🇨🇭 ESC 2025: Ecco le polemiche sulla trasparenza del Televoto

A fronte del risultato di Israele all’Eurovision Song Contest 2025, diverse emittenti pubbliche hanno espresso preoccupazioni riguardo al sistema di voto e hanno messo in dubbio la natura apolitica del concorso.

In particolare, tali dichiarazioni e richieste di chiarimenti all’European Brodcasting Union (EBU-UER) sono arrivate da VRT (Belgio), RÚV (Islanda), Yle (Finlandia), RTVSLO (Slovenia), RTVE (Spagna), AVROTROS e NPO (Paesi Bassi).

Yasmin Van der Borght, la portavoce di VRT, ha sottolineato che, pur non mettendo in dubbio l’accuratezza del conteggio dei voti dell’Eurovision Song Contest 2025, le emittenti richiedono “piena trasparenza” nel processo di voto. RTVE ha inoltre annunciato l’intenzione di rivolgersi all’EBU-UER per avviare una discussione sul format del televoto, in particolare per capire se i conflitti militari possano influenzarne i risultati.

In risposta il direttore del concorso, Martin Green, ha affermato: “Possiamo confermare di essere stati in contatto con RTVE e con diverse altre emittenti dopo la gran final di sabato per quanto riguarda le votazioni del concorso. Ora che l’evento si è concluso, terremo un’ampia discussione con le emittenti partecipanti, per riflettere e ottenere un feedback su tutti gli aspetti dell’evento di quest’anno come parte del nostro processo di pianificazione per il 70° Eurovision Song Contest del prossimo anno.”

In precedenza, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez aveva accusato l’EBU-UER di usare “due pesi e due misure”, poiché a Israele è stato permesso di partecipare mentre la Russia è stata esclusa nel 2022 a causa dell’invasione dell’Ucraina. 

“L’impegno della Spagna per i diritti umani deve essere costante e coerente. Questo dovrebbe valere anche per l’Europa. Se alla Russia è stato chiesto di non partecipare all’Eurovision dopo l’invasione dell’Ucraina, non dovrebbe farlo nemmeno Israele. Non possiamo permettere due pesi e due misure, nemmeno nella cultura.”

Anche i responsabili di RÚV Yle hanno espresso preoccupazioni simili, osservando che, se l’attenzione è posta sul voto del pubblico, è necessario considerare seriamente se permettere a una persona di votare fino a 20 volte. Inoltre, in una dichiarazione congiunta, le emittenti olandesi AVROTROS e NPO hanno osservato che la partecipazione di Israele mette in discussione il carattere apolitico e unificante del concorso.

Il conflitto armato tra Israele e Palestina ha già suscitato moltissime polemiche durante la travagliata edizione del concorso 2024, svoltasi in Svezia, in cui a rappresentare Israele c’era Eden Golan. Nel 2025, Yuval Rafal ha vinto il televoto con 297 punti, che, sommati ai 60 punti delle giurie, le hanno garantito il secondo posto.

Aggiornamento: L’Eurovision Song Contest nasce nel 1956 come strumento per unire  l’Europa nel dopoguerra attraverso la musica. Un palcoscenico dove si  esibiscono artisti, e la musica suona più forte dei discorsi politici. O  almeno così dovrebbe essere secondo le intenzioni dell’evento.  Nonostante il contest si sia sempre infatti dichiarato apolitico, anche la  mera presenza dei concorrenti riflette complesse dinamiche geopolitiche:  la presenza dell’Australia, agli antipodi del continente Europeo, è  giustificata da ragioni di audience ed affinità culturali ma è in realtà una  sua implicita inclusione nella comunità delle democrazie occidentali.

Anche altri stati extraeuropei partecipano all’Eurovision, come Israele ed  Azerbaigian, mentre alcuni stati europei, come la Bielorussia e Russia non ne fanno parte, quest’ultima esclusa nel 2022 a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Questo dimostra come l’organzizazione internazionale responsabile del contest,  l’European Broadcasting Union (EBU-UER) sia pronta anche ad intraprendere  decisioni “artistiche” convergenti con la linea politica dell’Occidente. Allo  stesso tempo si impegna a portare avanti i valori riconosciuti come  identitari da parte occidentale, come il riconoscimento della questione di  genere (quest’anno le conduttrici erano tutte donne) e l’inclusività di  comunità marginalizzate come quella LGBTQ+, trasformando il contest in  una sorta di vetrina ideologica delle democrazie europee, permettendo  all’Occidente di proiettare (verso le proprie opinioni pubbliche così come  verso l’esterno) l’immagine di un blocco culturale democratico, attento ai  diritti umani ed inclusivo.

In un certo senso, anche il sistema di votazione, suddiviso tra giurie professionali e televoto, vuole riflettere l’immagine di  una società attenta alla propria opinione pubblica. È partendo da questi  presupposti che la presenza di Paesi come Azerbaigian ed Israele, sotto accusa a livello internazionale per le azioni compiute rispettivamente in Nagorno Karabakh e a Gaza ed in West Bank, ha generato indignazioni e proteste. Queste ultime non hanno risparmiato nemmeno il palco di Basilea, dove si svolgeva l’evento, con contestatori che sono stati espulsi dalla platea dopo che hanno fischiato l’esibizione della cantante israeliana Yuval Raphael, sventolando bandiere palestinesi.

Il perché Israele non abbia subito l’esclusione dal contest e sia interessato a rimanerci, nonostante la propria precaria reputazione internazionale, è da ricercare nell’importanza che viene attribuita all’evento come vetrina; esserci vuol dire, in un certo senso, far legittimamente parte del mondo democratico ed Israele è fortemente interessata a non essere considerata un Paese pariah, come è capitato alla Russia.

Gli sforzi di Tel Aviv in questo senso hanno ricevuto un forte impulso dopo gli eventi successivi al 7 ottobre 2023 con Israele che ha intensificato le proprie campagne internazionali di comunicazione attraverso iniziative digitali, gruppi di sostegno esterni e campagne coordinate al di fuori dei propri confini nazionali. L’Eurovision non è stata risparmiata da questo vertiginoso aumento della propaganda israeliana e ce ne si può accorgere  guardando la discrepanza tra il voto della giuria e il “voto popolare” verso  gli artisti israeliani in gara.

Nel 2024, Eden Golan con “Hurricane”, guadagnò 52 voti dalla giuria ma ben 323 dal televoto, mentre quest’anno Yuval Raphael con “New Day Will Rise” si aggiudica 60 voti della giuria a  fronte di 297 del televoto. Per avere un raffronto con le date precedenti ai  fatti del 7 ottobre 2023, nel 2022 – Michael Ben David con “I.M” ottene 27  punti dal televoto e 34 dalla giuria, mentre Noa Kirel con Unicorn nel 2023 ottenne 185 punti dal televoto e 177 della giuria. Come spiegare dunque questa enorme discrepanza fra voto popolare (gli artisti israeliani sono  risultati i più votati in assoluto dal televoto negli ultimi due anni) e voto della giuria, che non si era mai presentata prima con questa consistenza?

Sicuramente una parte simpatetica dell’opinione pubblica europea ha manifestato il suo sostegno allo stato ebraico, ma c’è di più e riguarda i risultati dell’offensiva comunicativa di Tel Aviv che ha lasciato la sua traccia tangibile sul web.

La pubblicità online da parte del canale youtube Vote #04 New Day Will Rise, comparsa sui device di moltissimi utenti europei, risulta essere  sponsorizzata da parte dell’IGAA (Israeli Government Advertising Agency),  un’organizzazione statale che si occupa della gestione centralizzata delle campagne pubblicitarie governative. L’IGAA, o Lapam (in ebraico), è l’organo statale responsabile della comunicazione istituzionale e della pubblicità governativa, fondata con l’obiettivo di centralizzare le campagne pubblicitarie ministeriali si è evoluta oggi in una potente piattaforma di promozione dell’immagine di Israele all’estero.

L’IGAA aveva già attirato critiche per l’uso estensivo di fondi pubblici in campagne percepite come propaganda, in contesti legati alle operazioni militari israeliane a Gaza. Fece scandalo nel 2024 la campagna dell’IGAA  per screditare l’UNRWA, l’organizzazione dell’ONU responsabile  per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente: l’organizzazione governativa  israeliana aveva comprato una serie di annunci su Google contenti il nome dell’UNRWA, che però rimandavano a siti governativi israeliani dove si accusava l’organizzazione umanitaria di essere collusa con Hamas. 

La libreria delle pubblicità su Google dimostra che la stessa organizzazione  governativa israeliana che ha finanziato contenuti diffamanti verso l’UNRWA  ha sponsorizzato su YouTube il televoto a favore della cantante Raphael  Yuval. Dal momento che l’IGAA utilizza fondi pubblici israeliani ed è una  organizzazione governativa, sembra evidente che il governo di Tel Aviv tenga particolarmente al posizionamento dei propri artisti nella competizione.

Su questa linea anche la pubblicità apparsa a Times Square sempre a  favore della cantante israeliana, rilanciata dal Ministero degli Affari Esteri  israeliano, dal Consolato Generale di Israele a New York e dalla  organizzazione statunitense no profit StandWithUs (SWU), che ha più volte  ricevuto fondi da parte del governo di Tel Aviv. In un post su Facebook, l’organizzazione invitava a votare per Yuval anche dagli Stati Uniti (ma non era una competizione “europea”?).

Se la strategia di promozione della candidatura israeliana all’Eurovision 2025 non ha violato la lettera del codice di condotta dell’evento, quanto meno è andata contro il suo spirito: il contest ribadisce la sua neutralità ed apoliticità proprio all’inizio del suo codice di condotta: “The Eurovision Song Contest (ESC) is a non-political, international  entertainment event co-produced by broadcasters who are Members of the  European Broadcasting Union (EBU). […] The ESC is a joyful, non-political event dedicated to celebrating music and culture. You are required to respect this mission by refraining from political promotion or related conduct, including actions, statements, or  symbols during – or in relation to – the event.”

Gli sforzi del governo israeliano per promuovere il voto per la propria artista hanno avuto, in questo caso, evidenti implicazioni politiche.

Il televoto dei Paesi europei ha assegnato tantissimi punti a Israele, anche  in Paesi storicamente ostili alle politiche di Tel Aviv, come ad esempio l’Irlanda (generando, tra l’altro,ulteriori perplessità sull’effettiva trasparenza dei  televoti, tanto che già lo scorso anno l’ente radiotelevisivo sloveno aveva  sollevato dubbi rispetto alle operazioni di voto). Il risultato di questi  numeri sono, per la propaganda israeliana, elementi di legittimazione e di normalizzazione della propria immagine presso la propria opinione  pubblica interna ed il grande pubblico europeo, come già evidenziato da  diversi media filo-isrealiani (“se ci votano sono d’accordo con noi e chi  critica le nostre azioni è solo una rumorosa minoranza”).  

Nei fatti, dopo il 7 ottobre 2023, l’Eurovision Song Contest è diventato un  campo di battaglia simbolico per la diplomazia israeliana. Attraverso  campagne mediatiche coordinate, Israele ha cercato di influenzare l’opinione pubblica europea e globale, utilizzando la competizione come  piattaforma per legittimare la propria reputazione politica, che si inquadra in un più ampio sforzo israeliano volto a guadagnarsi le simpatie del pubblico occidentale per poi poter continuare a portare avanti la propria politica nella striscia di Gaza e in West Bank in modo indisturbato.  

A questo punto, la domanda sorge spontanea: quali sono i valori inclusivi  ed apolitici che sostiene di portare avanti l’Eurovision? C’è davvero  un’indipendenza politica e artistica rispetto agli interessi dell’Occidente  culturale? Eppure la strategia di isolamento internazionale, sia economico che culturale, è stata adottata celermente nei confronti della Russia e si è già storicamente dimostrata strumentale nel far cessare azioni contrarie ai  diritti umani. Come per esempio accadde quando tra la fine degli Anni Ottanta e i primi Anni Novanta il Sud  Africa dell’apartheid, dovette piegarsi alle istanze di uguaglianza e libertà  portate avanti da Mandela e i suoi compagni anche grazie all’isolamento  che la comunità internazionale aveva scelto di imporre al Sud Africa. 

Alla luce di questi eventi, se l’European Broadcasting Union non si rende tuttora conto delle implicazioni relative alle votazioni, risulta evidente che l’apoliticità dell’evento Eurovision possa essere facilmente messa in discussione. Arrivati a questo punto, forse, si potrebbero rivedere le regole del gioco.   

Aggiornamento: In un approfondimento uscito lunedi su Spotlight di Eurovision News, a cura di Derek Bowler e Maria Flannery (la quale aveva già pubblicato una precedente analisi), si parla del comportamento messo in atto dall’agenzia governativa di Israele, che ha pagato per un numero molto elevato di annunci pubblicitari utili allo scopo di far votare la canzone “New day will rise”, eseguita da Yuval Raphael, in semifinale e in finale all’Eurovision Song Contest 2025.

Nell’articolo viene fatta una importante premessa: è pur sempre vero che promuovere la canzone di un Paese è permesso, ma è altrettanto vero, però, che in tanti hanno sollevato grandissimi dubbi circa l’opportunità di questo tipo di targetizzazione su prodotti Google o simili (addirittura c’è chi se li è trovati davanti durante lo streaming in diretta della finale sul canale ufficiale dell’Eurovision).

L’analisi di Eurovision News Spotlight parte da un account YouTube denominatoVote4NewDayWillRise” creato il 20 aprile 2025, che ha pubblicato ben 89 video tra il 6 e il 16 maggio. Addirittura oltre otto milioni le visualizzazioni dei video in cui Yuval Raphael incoraggiava i votanti a votare per la sua canzone.

Come Bowler e Flannery rimarcano, non è stata trovata traccia di uso dell’intelligenza artificiale. In altre parole, Yuval Raphael si è prestata su tutta la linea a questo progetto, destinato a 35 Paesi e partito il 6 maggio con 16 video destinati a 16 Paesi con il numero 14, quello della seconda semifinale.

12 dei 16 Paesi erano coinvolti nella stessa semifinale di Israele: Armenia, Cechia, Danimarca, Finlandia, Georgia, Grecia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Montenegro e Serbia. Chiaramente aveva senso, perché in semifinale solo i Paesi partecipanti (più tre finaliste automatiche) possono votare.

Il 16 maggio, giorno precedente la finale, sono stati pubblicati ben 73 video con obiettivo 35 Paesi, al fine di sottolineare l’importanza di votare per Israele con il codice 04.

Un’analisi del Google Ads Transparency Center ha confermato che gli annunci sono stati piazzati via account verificato dell’agenzia governativa pubblicitaria di Israele. Va specificato che la promozione non ha, almeno in apparenza, visto coinvolta la KAN, la tv pubblica che partecipa per Israele all’Eurovision: non c’è stata alcuna menzione di essa e per questo si ritiene che l’emittente sia rimasta fuori da ogni coinvolgimento (e di questo torneremo a scrivere in un approfondimento dedicato).

Un successivo aggiornamento dell’articolo originale ha poi fatto emergere un’altra storia, già in parte nota a chi seguiva con attenzione la vicenda sui social. Il canale YouTube di cui abbiamo parlato, il 17 maggio, ha perso ben 28.643.641 visualizzazioni.

Nei giorni precedenti, fino al 15 maggio, esisteva un video non listato (unlisted) di campagna di voto intitolato “Vote ‘New Day Will Rise’ | Yuval Raphael | Eurovision 2025 | Second Semi-Final (15.5)” che aveva totalizzato ben 25,2 milioni di visualizzazioni dal 29 aprile scorso. Per contesto, i numeri del video ufficiale della canzone in sé si aggiravano sui 3 milioni. Il report dell’americana SocialBlade, che si occupa di analisi social media, mostra che quel video è stato rimosso il giorno della finale.

Di fronte alle questioni precedenti questo ultimo paragrafo, è stato chiesto un chiarimento agli stessi vertici dell’Eurovision Song Contest. Una risposta è arrivata dal suo direttore, Martin Green, ed è questa: “Il nostro partner per il voting, Once, ha confermato che un voto valido per la finale è stato registrato in tutti i Paesi partecipanti al concorso e nel Resto del Mondo. Le operazioni di voto per l’Eurovision Song Contest sono le più avanzate nel mondo, e il risultato di ogni Paese viene controllato e verificato da un enorme team di persone per escludere ogni pattern di voto sospetto o irregolare. Un controllo di conformità indipendente esamina i dati di giuria e televoto per assicurare che si abbia un risultato valido. Le regole dell’Eurovision Song Contest sono designate per assicurare una giusta e neutrale competizione. Queste regole non vietano alle emittenti partecipanti o a terze parti, come etichette o altri, di promuovere le loro proposte online e altrove, almeno fino a quando questa promozione non strumentalizza il concorso o ne viola le sue linee guida editoriali. Molte delegazioni si avvalgono di campagne promozionali pagate per supportare canzone, profili e future carriere dei loro artisti.”

Vero è che la storia dell’Eurovision Song Contest è sempre stata piena di campagne pubblicitarie più o meno imponenti, solo citandone alcune di quest’anno, basti pensare alle sponsorizzazioni fatte per promuovere “SERVING” di Miriana Conte (la rappresentante di Malta) sulle piattaforme di Meta o la promozione fatta in Italia per Tommy Cash, in gara per l’Estonia con “Espresso Macchiato”, dai cartelloni quasi in stile elettorale all’incontro con i fan a Milano (tutto firmato SONY).

Aggiornamento: Chiusa questa edizione 2025 dell’Eurovision Song Contest, l’attenzione mediatica non si è concentrata tanto sul vincitore JJ, in rappresentanza dell’Austria, quanto su Yuval Raphael, la rappresentante di Israele che ha vinto il Televoto sia della Finale svolta il 17 maggio 2025 sia della Seconda Semi-Finale svolta il 15 maggio 2025 in cui gareggiava.

Alcune testate giornalistiche, anche italiane, hanno ipotizzato che questo esito non dipenda dal merito artistico, ma esclusivamente dal sostegno della diaspora ebraica o di gruppi sionisti, oppure, ancora, da interferenze di natura geopolitica. È persino intervenuto il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez che ha chiesto l’esclusione di Israele dall’Eurovision Song Contest analogamente a quanto avvenuto tre anni fa con la Russia, altro Paese coinvolto in una guerra.

Quasi nessuno, però, si è soffermato sulle possibili criticità del sistema di voto online che sembrano emergere a uno sguardo più attento. Ricordiamo, intanto, che gli spettatori dei paesi partecipanti possono votare attraverso una chiamata telefonica, o inviando SMS o, a partire dal 2024, attraverso l’app Eurovision e il sito esc.vote gestito dalla società Once Germany GmbH (precedentemente nota come digame GmbH).

Gli spettatori di tutto il resto del mondo (ad eccezione di alcuni Stati mai resi noti) possono votare esclusivamente online già dal 2023. Come da regolamento, è ovviamente vietato votare per il proprio Paese.

Leggendo i termini di servizio che regolano il voto all’Eurovision Song Contest presenti nel sito esc.vote, nella sezione “Idoneità e Regolamento di Voto”, al primo punto troviamo scritto che “i votanti devono risiedere in un paese all’interno della Regione di Voto selezionata su esc.vote. Ciò viene verificato controllando il Paese di emissione delle loro carte SIM o di pagamento”.

Quello che suscita perplessità è che si possa selezionare liberamente il paese da cui votare e che poi questo venga verificato esclusivamente controllando il Paese di emissione delle carte SIM o di pagamento.

Ciò nonostante nell’area “Privacy” del sito esc.vote si possa leggere che la società Once Germany GmbH trattenga i seguenti dati del votante: indirizzo IP, dettagli del browser, geolocalizzazione, metadati della carta di pagamento, le selezioni di voto e indirizzo di voto.

Effettivamente entrando su esc.vote questi dati risultano utilizzati, perché compare la dicitura “sembra che tu stia visitando il nostro sito web da Italia”, quindi il sistema è in grado di localizzare il visitatore. Al centro della schermata, però, troviamo scritto: “cambia regione di voto”. Scorrendo i vari Stati si scopre che è possibile votare (o meglio lo era) fingendosi in qualsiasi nazione attraverso una carta di pagamento locale e che solo per 9 Stati è richiesta una scheda SIM con un numero di telefono locale.

Questa è la lista dei Paesi che richiedono la carta di pagamento locale o una scheda SIM con un numero di telefono locale: 

  • Albania: scheda SIM con un numero di telefono locale
  • Armenia: scheda SIM con un numero di telefono locale
  • Australia: carta di credito
  • Austria: scheda SIM con un numero di telefono locale
  • Azerbaigian: carta di credito
  • Belgio: carta di credito
  • Cechia: carta di credito
  • Cipro: carta di credito
  • Croazia: carta di credito
  • Danimarca: carta di credito
  • Estonia: carta di credito
  • Finlandia: carta di credito
  • Francia: scheda SIM con un numero di telefono locale
  • Georgia: scheda SIM con un numero di telefono locale
  • Germania: carta di credito
  • Grecia: carta di credito
  • Irlanda: carta di credito
  • Islanda: carta di credito
  • Israele: carta di credito
  • Italia: carta di credito
  • Lettonia: carta di credito
  • Lituania: carta di credito
  • Lussemburgo: carta di credito
  • Malta: scheda SIM con un numero di telefono locale
  • Montenegro: carta di credito
  • Norvegia: carta di credito
  • Paesi Bassi: carta di credito
  • Polonia: carta di credito
  • Portogallo: scheda SIM con un numero di telefono locale
  • Regno Unito: scheda SIM con un numero di telefono locale
  • Resto del mondo: carta di credito
  • San Marino: televoto simulato
  • Serbia: scheda SIM con un numero di telefono locale
  • Spagna: carta di credito
  • Svezia: carta di credito
  • Slovenia: carta di credito
  • Svizzera: carta di credito
  • Ucraina: carta di credito

Il risultato è che per ben 29 Stati su 38 (37 Stati + “Resto del mondo”) il numero di carta di credito è considerato identificatore univoco. Quindi, per la maggior parte degli Stati basterebbe avere una carta di credito di quel paese per votare come se si fosse fisicamente presente in quel paese.

Il sito eurovisivo ESCInsight riporta l’esempio di due persone che hanno potuto votare 160 volte utilizzando 8 carte di credito diverse (Il numero massimo di voti consentito è di 20) durante la Finale 2025.

Un altro esempio è riportato da “El País”, uno dei più importanti quotidiani spagnoli, che racconta l’esperienza del televoto online di un giornalista: dopo aver effettuato il login su esc.vote, gli è stato richiesto il proprio Paese e sono comparsi, quindi, tutti i candidati con una nota che spiegava che si poteva esprimere un massimo di 20 voti.

Ha scelto, quindi, quattro voti per il suo candidato preferito, l’Armenia, ed è andato alla pagina successiva, dove gli sono stati richiesti un indirizzo email e una carta di credito. Dopo aver inserito i dati della carta, questa è stata verificata, ma non ha mai dovuto identificarsi con nome e cognome. Nessun messaggio dal sistema per verificare l’autenticità della mail.

Addirittura, come messaggio di risposta, è lo stesso sistema che invita ad utilizzare altre carte di credito per votare ulteriormente: “Grazie per aver votato! Apprezziamo il tuo contributo! Ogni carta di credito è limitata a una transazione, indipendentemente dal numero di voti espressi. Per votare di nuovo con un’altra carta, torna al riepilogo delle votazioni per selezionare nuovi voti”.

Sì, perché, come si legge nei termini di servizio, i votanti che partecipano tramite pagamenti online con carta sono limitati a una transazione per carta bancaria, pur potendo esprimere il numero massimo di voti in quella singola transazione. Ulteriori transazioni con la stessa carta verrebbero respinte. Il sistema, quindi, invita ai votanti che vogliono votare un’altra volta (perché non hanno esaurito i 20 voti) di utilizzare un’altra carta di credito esponendosi, però, al rischio di manipolazioni.

Difficile capire fino a che punto sia effettivamente eludibile il sistema, ma se tutto fosse davvero così, alla fine sarebbe possibile votare (e persino autovotarsi) da qualsiasi luogo e potenzialmente all’infinito senza alcun cambio di dispositivo, IP, VPN, posizione o indirizzo email durante il processo e senza particolari sistemi di hacking. Dunque, un nutrito gruppo di persone unite per una causa, che sia per Israele o per l’Ucraina, può facilmente cambiare radicalmente il televoto sfruttando più carte di credito.

Se, da una parte, ci è difficile immaginare uno scenario di questo tipo, dall’altra alcuni dati pubblicati dalle televisioni pubbliche di Belgio e Spagna non sono affatto confortanti. Secondo El País, l’emittente televisiva spagnola RTVE ha chiesto all’EBU-UER, la ripartizione completa dei voti del pubblico nazionale spagnolo.

Questi sono i risultati pubblicati per la prima semifinale con 1.384 milioni di spettatori : 14.461 voti di cui 774 chiamate, 2.377 SMS, 11.310 voti online.  Per la finale con 5.884 milioni di telespettatori: 142.688 voti di cui 7.283 chiamate, 23.840 SMS, 111.565 voti online.

Quindi, tra la prima semifinale e la finale si è verificato un aumento di 10 volte dei voti, ma il pubblico è aumentato di sole 5 volte. Difficile sapere se il possibile maggior coinvolgimento nella finale e la finestra di voto aperta sin dall’inizio dello show finale siano sufficienti per spiegare tale differenza.

Più anomali ancora sono i risultati provenienti dalla televisione belga sui risultati del televoto delle ultime tre edizioni dell’Eurovision Song Contest. In questo caso, infatti, la finale del 2025 è stata vista in proporzione meno della semifinale con Red Sebastian (910.000 contro 660.000) considerando la mancata qualificazione, ma improvvisamente sono stati ricevuti quasi dieci volte più voti nella finale, per un totale di 220.554.

Inoltre, se si confronta la semifinale in cui il Belgio gareggiava l’anno scorso rispetto a quella di quest’anno si può notare come l’anno scorso ci sia stato un numero impressionante di voti online rispetto a quest’anno. Dettaglio non da poco: Israele, a differenza di quest’anno, gareggiava nella stessa semifinale del Belgio nel 2024.

Ad infittire ancora di più il mistero sono i dettagli sulle votazione del pubblico belga e spagnolo che non sono stati rivelati fino in fondo: i dati relativi ai voti di ciascun Paese del televoto spagnolo e belga non ci sono. Le TV belga e spagnola si stanno chiedendo come mai i colleghi italiani della RAI siano in possesso, a differenza loro, anche delle percentuali di voto di ciascun Paese del televoto italiano.

Quello che si sa è solamente che Israele è stato il più votato sia in Belgio sia in Spagna, ma non si sa in percentuale quanto rispetto agli altri Paesi, mentre in Italia, Israele è arrivato terzo al televoto con una percentuale dell’11,4%. Ora molte televisioni sono sul piede di guerra contro l’EBU-UER per chiedere maggior chiarezza.

Martin Green, direttore dell’Eurovision Song Contest, ha tentato di sedare gli animi dichiarando quanto segue: “Il nostro partner di voto Once ha confermato che è stato registrato un voto valido in tutti i paesi partecipanti alla Finale di quest’anno e nel resto del mondo. Il sistema di voto per l’Eurovision Song Contest è il più avanzato al mondo e il risultato di ogni paese viene controllato e verificato da un enorme team di persone per escludere qualsiasi schema di voto sospetto o irregolare. Un supervisore indipendente esamina sia i dati di voto della giuria che quelli del pubblico per garantire un risultato valido. Il regolamento dell’Eurovision Song Contest è concepito per garantire una competizione equa e imparziale. Questo regolamento non vieta alle emittenti partecipanti o a terze parti, come etichette discografiche o altri, di promuovere i propri lavori online e altrove, purché tale promozione non strumentalizzi il Concorso o ne violi le linee guida editoriali. Molte delegazioni utilizzano campagne promozionali a pagamento per sostenere la canzone, il profilo e le future carriere dei loro artisti.”

Non è evidentemente d’accordo Luis Paniz,  professore all’Università di León che ha così dichiarato a “El País”: “La mobilitazione è importante. Ma ciò che mi preoccupa è che nessun sistema di voto elettronico è sicuro se non è verificabile, e per raggiungere questo obiettivo, deve essere trasparente nel suo funzionamento. Tutti i dettagli del suo funzionamento – il codice, i sistemi di elaborazione e archiviazione dei voti, lo scrutinio, i dettagli della trasmissione del verbale e la pubblicazione dei risultati – devono essere noti prima, durante e dopo la pubblicazione dei risultati. Altrimenti, non può essere verificato. Non si può effettuare un audit forense se non si è stati coinvolti nell’intero processo. Recentemente, sono nate più di 20 aziende che offrono il voto a distanza. Ne abbiamo verificate alcune, e le migliori non vengono assunte. Non perché siano leggermente più costose, ma perché le persone preferiscono la facilità d’uso e l’accesso a statistiche tempestive rispetto a un sistema chiuso e verificabile. La società incaricata della gestione delle votazioni dell’Eurovision è la tedesca Once, la cui attività principale non è il voto a distanza, bensì la creazione e l’applicazione di tecnologie per l’interazione in diretta durante gli orari di punta delle votazioni.”

Al di là delle dichiarazioni del direttore dell’Eurovision Song Contest, la sensazione è che qualcosa sia andato storto nel televoto delle ultime due edizioni dello show, cioè da quando è stato introdotto il televoto online per tutti i Paesi. Con ogni probabilità, l’EBU-UER avrà molto da lavorare per sistemare la situazione nei prossimi mesi. 

Aggiornamento: Da diversi giorni, post finale dell’Eurovision Song Contest 2025, più che festeggiare il vincitore di questa edizione (che porterà l’evento nel 2026 in Austria) non si fa che parlare di Israele e del secondo posto che ha ottenuto al televoto con la sua rappresentante, Yuval Raphael.

Abbiamo già trattato il tema del voto online e delle sue criticità in un nostro articolo di ieri, così come delle critiche mosse dalla tv pubblica spagnola e dal primo ministro Sanchez contro Israele (con tanto di richiesta di esclusione dall’Eurovision), oltre che della massiccia campagna pubblicitaria (in particolare online) finanziata proprio dallo Stato d’Israele per promuovere la partecipazione all’evento musicale più seguito al mondo.

Con questo approfondimento cerchiamo di fare un pò di chiarezza sulla questione Israele, ma per farlo bisogna partire dall’inizio e, soprattutto dalle basi: cos’è l’Eurovision Song Contest, cos’è l’EBU-UER e perché chi cita i famosi “due pesi due misure” con l’esclusione dalla gara della Russia e non di Israele, ignora il contesto.

L’EBU-UER, l’Eurovision Song Contest e le emittenti pubbliche.  La partecipazione all’Eurovision non è legata alla volontà di singoli Paesi che vogliono semplicemente parteciparvi, ma dipende dalle decisioni delle emittenti pubbliche membri dell’EBU-UER, l’European Broadcasting Union.

Al consorzio possono aderire le emittenti di radiodiffusione che rientrano in uno di questi requisiti: i cui paesi si trovano all’interno dell’European Broadcasting Area (spazio europeo di radiodiffusione), come definito dall’ITU (l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni), un’organizzazione internazionale nonché una delle agenzie specializzate delle Nazioni Unite, che si occupa di definire gli standard nelle telecomunicazioni (vedere mappa); i cui paesi sono membri del Consiglio d’Europa, organizzazione intergovernativa composta da 46 paesi democratici europei la cui missione è quella di “promuovere la democrazia e di proteggere i diritti umani e lo stato di diritto in Europa” (da non confondere con il Consiglio Europeo).

Questa è la base di partenza per capire il contesto. Qualcuno avrà già notato, dalla mappa qui sopra, che quindi all’Eurovision Song Contest possono potenzialmente partecipare non solo i Paesi del Vecchio Continente, ma anche diversi dell’area mediterranea, come ad esempio l’Egitto, il Libano, la Tunisia etc, che ad oggi però non hanno dichiarato nessun interesse per l’evento in questione.

Tutti i membri dell’EBU-UER possono quindi partecipare all’Eurovision Song Contest, oltre che usufruire degli altri vantaggi e servizi dell’adesione (come ad esempio i diritti media in Europa per le 4 edizioni dei Giochi Olimpici del periodo 2026/2032).

L’EBU-UER ed Eurovision Song Contest: le sospensioni di Bielorussia e Russia. Per quanto riguarda la Bielorussia, la drastica decisione è arrivata nel maggio del 2021 dopo che l’EBU-UER aveva monitorato con attenzione il mancato rispetto dei valori fondamentali di libertà, indipendenza e affidabilità dell’emittente pubblica di stato (BTRC). A nulla erano serviti i ripetuti richiami a rispettarli.

Dopo la rielezione di Lukashenko nell’agosto del 2020, la repressione del governo ha colpito non solo i manifestanti nelle piazze, ma anche il giornalismo indipendente e la libertà di espressione, con la tv pubblica totalmente asservita al potere politico.

Prima di prendere questa decisione, la Bielorussia era stata già squalificata dall’Eurovision Song Contest per la provocatoria scelta di brani a sfondo politico non conformi al regolamento della manifestazione (l’emittente pubblica bielorussa aveva selezionato il gruppo Galasy ZMesta aperto sostenitore di Lukashenko e delle sue politiche).

Per quanto riguarda la Russia, la sospensione non è legata direttamente all’invasione dell’Ucraina, ma quell’evento di fatto è stata solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso dopo alcuni anni nei quali Russia e Bielorussa erano “sotto osservazione”.

Il primo step fu l’esclusione della Russia dall’Eurovision Song Contest 2022 per la mancata aderenza ai valori del concorso, fra tutti quelli del rispetto reciproco, della non discriminazione e dell’accoglienza, ma soprattutto per la pressione arrivata (post invasione dell’Ucraina) da un ampio numero di emittenti pubbliche, diverse delle quali avevano minacciato forfait all’Eurovision Song Contest 2022 di Torino se in gara fosse rimasta la Russia.

All’esclusione dall’evento è poi seguita la sospensione come membri EBU-UER: come spiegato nel 2022 dallo stesso Martin Österdahl, si discuteva da molto tempo della sospensione delle tre emittenti di radiodiffusione russe (RTR, Channel One e RDO) dal consorzio, per gli stessi motivi che avevano portato l’anno precedente alla sospensione della BTRC (Bielorussia), ovvero una mancanza di indipendenza delle emittenti pubbliche e mancanza di libertà di espressione (dunque non per l’invasione dell’Ucraina).

La questione Israele, EBU-UER ed Eurovision Song Contest: Se Russia e Bielorussia sono stati sospesi come membri EBU-UER, e di conseguenza esclusi dall’Eurovision Song Contest per i motivi esposti sopra, per Israele la questione è diversa.

KAN, l’emittente pubblica israeliana, ad oggi rispetta ancora tutti i principi per l’adesione all’EBU-UER, in primis quello di fare informazione in modo indipendente, dando voce anche agli oppositori dell’attuale governo in carica.

Non è un caso che nel novembre 2024 nel giro di poche settimane furono presentati proprio da ministri dell’attuale governo due disegni di legge che mettevano a rischio l’indipendenza editoriale e finanziaria del’emittente pubblica e addirittura la sua stessa esistenza (privatizzazione o chiusura definitiva).

Dunque, da una parte non ci sono i presupposti legali per espellere KAN dall’EBU-UER e allo stesso tempo, la tv pubblica israeliana è libera di decidere se partecipare all’Eurovision Song Contest e chi portare in gara, purché rispetti le regole del concorso.

Anche sul fronte delle campagne pubblicitarie a sostegno della rappresentante israeliana, finché si svolgono attività legali e alla luce del giorno, nessuno può contestare nulla, visto che anche altri partecipanti, seppur in misura minore, hanno investito su questo fronte.

E per lo sponsor israeliano Moroccanoil? È uno sponsor, come tale paga la sua quota, come tutti gli sponsor precedenti, ma non infuenza in alcun modo il concorso o le decisioni di chi lo organizza, tra l’altro, a titolo di pura curiosità, nessun membro attuale del Reference Group dell’Eurovision Song Contest, l’organo preposto alla sovrintendenza dell’organizzazione dell’evento, è israeliano.

Un danno di immagine per l’Eurovision Song Contest. Fin qui vi abbiamo spiegato il contesto, per capire meglio perché né gli organizzatori né l’EBU-UER ad oggi sono intervenuti in maniera drastica sulla partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest.

È più che ovvio che l’opinione pubblica, e in generale chi segue l’evento, siano inorriditi e sconvolti da quanto sta succedendo nella striscia di Gaza, ma l’emittente pubblica di Israele non è la causa del problema, così come pretendere che il Paese non partecipi più all’Eurovision Song Contest non è compito della politica internazionale e non risolverà di certo il conflitto israelo palestinese.

Agli organizzatori dell’Eurovision Song Contest, così come all’EBU-UER, si può chiedere piuttosto l’apertura di una discussione, un confronto, su come migliorare il meccanismo di voto, soprattutto quello online, di cui abbiamo già detto, onde evitare che qualcuno ne abusi.

Uscire da questa situazione, che inevitabilmente rischia di danneggiare l’immagine dell’evento stesso, non è facile. Un ruolo centrale lo avranno le altre emittenti pubbliche europee, quanto saranno capaci di unirsi tra loro per richiedere l’esclusione dal concorso dell’emittente pubblica KAN e di Israele e se arriveranno anche a minacciare la non partecipazione, pur di ottenere questo risultato.

Aggiornamento: In queste ore – ad Eurovision Song Contest concluso – stanno emergendo diverse questioni relative al voting. Il terzo posto di Israele, favorito da una campagna promozionale tramite Google Ads dell’agenzia governativa pubblicitaria di Israele. Un meccanismo legale e del resto non è la prima volta che altri Paesi si sono comportati allo stesso modo. La vittoria di Ruslana nel 2024 in quota Ucraina e quella di Ell & Nikki nel 2011 per l’Azerbaigian furono entrambe costrute dalla Euromedia Company, una società di management e marketing con forti campagne di investimento promozionale, addirittura 1 milione di Euro nel caso degl ucraini.

Lo stesso team azero fu più volte trovato coinvolto suo malgrado in queste situazioni e nel 2015 un identico problema coinvolse Malta, travolta dallo scandalo delle quotazioni gonfiate per Destiny Chukunyere, allo scopo di farla salire nelle odds. Dunque sin qui nulla di illecito e anzi nel 2024 fu lo stesso Ministero degli Esteri di Israele a dire di aver mobilitato, anche praticamente le sue ambasciate a sostegno di Eden Golan così come stavolta, attraverso le piattafome social, agenzie legate al Governo si sono mobilitate per Yuval Raphael. A questo si è aggiunto il clamoroso “bug” del voting online tramite carta di credito, che in diversi Paesi è possibile senza un effettivo riconoscimento della provenienza del voto.

Tutto questo però, va detto, non ha nulla a che fare con KAN, l’emittente israeliana associata ad EBU, che non è in alcun modo coinvolta direttamente in questo meccanismo. Per questo motivo, proviamo a spiegare perchè continuare a sostenere che l’esclusione di Israele dal concorso sia la giusta soluzione è sbagliato e sopratutto non risolutivo rispondendo ad alcuni quesiti in materia. Curioso che chi oggi se la prende con Israele per questa “promozione” non si sia invece scandalizzato a suo tempo con azeri o maltesi, o con gli ucraini.

All’Eurovision non partecipano i Governi o gli Stati, bensì le tv. Eurovision è un concorso fra televisioni e come abbiamo già spiegato lo scorso anno, KAN non sta violando alcuna norma della EBU. La tv israeliana lotta per la sua indipendenza: Netanyahu sta provando a chiuderla già dal 2023: per due volte la Knesset ha votato contro e nel Novembre 2024 sono stati presentati proprio da ministri dell’attuale governo due disegni di legge che mettevano a rischio l’indipendenza editoriale e finanziaria della tv pubblica e addirittura la sua stessa esistenza, uno dei quali ne chiedeva la privatizzazione. I giornalisti di KAN che stanno dando voce alle proteste e all’opposizione e criticano il Governo sono anche  stati più volte minacciati.

Fondamentale scindere quindi l’azione del Governo da quella della Tv, che è nata nel 2017-18 dopo che IBA era stata chiusa per debiti.L’adesione ad EBU si è basata su un attento esame legale e sul rispetto degli standard dell’EBU, tra cui l’indipendenza editoriale e gli obblighi di servizio pubblico.Chi chiede l’espulsione di Israele per motivi politici o geopolitici, sta chiedendo di politicizzae EBU stessa, andando contro il suo statuto.

Le tv russe sono state sospese a tempo indeterminato (non “espulse”) non per l’invasione dell’Ucraina ma per come questa è stata raccontata, per le continue violazioni del codice di condotta oltrechè per l’utilizzo del mezzo pubblico per fare propaganda alle tesi di Putin.  Le tv di Mosca sono quindi di fatto il “braccio armato del Governo”

KAN invece, come detto non è nella stessa situazione. Quanto alle tv bielorusse, sono state sospese perchè hanno più volte mostrato i manifestanti contro il presidente Lukashenko legati ed imbavagliati o estorto loro finte confessioni in diretta tv. Come anche in Russia, i giornalisti, sia locali che stranieri, che hanno provato a raccontare le manifestazioni di protesta, sono stati pestati, incarcerati ed è stato loro tolto il visto d’ingresso e lavoro. I giornalisti della tv pubblica russa e bielorussa che hanno provato a raccontare una narrazione diversa da quella ufficiale sono stati cacciati. Ivan Urgant, conduttore dell’Eurovision 2009 e fra i primi oppositori del regime di Putin, si è visto sospendere il programma – il più visto della Russia – con effetto immediato. Lo stesso è successo ad Evgenyi Perlin, voce eurovisiva della Bielorussia.

I Galasy ZMesta furono squalificati perchè nella loro canzone esaltavano le persecuzioni nei confronti di chi manifestava contro Lukashenko e addirittura dileggiavano chi era stato incarcerato per essersi opposto alle politiche del presidente.

Lo fanno tutti, da sempre. Particolarmente dal 1993, da quando cioè sono entrati in gara i Paesi del blocco orientale, l’Eurovision ha accresciuto il proprio ruolo di arena diplomatica, dove si intessono relazioni di ogni genere ed è usato come metro per la costruzione di una “scala di europeismo”. Ogni Paese sfrutta la partecipazione all’Eurovision per raccontare la propria narrazione. Le tre vittorie all’Eurovision dell’Ucraina (2004, 2016, 2022) corrispondono “casualmente” con tre momenti poltici particolari del Paese (rispettivamente: la rivoluzione arancione che ha spodestato i filorussi; l’invasione russa della Crimea e la guerra d’invasione mossa dalla Russia); gli Hatari (Islanda) a Tel Aviv 2019 portarono una narrazione filopalestinese con tanto di bandiera in green room; l’Armenia ha raccontato i 100 anni dal genocidio da parte dei turchi, non riconosciuto da questi ultimi. L’EBU esamina attentamente testi, esibizioni, comportamenti e trasmissioni. E KAN non rappresenta il governo israeliano, rappresenta la radiodiffusione pubblica.

Moroccanoil è uno sponsor di Eurovision e paga soldi, come in passato altri aziende, ma non influenza minimamente le decisioni di EBU, come non lo fa nessuno sponsor. Il problema qual è dunque? Che sia stata fondata da un israeliano? Molte aziende dell’Eurovision hanno legami con diversi paesi. Quest’anno per esempio c’era Easyjet, fondata da un anglo-cipriota. Qualche anno fa c’era Schwarzopf, tedesca. Che si fa dunque, si decidono li sponsor aziendali in base alle politiche nazionali? È un percorso scivoloso. Se c’è una specifica violazione dell’etica della sponsorizzazione, dovrebbe essere affrontata separatamente, sulla base dei fatti. Inoltre, nessuno dei membri del Reference Group, che ha potere decisionale sulla rassegna, è israeliano. Peraltro, il contratto con Moroccanoil è appena scaduto e non verrà rinnovato.

EBU è un’organizzazione radiotelevisiva, non una ONG umanitaria. La sua missione è sostenere i media pubblici e produrre eventi culturali come l’Eurovision Song Contest, non raccogliere o distribuire donazioni in risposta a crisi globali. Ad oggi, l’EBU non ha mai reindirizzato i ricavi del televoto dell’Eurovision a cause umanitarie, né durante la guerra in Ucraina, la crisi dei rifugiati siriani, i disastri naturali o le pandemie. Il concorso ha sempre mantenuto una netta separazione tra intrattenimento e raccolta fondi benefica.

Detto questo, sono state fatte nel corso degli anni diverse raccolte fondi attorno all’Eurovision, ma sempre al di fuori del quadro ufficiale dell’EBU. Le stazioni radio affiliate all’EBU hanno raccolto milioni di dollari attraverso l’iniziativa Serious Request” per gli aiuti umanitari globali. I fan hanno organizzato “EurovisionAgain” durante la pandemia, raccogliendo decine di migliaia di dollari per enti di beneficenza; senza contare le iniziative dei singoli, per esempio la vendita all’asta del trofeo dell’Eurovision Song Contest e del bucket rosa da parte del leader dei Kalush Orchestra; l’iniziativa personale di Baby Lasagna; o il conduttore di Eurovision 2019 Assi Azar che ha donato il suo ingaggio a favore della comunità LGBT israeliana.Tuttavia, nessuna di queste iniziative ha coinvolto entrate controllate dall’EBU o meccanismi ufficiali del concorso.

L’Eurovision Song Contest è un evento senza scopo di lucro, finanziato principalmente da: quote di partecipazione versate dalle emittenti nazionali; contributi delle etichette discografiche o dei produttori o degli artisti;  supporto dell’emittente e della città ospitante, entrate commerciali come sponsorizzazioni, vendita dei biglietti, televoto e merchandising. Questi ricavi vengono reinvestiti per coprire i costi di produzione e organizzazione e aiutano sia l’EBU che le sue emittenti.

Introdurre un precedente, donando fondi per il televoto a una causa specifica, soprattutto in risposta a un conflitto ignorandone altri, rischia di politicizzare il concorso e di minarne il modello di finanziamento e la missione apolitica.

Se c’è un serio interesse a integrare le donazioni benefiche nell’Eurovision, è necessario discuterne in modo da renderla una politica coerente e a lungo termine, applicata equamente in tutte le crisi, non come una reazione legata a una singola situazione.

Il sistema di voto cambia periodicamente e viene votato dai membri dell’EBU, non come risposta politica, ma per migliorarne l’equità. Certamente non viene cambiato in favore o contro alcuni Paesi. Le criticità emerse in questa edizione, soprattutto nel voting online fanno chiaramente emergere alcune falle, di cui EBU ed il reference group dovranno necessariamente discutere. Ma sicuramente i cambiamenti avverranno per il bene del concorso, non di questo o quel Paese o per venire incontro a richieste politiche.

Quello che colpisce è soprattutto l’eccessiva leggerezza con cui questa questione viene affrontata anche sui media, per i quali forse è troppo faticoso – o poco conveniente – fare distinzioni fra il Governo israeliano e la sua tv, fra Netanyahu e la gente di Israele, sempre di più quella che si sta ribellando.

Certamente sta crescendo, nel substrato dei fan eurovisivi, una categoria di fan tossici, che si riempiono la bocca con le parole inclusione e tolleranza e poi sono pronti a fischiare artisti che hanno la “colpa”- come nel caso di Yuval Rapahel – di non essere morti sotto le bombe e invece di essere sopravvissuti. Sono quegli stessi fan tossici di cui si è parlato nel corso di un panel all’Università di Basilea andato in scena durante l’Eurovision. In quella occasione – il tema era – (Un)fairness in Eurovision – l’ex dj dell’Euroclub, Alna Tubery ha raccontato: “L’organizzione è a cura di OGAE e ci sono due regole, non possiamo suonare remix e da due anni non possiamo suonare musica israeliana. Io non sono d’accordo, la trovo una forma di censura.La regola che non si possono suonare i remix fa parte di una guideline creata perché esiste un gruppo di fanatici il quale pensa di possedere il dj o l’artista e quindi abbia il diritto di dire a loro cosa possono suonare e cosa no o cosa cantare. Ma noi siamo artisti, non jukeboxes. Per realizzare i remix, le case discografiche e le delegazioni spendono soldi: se non possiamo suonarli all’Euroclub, dove altro possiamo? Questi fanatici vogliono che suoniamo sempre e solo le stesse 20 canzoni, nelle versioni originali. E non suonare musica di Israele non lo trovo giusto, per questo mi sono rifiutato di suonare ancora in quel contesto.”

Escludere Israele dal concorso senza che la tv abbia violato alcuna regola non aiuterà a risolvere il conflitto di Gaza. Forse renderebbe più bello il concorso a chi vorrebbe farsi il suo Eurovision ideale, certamente ne tradirebbe lo spirito da cui è originato.

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