ESC 2026 – 🇮🇱 Israele: Israele fa pressione sull’ESC e mette in dubbio il suo futuro in caso di vittoria della Finlandia

Israele fa pressione sull’Eurovision Song Contest e mette in dubbio il suo futuro in caso di vittoria della Finlandia. Inoltre, parla di regole “anti-israeliane”, prevede problemi di sicurezza e colloca ancora una volta il Festival in un contesto sempre meno musicale.

Quella che dovrebbe essere una competizione musicale ha preso ancora una volta una brutta piega. La delegazione israeliana all’Eurovision Song Contest non è più concentrata solo sul palco, sta guardando le quote delle scommesse e il contesto generale.

Secondo il sito di notizie Ynet, all’interno della delegazione c’è una particolare preoccupazione per una possibile vittoria della Finlandia. Non per la canzone in sé, ma per ciò che implicherebbe, dover viaggiare in Finlandia l’anno prossimo in quella che loro stessi definiscono un’atmosfera “tesa”. La conclusione è chiara, sarebbe “molto impegnativo”.

“Se la Finlandia vince, sarà una situazione molto difficile per noi”, affermano fonti interne alla delegazione, che sottolineano la “situazione tesa con i finlandesi” e la preoccupazione di dover viaggiare nel Paese l’anno prossimo in caso di vittoria. Le stesse fonti sostengono che, qualora si verificasse questo scenario, Israele dovrebbe “discutere di queste questioni molto seriamente”.

Ma non è tutto. La delegazione si spinge oltre, suggerendo che la sua partecipazione all’Eurovision Song Contest 2027 non sia garantita se questo scenario si concretizzasse. In altre parole, l’esito dell’Eurovision Song Contest sta iniziando a essere influenzato da fattori esterni al festival stesso.

A tutto ciò si aggiunge un altro problema, l’appello al voto ebraico nel televoto. Non è un dettaglio di poco conto. Introduce una strategia di blocco in un evento che dovrebbe essere incentrato sulle canzoni. E fa sì che la competizione non sembri più equa per tutti.

Allo stesso tempo, Israele attacca le nuove regole del concorso, definendole esplicitamente “anti-israeliane”. Questa retorica non è nuova, ma in questo contesto suona meno come una specifica lamentela e più come una strategia, mettere in discussione le regole, anticipare il conflitto e affermare la propria posizione ancor prima che accada qualcosa.

Ecco il problema, la presenza di Israele, nel contesto attuale, non è neutrale. Porta con sé un peso politico e di sicurezza che ha un impatto diretto sugli altri partecipanti e sull’organizzazione. E, lungi dal placarsi, questa tensione viene ulteriormente alimentata da dichiarazioni come queste.

Nel frattempo, l’EBU mantiene la sua linea ufficiale di neutralità ed evita di commentare queste accuse. Con le scommesse al centro dell’attenzione e il contesto geopolitico in primo piano, l’Eurovision Song Contest si trova ad affrontare un’edizione in cui la musica, ancora una volta, compete con tutto ciò che la circonda.

Aggiornamento: A Vienna sono attese contestazioni, possibili boicottaggi e misure di sicurezza rafforzate per la delegazione israeliana. Tra pressioni internazionali, nuove regole di voto e rapporti diplomatici complessi, il team guidato da Noam Bettan prepara la competizione puntando al primo posto, nonostante un clima definito «difficile e incerto».

Non è più una semplice polemica, né un episodio isolato. È diventato un riflesso quasi automatico. Dai fischi contro le delegazioni israeliane negli eventi sportivi internazionali alle contestazioni nel mondo dell’arte – come alla Biennale di Venezia – fino alle tensioni che accompagnano l’imminente Eurovision Song Contest 2026, il copione sembra ripetersi con una regolarità disarmante. Cambia il contesto, non la dinamica: artisti e atleti finiscono al centro di tensioni politiche che non hanno contribuito a generare.

Il caso dell’Eurovision Song Contest, in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio 2026, è emblematico. Le anticipazioni parlano di un clima teso per la delegazione israeliana: possibili proteste, bandiere palestinesi tra il pubblico e un dispositivo di sicurezza rafforzato. Alcuni Paesi avrebbero valutato o annunciato forme di boicottaggio legate alla partecipazione di Israele, mentre le recenti modifiche al sistema di voto potrebbero incidere sull’equilibrio tra giuria e televoto.

Eppure, sul palco saliranno artisti, non governi. Tra loro il team guidato da Noam Bettan, determinato a giocarsi fino in fondo le proprie possibilità. È qui che emerge il paradosso: la cultura viene invocata come spazio universale, ma spesso giudicata attraverso la lente della geopolitica.

Non è la prima volta che Israele si confronta con ostacoli, pressioni e tentativi di isolamento nel contesto dell’Eurovision Song Contest. A pochi giorni dalla finale, la delegazione lavora lontano dai riflettori, concentrata esclusivamente sulla performance.

Bettan porterà sul palco “Michelle”, brano scritto insieme a Yuval Raphael, Tzlil Klifi e Nadav Aharoni. La produzione promette elementi scenici aggiuntivi, ma una presenza è già confermata: il ballerino Lihi Freud, protagonista del videoclip, sarà sul palco con lui durante l’esibizione.

Negli ultimi anni, come riportato anche in un lungo e dettagliato articolo di Ynet il contesto attorno alla partecipazione israeliana si è progressivamente complicato, complice la situazione geopolitica.

Anche quest’anno lo scenario non appare diverso: l’assenza della delegazione da alcuni eventi preparatori, per ragioni di sicurezza, ha ridotto le occasioni di contatto diretto con gli altri Paesi.

Durante il conflitto con l’Iran, inoltre, la chiusura dello spazio aereo ha impedito la partecipazione al tradizionale incontro dei capi delegazione, momento chiave per i rapporti diplomatici informali.

Eppure, il quadro non è uniforme. «Alcune delegazioni fanno più rumore, come Svezia e Finlandia, ma succede ogni anno», racconta una fonte. «Con molte altre i rapporti restano buoni», spiega Tzafir, direttore della delegazione.

Non mancano segnali più distensivi sul piano personale: «Noam mi ha riferito di uno scambio con la rappresentante francese, molto gentile con lui».

Anche dal Belgio, spesso critico, arrivano aperture. La cantante ESSYLA ha dichiarato: «Capisco le polemiche, ma l’Eurovision Song Contest resta una grande famiglia musicale unita dalla musica».

Accanto alla dimensione artistica, la sicurezza resta centrale. A Vienna, nonostante l’Austria sia considerata un Paese amico, il livello di protezione non verrà ridotto.

La delegazione avrà numeri simili agli anni precedenti, ma con un dispositivo paragonabile a quello delle edizioni più delicate. «L’ostilità nei confronti di Israele è aumentata», spiega Tzafir. «Le informazioni in nostro possesso indicano un contesto complesso». Un’altra fonte aggiunge: «Ci aspettiamo proteste e possibili episodi spiacevoli. Nulla viene sottovalutato».

Il momento più critico resta quello della scorsa edizione a Malmö, durante la sfilata sul tappeto turchese. Tra bandiere e contestazioni, una persona mimò un gesto minaccioso nei confronti di Yuval Raphael. La delegazione presentò denuncia, senza però ricevere aggiornamenti. «Situazioni simili potrebbero ripetersi», ammette una fonte. «Ma non rinunceremo a partecipare».

Il team si prepara anche a possibili contestazioni durante le esibizioni. «È un artista mentalmente solido», spiega Tzafir riferendosi a Bettan. «Sa gestire la pressione». E sui fischi sottolinea: «Non sono piacevoli, ma possono trasformarsi in energia. A volte generano persino empatia nel pubblico televisivo».

Per il 70° anniversario, l’European Broadcasting Union ha cercato un equilibrio tra partecipazione e tensioni politiche. La presenza israeliana è stata oggetto di discussione per mesi, con il rischio concreto di esclusione durante la guerra a Gaza.

Alla riunione decisiva di Ginevra, diversi Paesi – tra cui Spagna, Irlanda, Slovenia e Paesi Bassi – avevano minacciato il boicottaggio. Il compromesso ha portato a nuove regole: ritorno delle giurie nelle semifinali e riduzione dei voti per telefono.

Misure che Israele interpreta come un tentativo di ridurre il peso del televoto. Tzafir, però, resta ottimista: «Il sostegno delle comunità ebraiche in Europa è spontaneo e forte».

Nel frattempo, alcune emittenti hanno scelto di non trasmettere l’evento: in Spagna accadrà per la prima volta dagli anni ’60, mentre in Slovenia andranno in onda film palestinesi durante la manifestazione.

Nonostante tutto, l’ambizione resta dichiarata: «Puntiamo al primo posto», è il mantra della delegazione. Prima della finale, Bettan dovrà superare la semifinale del 12 maggio. Sul palco ci saranno anche Italia e Germania, già qualificate. «Non prendiamo in considerazione l’idea di non passare il turno», confida una fonte vicina a Kan.

Lo sguardo è già rivolto al 2027. L’obiettivo è portare l’Eurovision in Israele, evitando scenari simili a quello ucraino, costretta a ospitare l’evento all’estero. Tra i favoriti figura la Finlandia, ipotesi che genera preoccupazione: «Se vincessero loro, sarebbe una sfida molto complessa. L’ostilità cresce e va affrontata con realismo».

Secondo l’EBU, sono già stati venduti circa 95.000 biglietti per i nove spettacoli dell’Eurovision Song Contest. I principali acquirenti provengono dall’Austria, seguita da Germania, Regno Unito, Svizzera, Stati Uniti, Francia, Australia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Paesi Bassi. Israele non figura tra i primi dieci Paesi, ma il sostegno del pubblico non mancherà. A Vienna è attesa comunque una presenza significativa di tifosi pronti a sostenere Bettan.

Dobbiamo ricordare inoltre, una lettera di oltre 1.000 celebrità contro l’esclusione d’Israele dall’Eurovision Song Contest.

Tra le celebrità che hanno firmato la lettera della CCP, compaiono le attrici Amy Schumer, Mila Kunis, Helen Mirren e Mayim Bialik, gli attori Liev Schreiber e Brett Gelman, i musicisti Gene Simmons, Boy George e Matisyahu e la produttrice discografica Sharon Osbourne (vedova del musicista Ozzy Osbourne).

Recentemente, più di 1.000 celebrità ed esponenti dell’industria dello spettacolo hanno firmato una lettera aperta della CCP (Creative Community for Peace) per sostenere l’inclusione d’Israele all’Eurovision Song Contest. Una risposta alle numerose campagne per escluderlo dalla prossima edizione, che si terrà a Vienna dal 12 al 16 maggio e che vedrà lo Stato Ebraico venire rappresentato dal cantante Noam Bettan.

“Noi, membri firmatari dell’industria dell’intrattenimento, scriviamo per esprimere il nostro sostegno alla permanenza di Israele all’Eurovision Song Contest”, si legge all’inizio della lettera.

“Siamo rimasti scioccati e delusi nel vedere alcuni membri della comunità dello spettacolo chiedere l’esclusione di Israele dal concorso per aver reagito al più grande massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto. Il 7 ottobre, un festival musicale nato per celebrare la vita (il Nova Music Festival, ndr) è stato attaccato da Hamas, causando la morte di 364 civili innocenti, il ferimento e la tortura di centinaia di persone, il sequestro di oltre 40 partecipanti e lo stupro di molte altre”.

La lettera continua spiegando che “Israele sta combattendo una guerra contro un gruppo terroristico designato come tale dall’Unione Europea che, ancora una volta, ha violato il cessate il fuoco quel giorno, massacrando oltre 1.200 persone. L’attuale ondata di combattimenti non è una guerra che Israele ha voluto o iniziato. Punire Israele sarebbe un’inversione della giustizia”.

Viene anche ricordato che “Israele vanta anche una storia lunga e gloriosa all’Eurovision. Ciò include le vittorie ottenute nel 1978, 1979, 1998 e 2018, e la presenza di un gruppo eterogeneo di artisti che hanno rappresentato il Paese, tra cui palestinesi (Mira Awad), etiopi (Eden Alene) e membri della comunità LGBTQIA+ (Dana International)”.

I firmatari aggiungono che “crediamo che eventi unificanti come competizioni musicali siano cruciali per aiutare a superare le nostre differenze culturali e unire le persone di tutti i retroterra attraverso il loro comune amore per la musica. […] Sosteniamo la vostra decisione di opporsi alle richieste di espellere Israele dal concorso e non vediamo l’ora di assistere ad un Eurovision di successo ed eccitante”.

Tra le celebrità che hanno firmato la lettera della CCP, compaiono le attrici Amy Schumer, Mila Kunis, Helen Mirren e Mayim Bialik, gli attori Liev Schreiber e Brett Gelman, i musicisti Gene Simmons, Boy George e Matisyahu e la produttrice discografica Sharon Osbourne (vedova del musicista Ozzy Osbourne).

Quando hanno firmato un precedente appello, alcuni dei firmatari hanno rilasciato delle dichiarazioni in merito. Simmons, bassista israelo-americano e co-fondatore del gruppo dei Kiss, ha affermato: “La musica unisce le persone di tutti i retroterra. È la sola lingua che chiunque può comprendere. È una cosa meravigliosa ed è un ottimo modo per portare insieme le persone. Coloro che chiedono di escludere un cantante israeliano dall’Eurovision non spostano l’ago della bilancia in direzione della pace, ma rendono solo il mondo ancora più diviso”.

Di un simile avviso anche la Bialik, nota per il ruolo di Amy nella sitcom The Big Bang Theory: “Dopo un orrendo attacco sui civili israeliani, gli appelli al boicottaggio e l’esclusione di artisti israeliani da eventi internazionali semplicemente perché sono israeliani è abominevole e vergognoso. Prendere di mira i musicisti israeliani in questo modo macchia lo spirito unificante dell’Eurovision”.

Alcuni dei firmatari hanno preso posizione in difesa d’Israele anche in altre occasioni: il 7 aprile, il musicista britannico Boy George ha affermato in un tweet: “Va molto di moda odiare Israele, ma ho sempre detto che ‘la moda è per i deboli, lo stile per i coraggiosi’”.

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