ESC 2022: Ecco l’intervista a Claudio Fasulo, vicedirettore RaiUno e executive producer dello show

Un anno di lavoro, una squadra di oltre 1500 persone: i numeri di Eurovision Song Contest sono anche quelli della “macchina” messa in campo dalla RAI per produrre lo show e affiancare l’European Broadcasting Union nella gestione del contest e quindi supportare 40 delegazioni nazionali ognuna con un artista e una performance.

Alla guida di questa macchina c’erano Claudio Fasulo, vice direttore di RaiUno, e Simona Martorelli: i due executive producer. Da 9 anni, Fasulo è anche l’uomo alla guida della macchina produttiva di Sanremo: il periodo culminato con quella che lui definisce una “sovrapposizione le classifiche reali alla classifica del Festival con la direzione artistica di Amadeus. Spoiler: l’anno prossimo non seguirà il Festival, mi spiega, per una regola interna alla RAI che limita il numero di anni in cui un dirigente può essere assegnato ad un progetto.

Ma intanto c’è da fare un bilancio di Eurovision Song Contest che, ironia della sorte, ha condotto dal suo appartamento torinese perché risultato positivo al Covid il giorno della prima semifinale: la RAI ha costruito una cabina di regia remota analoga al truck in cui operavano i registi, producer e autori.

In questa lunga conversazione ci siamo fatti raccontare il successo – tutt’altro che scontato, visto lo scetticismo sia dai media che dall’estero – le polemiche, i paragoni (forzati) con il Festival e cosa succede ora, con la prossima edizione che dovrebbe svolgersi in Ucraina.

Partiamo dai risultati: 27% di share le semifinali, 41,9% la finale, con quasi 7 milioni di spettatori. Non mi sbilancio mai, pensavamo di mettere il 2 davanti: sarebbe stato già un buon risultato già dalle semifinali. Poi la finale aveva una serie di variabili: come va il team italiano, come sarebbero andate le semifinali precedenti eccetera. Onestamente questi risultati hanno sorpreso tutti, noi compresi.

Oltre ai dati quantitativi di audience, una parte del risultato complessivo, c’è la parte qualitativa, lo spettacolo. Il commento che ho ricevuto più sovente è “Non sembrava un prodotto italiano”: nel bene e nel male è la chiave. Le grandi aspettative della vigilia erano basate su uno sforzo aziendale mostruoso: la Rai ha messo in campo nei mesi il meglio delle proprie professionalità. Il risultato è stata una squadra creata ad hoc, sia con figure interne che esterne, con un core team che ha curato tutti gli aspetti di un evento come questo con squadre dedicate ai vari aspetti: creativi, di comunicazione, legali, di vendita di biglietti.

Lasciando perdere il precedente  del ’91, un’altra era, c’era scetticismo sia nei media che all’interno della Rai stessa. Si è detto più volte che la volontà di portare Eurovision in Italia non c’era, anzi si facesse resistenza. Diciamo che Eurovision è stato per molti anni un oggetto non identificato. Poi, passo dopo passo, la volontà pionieristica di alcuni – penso al direttore Andrea Fabiano che lo ha portato in prima serata su RaiUno la finale e a Nicola Caligiore, capo delegazione per molti anni – è subentrato un desiderio di cogliere questi obbiettivi.

Tornando a questo Eurovision Song Contest: cosa ha funzionato meglio e cosa meno, che rifaresti in maniera diversa? Non è retorica, ma lo spirito e il gioco di squadra: è il più grande spettacolo musicale televisivo al mondo, se non lo affronti in maniera pianificata, rischia di travolgerti. Tra i momenti, sono particolarmente orgoglioso di “Give peace a chance” della finale: una convergenza di contenuto, forma, emozione e prodotto televisivo. Una presa di posizione evidente per noi e un coinvolgimento per il pubblico televisivo e per quello in arena. Tra le altre cose, abbiamo rimesso parzialmente nel cassetto l’idea dei gesti italiani, che poi abbiamo recuperato in finale. Il carattere italiano era uno dei nostri argomenti principali e abbiamo cercato di raccontarlo con ironia, un taglio che EBU ha gradito.

Tra le cose che non hanno funzionato come da progetto c’è il palco, il sole cinetico. Non si muoveva come previsto e ha costretto a rivedere le performance. Cosa è successo? Non è un mistero, il sole cinetico avrebbe dovuto muoversi in una maniera ulteriore. Le performance che usavano il sole però avrebbero rischiato di contagiare la regolarità della gara; tra un’esibizione e l’altra ci sono solo 40” e muovere il sole avrebbe potuto creare delle interferenze, cioè mettere le nazioni su punti di partenza diversi l’una dall’altra.

C’è una divisione molto netta tra le parti di show e e quelle del contest. Così abbiamo deciso di tenere il sole fermo per le performance delle nazioni, il contest, fornendo tutto il supporto alle delegazioni. Lo abbiamo usato solo nei punti dello show, come sulle performance di Diodato o Il Volo.

Altra parte criticata è stato il commento italiano, in particolare quello di Cristiano Malgioglio. Ieri si è scusato con la Spagna per un commento sulla loro cantante. 

Malgioglio era già al commento la scorsa edizione: è un personaggio di grandissima personalità. Non lo chiami perché faccia il professore, senza la sua verve e il suo calore. Ciò su cui abbiamo lavorato dallo scorso anno è l’unione di due caratteri: Gabriele Corsi ha il timone dei tempi, mentre Cristiano che per definizione è un artista e un autore di canzoni che mette del suo nel commento. Fa parte del contesto e della gara che qualcuno si lamenti.

Mahmood e Blanco, invece:  a tratti sono apparsi stanchi. Il sesto posto è un risultato di classifica sotto le aspettative da podio? O effetto dell’essere paese ospitante, che parte svantaggiato? Veniamo da una vittoria, prendere il testimone era molto delicato: credo che siano espressione di un’eccellenza qualitativa straordinaria. La loro simbiosi artistica e questo brano sono a grandissimi livelli: Eurovision crea un’atmosfera per cui un brano così raffinato e suggestivo possa non passare a primissimi livelli di attenzione rispetto a proposte più energiche e colorite. Sono stati formidabili: hanno portato ad alti livelli la proposta musicale italiana.

C’era invece scetticismo iniziale sui conduttori: se ne parlava come dovessero presentare un programma tradizionale, e si temeva che con le loro forti personalità si prendessero troppo la scena. 

Il ruolo della conduzione a Eurovision è molto particolare, e sono stati eccellenti. Inoltre, le loro performance hanno arricchito lo spettacolo, ed è stata una particolarità di questa edizione, ce l’ha riconosciuto l’EBU-UER. Hanno saputo creare un’atmosfera di conduzione piacevole.

Va tenuto conto che il sistema di prevedere che ogni puntata venga preceduta da tre prove: 2 a pagamento e una per la stampa. In 5 giorni hanno fatto 12 spettacoli: un impegno psicofisico non indifferente.

Come sono stati i rapporti con EBU-UER? Eurovision è un format molto rigido, con un meccanismo a cui forse la TV e la musica italiana non sono abituati e che loro controllano in maniera altrettanto rigorosa. 

Siamo passati da una prima fase in cui, lecitamente, c’era un atteggiamento da “vediamo cosa sanno fare gli italiani” a una in cui ci hanno lasciato lavorare con grande serenità: sono stati i primi ad essere contenti del risultato.

La parte del contest la gestisce EBU-UER, quindi la polemica sulle votazioni di alcuni stati è stata gestita direttamente da loro, corretto? Sui voti EBU-UER è assolutamente autonoma. Noi abbiamo curato solo la grafica, ma i dati delle giurie e del televoto sono gestiti da loro.

In questa settimana si è spesso fatto un paragone con il Festival di Sanremo: sono due macchine complesse e tu le hai guidate entrambi. Il paragone regge? Basta un dato tecnicamente ineccepibile: Sanremo è uno show che è il cuore del nostro paese, ma è un contesto di musica completamente dal vivo, voce e orchestra. Eurovision è “half playback”, voce del cantante dal vivo su base ed effetti preregistrate, cosa che lo rende non paragonabile a Sanremo.

La parte emotiva, il tifo sono paragonabili, certo. Ma l’half playback permette di mettere in fila 17 o 18 performance in un’ora e un quarto, come è successo in semifinale, cosa che a Sanremo è impensabile.

Sanremo cosa può imparare da Eurovision Song Contest? Penso che Sanremo non abbia bisogno di additivi. Certo, c’è un know how tecnologico che potrebbe essere un upgrade al Festival, che però in questi anni ha fatto un lavoro straordinario. La cosa che li accomuna è l’attenzione del e al pubblico giovane: penso al lavoro che a Sanremo è stata fatto con Amadeus, cercando di sovrapporre le classifiche reali alla classifica del Festival.

Quindi forse una ulteriore spinta sulla digitalizzazione del Festival, che mi sembra solo iniziata? Penso alla macchina di Eurovision Song Contest, con i video immediatamente sulle piattaforme che fanno milioni di visualizzazioni, mentre quelli di Sanremo spariscono dopo poco tempo.

Il modello digitale di Eurovision Song Contest è un punto di riferimento importante a cui ispirarsi. Al Festival ci sono questioni di diritti piuttosto complesse, significa sedersi attorno ad un tavolo e fare valutazioni che non coinvolgono solo la RAI.

Tutti speriamo che il prossimo Eurovision si possa svolgere in Ucraina, come è intenzione dell’EBU-UER. Ma se non fosse possibile? La RAI eserciterà la sua “golden share”, la sua prelazione in quanto ultimo paese ospitante? Come tutti gli executive producer, per i prossimi due anni faccio parte del referee group, e rispondo in questa veste: dico che l’EBU-UER sta lavorando, valutando quale possa essere una valida soluzione per l’Eurovision Song Contest 2023. Nei nostri sogni c’è una guerra che finisce ora e che mette un paese in condizione di rinascere. Certo che dal punto di vista dei broadcaster ci sarà un lavoro attento che valuterà sia gli aspetti produttivi sia il contenuto.