
Venti anni fa, la grande interprete della musica italiana Mia Martini, se ne andava a soli 47 anni per arresto cardiaco. La cantante rappresentò ben due volte l’Italia all’Eurovision Song Contest: nel 1977 a Londra con “Libera” e nel 1992 a Malmö, in Svezia, con “Rapsodia”.
Era il 12 maggio 1995 quando la notizia della morte improvvisa di Mia Martini aveva turbato il Paese e sconvolto i fan della raffinata e intensa cantautrice italiana.
Nella sua vita, l’artista ha fatto della musica la ragione dell’esistenza, anche quando a causa di un pettegolezzo (si diceva portasse sfortuna) la sua carriera subì un duro colpo.
La sua fu una storia di grandi successi e cocenti delusioni, di santificazioni e coltellate alla schiena. La più triste e insensata, quella che per anni collegò la sua fama ad eventi negativi, arrecandole enormi danni professionali e umani. Il successo con “Piccolo Uomo” nel 1972, la rinascita con “Almeno tu nell’universo” a Sanremo del 1989.
Ma non c’è mai stata pace, nella vita di Domenica Berté, alias Mia Martini, sorella maggiore di Loredana Berté, con la quale condivideva giorno e mese di nascita. Il dolore – quello dei rapporti familiari e sentimentali, anzitutto – era inciso a fondo nelle sue canzoni e nelle sue stesse corde vocali, così piegate alla forza dirompente delle emozioni.

Lei, la donna che aveva abbracciato il dolore e ne aveva dato vita in alcune delle sue canzoni più toccanti e intense, ancora oggi emozionanti e toccanti. Disse, nel corso della sua carriera: “Il segreto di una grande interprete non è avere una bella voce, l’importante è capire esattamente il senso della gioia o del dolore che stai raccontando, perché nelle canzoni si interpreta sempre un’emozione o una qualsiasi specie d’amore per qualcosa, e se non sai cosa vuol dire “soffrire” non puoi sapere cosa vuol dire “amare”, per cui è questo il segreto: il saper dire le cose sentendole”.
Fa sorridere, così, ricordare che la sua lunga carriera artistica iniziò, nel 1963, nei panni di ragazza yè-yè, almeno nelle intenzioni del produttore discografico Carlo Alberto Rossi.
Ma quella del personaggio “Mimì Berté” fu solo una bizzarra parentesi: dopo alcuni anni di oblio – e l’improbabile esperienza del trio assieme alla sorella Loredana e all’amico Renato Fiacchini non ancora celebre come Renato Zero – riapparve sulle scene, nel 1971, col nuovo pseudonimo di Mia Martini. Ed è con questo che si conquistò la stima della critica e l’affetto del pubblico.
“Oltre la collina” fu subito un colpo da ko, un disco all’avanguardia, per arrangiamenti, tematiche e interpretazioni. Successi come “Piccolo uomo”, “Donna sola”, “Minuetto”(firmata da Franco Califano), “Inno”, “Agapimu”, “Che vuoi che sia…”, “Libera” la consacrarono tra le protagoniste assolute della musica italiana negli anni 70.
Negli anni della sua attività, duettò nel 1978 con Charles Aznavour sul palco dell’Olympia di Parigi, collaborò con Ivano Fossati per l’album “Danza”, con quel “La costruzione di un amore” a raccontare forse anche delle stesse vicende sentimentali tra Mimì e il cantautore ligure. Fu creato per lei, appositamente, il Premio della critica che la vide trionfare nel 1982 con il brano “E non finisce mica il cielo” (firmato sempre da Fossati), al Festival di Sanremo, forse il suo testamento musicale definitivo, insieme allo struggente duetto con Roberto Murolo in “Cu ‘mmè”, che rilanciò la canzone napoletana. Mia Martini fu, purtroppo, anche vittima di una certa ignoranza che iniziarono a tacciare l’artista con stupide e insensate idee superstiziose. Fu emarginata, si sentì impotente di fronte a questa crudeltà e per un periodo di tempo decise di ritirarsi delle scene. Raccontò, in merito a quegli anni: “La mia vita era diventata impossibile. Qualsiasi cosa facessi era destinata a non avere alcun riscontro e tutte le porte mi si chiudevano in faccia. C’era gente che aveva paura di me, che per esempio rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrei dovuto esserci anch’io. Mi ricordo che un manager mi scongiurò di non partecipare a un festival, perché con me nessuna casa discografica avrebbe mandato i propri artisti. Eravamo ormai arrivati all’assurdo, per cui decisi di ritirarmi”
Gli Anni 90 torna alla ribalta con brani come “Gli uomini non cambiano” che arriva secondo a Sanremo, “La nevicata del 56” e “Donna”. Mia Martini, sorella di Loredana Bertè, nasce a Bagnara Calabra e con la famiglia si trasferisce prima ad Ancona e poi a Roma. Comincia a cantare giovanissima, ma il successo arriva negli anni 70 con brani storici come “Minuetto”, “Inno” e “Padre davvero”. Tutti riconoscimenti che poi la portano all’estero e in Francia, dove canta all’Olimpia con Charles Aznavour, iniziano a stimarla professionalmente.
Negli anni 80 regala canzoni indimenticabili come “E non finisce mica il cielo”, il brano scritto per lei da Ivano Fossati, grande amore della sua vita, che non vince Sanremo ma conquista il premio della Critica che nasce appositamente per lei. Poi una lunga pausa. Dettata soprattutto dalle maldicenze che cominciano a circolare nel mondo dello showbiz. Mia fa un concerto con un gruppo, ma uno dei componenti al ritorno di casa muore in un incidente stradale. Ecco che iniziano a circolare strani voci: “Porta sfortuna”, si dice. Meglio non farla lavorare. Comincia così una parabola discendente per la carriera dell’interprete che ha non viene più invitata nelle manifestazioni canore perché la sua presenza non era gradita dagli altri colleghi.
Quindi il ritiro. La ricerca delle proprie origini che la riporta in Calabria, lunghi anni di silenzio in cui finisce la storia d’amore con Fossati, si allontana dalla sorella Loredana e ritrova invece l’amore del padre Giuseppe. Fino al 1989. L’anno del grande ritorno sulle scene di Mimì, come la chiamavano gli amici, avviene grazie al meraviglioso brano “Almeno tu nell’Universo” (scritta da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio) con cui rientra in grande stile a Sanremo. Conquista il premio della critica, il pubblico la acclama, ma è ormai un’altra Mia Martini. Segnata da lunghi anni di cattiveria. Il pubblico la riscopre, l’amore da parte degli spettatori ha la meglio sul passato doloroso di emarginazione. Mia ufficialmente rinasce artisticamente: “Erano sette anni che non potevo più fare il mio lavoro, per cui ho avuto dei momenti di grande depressione. E in quel momento ho sentito “fisicamente” questo abbraccio totale di tutto il pubblico, l’ho sentito proprio sulla pelle. Ed è stato un attimo indimenticabile.Sai, la gente è strana. Prima si odia e poi si ama.”
Da allora è rinato l’affetto nei confronti di una artista fragile ma forte allo stesso tempo. Una carrellata di successi si susseguono come “Donna”, “Gli uomini non cambiano” e “Stiamo come stiamo”, presentato in duetto con la sorella Loredana al Festival di Sanremo 1993 e che sancisce di nuovo la loro unione. Seguono brani toccanti come “Cu ‘mmè” con Roberto Murolo ed Enzo Gragnaniello.
Il 12 maggio 1995 la sua voce si spegne e il corpo senza vita viene ritrovato solo due giorni dopo, il 14, nell’appartamento a Cardano al Campo (VA), dove si era trasferita vicina al padre con cui aveva riallacciato i rapporti dopo un passato burrascoso. Secondo l’autopsia si è trattato di “arresto cardiaco dovuto ad un’overdose di stupefacenti”. Ma su quella morte rimase sempre un velo di mistero, alimentato dai complottologi di ogni epoca.
Qualche tempo fa Loredana Bertè ha raccontato alla rivista ‘Musica leggera’ la sua verità sulla sconvolgente morte della sorella Mia Martini, avvenuta tragicamente il 12 maggio del 1995 e sul rapporto col padre Giuseppe Radames Bertè, professore di latino e greco di Bagnara Calabra, una persona che Loredana descrive come violenta e che, quasi con freddezza, accusa di aver causato la morte di Mimì. Riportiamo i passi salienti dell’intervista.
Sulla morte di Mimì: “Ho saputo che Mimì era andata due giorni dal padre (a Cardano al campo, ndr), che non vedeva da 40 anni. (…) Lui le ha dato un appartamento del c…, dove non c’era niente. C’era un materasso steso per terra e basta. Mimì si lamentava, diceva che quel posto faceva schifo e che non ci sarebbe rimasta. C’è stata in tutto tre giorni: uno da viva e due da morta, ma in quell’appartamento ce l’ha messa il padre, poteva tenersela lui… poi quando l’ho vista dentro la bara, era massacrata, piena di lividi”.
L’intervistatore, Maurizio Becker, le dice che il referto ufficiale, redatto dopo l’autopsia, parlava di arresto cardiaco per overdose di stupefacenti: “Che ne so, magari Mimì si è fatta uno spinello, e lui è entrato e l’ha massacrata. Perché è sempre stato così: un padre padrone. A mia madre la prendeva a calci in c.., le dava il veleno”.
Becker sottolinea la gravità di quanto affermato: “È vero. Voglio vedere cosa mi fa. Cosa mi fa? Ma lo sai cos’ha fatto al funerale di Mimì? Renato (Zero, ndr) mi ha lasciata sola con lui, nella camera mortuaria. Io non lo vedevo da quando avevo 5 anni, e la prima cosa che gli ho detto è stata: “Che le hai fatto? L’hai ammazzata!”. E lui mi ha preso per i capelli. Renato mi ha dovuto portare a Roma, per 6 mesi ho fatto delle siringhe, perché in testa avevo dei buchi grandi così, dove mi mancavano i capelli che gli erano rimasti in mano. Dai cazzotti che mi ha dato io sono cascata nella bara di Mimì, che era aperta”.
L’infanzia e le percosse: “Mimì aveva un sesto senso, aveva capito che quando in casa si sentiva Beethoven a tutto spiano, stavano per arrivare le botte.
Allora scappava e mi portava via, mi portava davanti al mare. Alla sorella più grande, Leda, un giorno l’ha fatta volare dalla finestra solo perché aveva preso 6 in latino, e lui che era professore di latino e greco non poteva sopportarlo. Mimì allora, una volta che prese 4 in inglese, non ci pensò due volte e scappò di casa: porella, la ritrovarono tutta graffiata, in mezzo ai rovi di non so quale prato vicino Roma. L’unica ad averla scampata sono io. Mica ero scema. Ero piccola, ma le cose le vedevo: ad esempio che lui gonfiava di botte la mamma ogni volta che rimaneva incinta…”.
L’aborto della madre: “Quando nostra madre aspettava il maschio. Lui la prese a calci nella pancia e io vidi il pavimento del bagno che aveva cambiato colore: aveva ammazzato l’unico figlio maschio. Allora ce ne siamo andate, io e Mimì. E così purtroppo quello è morto, non ce l’ha fatta”.
Mia Martini esce così di nuovo dalle scene e lascia un vuoto incolmabile, ancora oggi, a vent’anni dalla sua morte, semplicemente indimenticabile.

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