo le preoccupazioni e rispetteremo le scelte di ogni emittente”. Una frase diplomatica che lascia però aperto un conflitto senza soluzione semplice. Se l’EBU-UER decidesse di escludere Israele, si attirerebbe accuse di parzialità e discriminazione. Se invece difendesse la partecipazione di Israele, rischierebbe un’emorragia di concorrenti e la perdita di legittimità.

La votazione sulla partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest 2026 si terrà durante l’Assemblea Generale dell’EBU-UER il 4 e 5 dicembre 2025 a Ginevra. RTVSLO (Slovenia), RÚV (Islanda), RTÉ (Irlanda) e AVROTROS (Paesi Bassi) hanno dichiarato che non parteciperanno all’edizione del prossimo anno se Israele sarà in gara. Un boicottaggio minacciato con toni durissimi che mette in discussione non solo la prossima edizione, ma l’identità stessa del concorso.

Una decisione che sarà cruciale non solo per il futuro dell’edizione viennese, ma per il messaggio politico e culturale che il concorso, nato nel 1956 per unire l’Europa attraverso la musica, vorrà trasmettere al mondo in un momento di forti tensioni internazionali.

Non è la prima volta che l’Eurovision Song Contest si trova in mezzo a una bufera geopolitica. Nel 2021 fu esclusa la Bielorussia dopo le elezioni truccate di Lukashenko, l’anno successivo la Russia per l’invasione dell’Ucraina. Ma in entrambi i casi la decisione arrivò dopo il pressing di altri Paesi pronti al boicottaggio. La storia si ripete, l’EBU-UER non agisce mai da sola, aspetta che siano i governi e le televisioni nazionali a dettare la linea.

Con Israele, però, la questione è più complessa. Dal 1973 il Paese partecipa all’Eurovision Song Contest e ne ha fatto un palcoscenico di diplomazia culturale. Quattro vittorie, una finale memorabile a Gerusalemme, decine di brani entrati nella memoria collettiva. Per Israele è sempre stato un modo per ribadire la propria appartenenza all’Occidente, rivendicare l’immagine di “unica democrazia liberale in Medio Oriente”. Ma la guerra a Gaza, con oltre 60mila morti stimati in gran parte civili, ha incrinato profondamente questa narrativa.

Il nodo non riguarda solo la politica estera. Anche l’emittente pubblica israeliana Kan, che partecipa al concorso, è finita al centro di polemiche. Creata dopo lo smantellamento della storica IBA, considerata “troppo di sinistra”; Kan è sotto pressione costante da parte del governo Benjamin Netanyahu, che in più di un’occasione ha minacciato di privatizzarla accusandola di non essere “abbastanza docile”. Una mossa che, se attuata, violerebbe i requisiti stessi per partecipare all’Eurovision Song Contest, riservato alle televisioni pubbliche indipendenti.

Non è un dettaglio, la missione dell’EBU-UER non è mai stata neutrale. Fondata negli anni cinquanta, aveva il compito di sostenere le emittenti pubbliche nate nelle democrazie liberali che si opponevano all’autoritarismo sovietico.

“Per questo motivo l’organizzazione si sente obbligata a proteggere Israele. Ma in questo modo rischia di mettere in discussione la credibilità stessa del marchio Eurovision”, ricorda Chris West, autore del libro ‘Eurovision: A History of Modern Europe through the World’s Greatest Song Contest’.

Intanto il fronte politico cresce. A maggio 2025 anche il premier spagnolo Pedro Sánchez aveva chiesto pubblicamente l’esclusione di Israele. E se un blocco compatto di Paesi decidesse di non presentarsi, l’edizione di Vienna potrebbe trasformarsi in una disfatta simbolica. Un festival nato per unire si troverebbe a sancire la divisione più profonda, quella tra chi invoca pace e diritti umani e chi difende la tradizione inclusiva dell’EBU-UER.

L’Eurovision Song Contest, insomma, non può più fingere di essere solo un concorso musicale. Ogni canzone, ogni bandiera, ogni voto porta con sé un significato politico. Nell’Europa del 2025, segnata dalla guerra in Ucraina, dal conflitto a Gaza e dalle tensioni interne, il festival diventa lo specchio delle contraddizioni di un continente che non sa più distinguere tra spettacolo e diplomazia.

L’Eurovision Song Contest può ancora essere la festa della musica, o è destinato a diventare l’ennesimo campo di battaglia della geopolitica?

L’Eurovision Song Contest 2026 si terrà a Vienna dopo la vittoria di JJ per l’Austria con “Wasted Love” a Basilea. Entrambe le Semifinali sono previste per il 12 e il 14 maggio 2026, mentre la finalissima si terrà il 16 maggio 2026. Il concorso si terrà alla Wiener Stadthalle, la stessa sede utilizzata nel 2015, che può ospitare fino a 16.000 spettatori.

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