Sanremo 2025: Al via il 14 dicembre su Rai Radio1 e disponibile su RaiPlay Sound “Sanremo Night (tutte le canzoni del Festival dalla A alla Z)”

57 puntate da 40′ per ripercorrere 74 anni di Festival attraverso tutte le canzoni in gara, presentate in ordine alfabetico.

Tutte le canzoni in gara a Sanremo dal 1951 al 2024 presentate in ordine alfabetico: una roba da veri patiti del Festival, ideata da Mario Pezzolla, storico autore di grandi edizioni di Sanremo al fianco di Pippo Baudo, che ha realizzato questo format destinato alla radio. Vero, noi parliamo essenzialmente di tv, ma l’idea di una ‘maratona sanremese’ con tutti i brani in gara, sia pura divisa in puntate, era troppo ‘intrigante’ per non portarla all’attenzione di chi ama il Festival.

Il programma si intitola ‘Sanremo Night (tutte le canzoni del Festival dalla A alla Z)’, in onda su Rai Radio1 – e disponibile su su RaiPlay Sound – dal 14 dicembre 2024 all’11 febbraio 2025 ogni notte, tra le 3 e le 5: in pratica una sorta di avvicinamento, massiccio, alla 75esima edizione del Festival della Canzone Italiana, in onda su Rai 1 dall’11 al 15 febbraio 2025.

Si tratta di 57 puntate da 40 minuti nelle quale si ascolteranno 30” di 50 canzoni a puntata. In questo modo c’è la possibilità di ascoltare tutte le 2.153 canzoni in gara nei primi 74 anni del Festival, presentate rigorosamente in ordine alfabetico, senza nessuna ‘concessione’ alla cronologia.

A rendere l’operazione ancora più interessante l’inserimento degli annunci originali dei vari presentatori delle 74 edizioni; in più le 2.153 canzoni sono state recuperate in versione originale dall’archivio Rai. Canzoni che rappresentano un patrimonio unico del Paese. “Sanremo Night (tutte le canzoni del Festival dalla A alla Z)” potrà essere ascoltato anche su RaiPlay Sound.

Per chi ama Sanremo, non solo nei suoi aspetti tv, e per chi è curioso dell’evoluzione del gusto, del costume e anche del rapporto con la musica rappresentato dal Festival questo Sanremo Night (tutte le canzoni del Festival dalla A alla Z) sarà decisamente un contenuto da tenere d’occhio. E buon ascolto.

Aggiornamento: Nasce da un’idea di Mario Pezzolla, storico autore di grandi Festival di Sanremo al fianco di Pippo Baudo, “Sanremo Night (tutte le canzoni del Festival dalla A alla Z)”. Mario Pezzolla mette in fila, ordinate per titoli dalla A alla Z, tutte le canzoni che sono andate in gara a Sanremo in 74 anni, 30 secondi a canzone, con rapida presentazione, per un totale di 2.153 titoli, in 57 puntate da 40 minuti. A rendere ancora più interessante e ricca la trasmissione, sarà la presenza degli annunci originali dei vari presentatori che si sono avvicendati nel corso degli anni sul prestigioso palco del Festival.

La trasmissione accompagnerà gli appassionati della musica in generale e del Festival in particolare fino alla partenza della nuova edizione del Festival di Sanremo. “Sanremo Night (tutte le canzoni del Festival dalla A alla Z)” andrà in onda su Rai Radio1 dal 14 dicembre 2024 fino all’11 febbraio 2025 ogni notte, tra le 3 e le 5, con l’ascolto di 50 canzoni a notte, tassativamente in ordine alfabetico e quindi non legate all’anno in cui sono state proposte in gara. Tutti i 2.153 brani, dal 1951 al 2024, sono stati recuperati in versione originale dall’inesauribile archivio Rai. Canzoni che rappresentano un patrimonio unico del Paese. “Sanremo Night (tutte le canzoni del Festival dalla A alla Z)” potrà essere ascoltato anche su RaiPlay Sound. 

Sanremo Story. La storia della più affascinante manifestazione della canzone italiana, denominata Festival di Sanremo, racchiusa in 60 puntate: è questo “Sanremo Story” per Radio Techetè. Gioie e dolori, amori e gossip, testi e musiche rivivranno attraverso i racconti e gli aneddoti dei protagonisti del Festival. Una storia appassionante destinata a continuare. Ad impreziosire questo incredibile viaggio, ideato e condotto da Luigi Di Dieco, sono le voci dei protagonisti di questi tanti anni di musica e passioni. Conduttori, autori e interpreti ridanno vita, attraverso i propri ricordi, alle 72 edizioni del Festival della canzone italiana insieme con le significative testimonianze degli addetti ai lavori direttamente coinvolti.

1. Le origini – la nascita – Il RadioCorriere ed il primo Festival di Sanremo 1951. 1951 – Come tutto ebbe inizio… Il primo Festival della storia presso il Salone delle feste del Casinò municipale di Sanremo. La stampa ignorò la valenza della manifestazione ed il Radio Corriere fu tra le uniche testate a parlarne… Chi vince il Festival? Ce ne parla Mogol.

2. 1952-1953 – il Triplete di Nilla Pizzi. 1952-1953 – Nilla Pizzi diventa la Regina della canzone italiana conquistando l’intero podio ed imponendosi come la voce più bella e seducente del panorama musicale italiano.

3. 1954-1955 -Tv Sorrisi e Canzoni – e il primo Festival in TV. 1954-1955 – Sorrisi e Canzoni d’Italia (l’odierno Tv Sorrisi e Canzoni) diventa un settimanale e punta tutto sul Festival di Sanremo – Arriva finalmente il primo Festival di Sanremo in TV!.

4. 1956-1957 -Il Festival di Sanremo il primo talent della storia- L’avvento del Jukebox. 1956-1957 – Il Festival di Sanremo parte in tour nei principali teatri italiani per selezionare le voci più belle da portare in gara nella città dei fiori, diventando così il padre di tutti i talent considerata la formula innovativa… In Italia arriva il jukebox e tutti ascoltano sempre più musica.

5. 1958-1959 – arrivano i cantautori – il trionfo di Domenico Modugno e Johnny Dorelli. 1958-1959 – Al Festival di Sanremo arrivano finalmente in gara i cantautori – Il 1958 è l’anno di Nel blu dipinto di blu (Volare).In questo biennio trionfano letteralmente iDomenico Modugno e Johnny Dorelli…

6. 1960-1961 – i Favolosi anni ’60 – a Sanremo è tempo di Rock’n’Roll. 1960-1961 – Il Voto Festival! La prima forma embrionale di votazione popolare che portò gli italiani a votare i cantanti in gara attraverso le schedine dell’Enalotto. Nel mondo inizia a diffondersi una vera e propria rivoluziona musicale… Il Rock’n’Roll!.

7. 1962-1963 – il Voto-Festival – Il primo festival di Mike Bongiorno.1962-1963 – il Voto-Festival,per quanto innovativo, portò a dover rimandare la proclamazione dei vincitori e dunque la finale di quasi una settimana… Era finalmente arrivato il momento di Mike Bongiorno a Sanremo e….

8. 1964-1965 – Sanremo diventa internazionale – La protesta delle case discografiche. 1964 – 1965 – In Italia iniziarono a sentirsi gli effetti della prima grande crisi economica dal dopoguerra… Mentre il Festival di Sanremo diventa internazionale grazie all’arrivo in gara di nomi internazionali…Le case discografiche però non accettano di buon grado alcune regole ed allora…

9. 1966-1967 – La Beatles-mania – L’addio di Luigi Tenco. 1966-1967 – La Beatles-mania – L’addio di Luigi Tenco 1966-1967 – Sul panorama musicale mondiale i Beatles imposero un nuovo modo di fare musica, in Italia nacquero tantissime nuove formazioni musicali… Il 27 Gennaio 1967 Luigi Tenco si toglie la vita a Sanremo…

10. 1968-1969 – Arriva Pippo Baudo, il caso Celentano /Don Backy – Lucio Battisti al Festival. 1968-1969 – Arriva Pippo Baudo, il caso Celentano /Don Backy – Lucio Battisti al Festival —– 10. 1968-1969 – Dopo l’esordio di Mike Bongiorno al Festival di Sanremo fu finalmente arrivato il momento di Pippo Baudo! Scoppia un singolare caso a Sanremo: Adriano Celentano e Don Backy rompono la loro storica amicizia durante il Festival . Arrivò per la prima ed unica volta in gara al Festival,Lucio Battisti che diede inizio alla sua…Avventura!.

11. 1970-1971 – I primi 20 anni di Festival – convocazioni per il festival ’71. 1970-1971 – Mentre in Italia si iniziò a parlare degli “anni di piombo” e iniziavano a diffondersi sempre più scioperi dettati dal malcontento generale…Per il Ventennale del festival della canzone italiana venne preparata una festa bellissima… Arrivò per la prima volta un super ospite italiano.

12. 1971 – 1972 – I vincitori del Festival ’71- Lucio Dalla ci prova per la 2° volta… Si arrivò dunque alla proclamazione dei vincitori del Festival di Sanremo del 1971. Lucio Dalla torna in gara per la 2° volta con l’indimenticabile “4/3/1943”,ma la canzone subì l’intervento della censura per…

13. 1973-1974 – “tutti contro” il Festival – la vittoria di Peppino di Capri. 1973-1974 – Il Festival aveva assunto negli anni la funzione specchio della società,ma nelle ultime edizioni sembrò essersi dimenticato di ciò che accadeva al di fuori delle sue porte e così iniziò ad essere criticato dalla stampa… A salvare la manifestazione arrivò il trio Salvetti- Ravera- Gigante!.

14. 1974- 1975 – la vittoria di Iva Zanicchi – l’industria discografica contro il Festival. 1974- 1975 – Furono gli anni della rivoluzione sessuale … A Sanremo qualcosa stava cambiando… Domenico Modugnò sfidò Iva Zanicchi e… Al Festival del ’75 invece l’intera industria discografica protestò contro l’organizzazione del Festival disertando la manifestazione.

15. 1975-1976 – il primo Festival senza “Big”. 1975-1976 – Fu, dunque, il primo Festival senza gli altisonanti nomi dei cantanti italiani più prestigiosi, ma qualcosa nell’aria stava mutando ed al Festival del 1976 si ottenne un primo riscatto!.

16. 1977 – Il primo Festival di Sanremo al Teatro Ariston!. 1977 – Dopo 26 anni che il Festival andava in scena dal salone delle feste del casinò municipale di Sanremo,il concorso dovette trovare una nuova casa… Ad accoglierlo tra le sue braccia fu il Teatro Ariston!.

17. 1978 – L’altra Domenica di Renzo Arbore si occupa di Sanremo… 1978 – Sulla Tv italiana iniziò ad essere sempre più richiesto il varietà. La voglia di leggerezza ed al contempo di sano intrattenimento stava impazzando e nacquero così programmi come L’altra Domenica condotta da Renzo Arbore che inviò una “squadra speciale” a prendersi burla del Festival di Sanremo…

18. 1979 – La canzone leggera. 1979 – Tornarono le telecamere della Rai a trasmettere interamente le 3 serate del Festival di Sanremo e la gara si fece ancora più dura…Tornarono le eliminazioni dirette in gara!

19. 1980 – il Festival compie 30 anni!. 1980 – Per i 30 anni del Festival della canzone italiana venne organizzata una nuova grande festa! La musica stava evolvendosi ed al Festival di Sanremo vinse per la prima volta il Rock!.

20. 1981 – i fantastici anni ’80 con la musica alla radio!. 1981 – Al Festival di Sanremo si mostrò tutta la voglia di far festa! Si tornò a rappresentare nel migliore dei modi il clima più sereno, speculare in quel momento, di un’Italia in preda all’entusiasmo e sempre più appassionata di musica.

21. 1982 – un’edizione… Mondiale!. 1982 – Un anno meraviglioso per l’Italia che avrebbe coronato il sogno Mondiale di lì a breve! Al Festival di Sanremo arrivarono gli ospiti internazionali a scatenare il meglio dei nuovi ritmi che stavano spopolando nel mondo ed a Sanremo fu l’anno di Riccardo….

22. 1983 – l’arrivo del Compact-Disc. 1983 – Con la nascita del CD, si diffuse un nuovo modo di ascoltare musica! A Sanremo il tricolore celebrava il mondiale appena conquistato e fu la volta che Vasco Rossi arrivò 25º.

23. 1984 – radio – tv e giornalisti invadono Sanremo!. 1984 – Con la liberalizzazione di radio e tv concessa dal governo italiano, tutti andarono a Sanremo! Migliaia di accrediti stampa furono emessi per concedere ai più di poter vivere il Festival da vicino e….

24. 1985 – occhio alle giovani promesse!. 1985 – Nella storia del Festival di Sanremo crebbe sempre di più il desiderio di curare un vero e proprio vivaio di giovani stelle nascenti della musica e quell’anno…

25. 1986 – Adesso tu e il trionfo di Eros Ramazzotti… 1986 – Sul palco del teatro Ariston non c’è tempo per essere colti alla sprovvista dalle emozioni, in pochi minuti la storia insegnerà che si è pronti a mettere in gioco l’intera carriera… Eros Ramazzotti divenne una star internazionale!.

26. 1987 – Grazie dei fiori…Bis!. 1987 – … Fu l’anno del trio Morandi Ruggeri Tozzi! Tutti parlavano del Festival e fu il primo vero successo mediatico della storia!.

27. 1988 – il trionfo di Massimo Ranieri con Perdere l’amore … Sanremo…Che ascolti!?. 1988 – Massimo Ranieri conquista il pubblico del Festival di Sanremo con l’indimenticabile Perdere l’amore … Il Festival di Sanremo riscuoteva sempre più successi negli ascolti e le canzoni sembravano essere eterne!.

28. 1989…Prima parte – cambio della direzione artistica!. 1989… Prima parte- Adriano Aragozzini diventa il nuovo direttore artistico del Festival di Sanremo a poche settimane dall’inizio della manifestazione… Una vera a propria corsa contro il tempo che porterà…..

29. 1989… Seconda parte – il trionfo di Fausto Leali ed Anna Oxa!. 1989… Seconda parte-Fausto Leali ed Anna Oxa conquistano il titolo! Torna la canzone spettacolo a Sanremo che registrò il primo record di ascolti proprio nella serata…

30. 1990 – 40 anni di Festival…Vincono i Pooh!. 1990 – Il quarantennale del festival della canzone italiana viene celebrato in un’enorme struttura con 3500 posti, un palcoscenico da 700 mq e la scenografia di un vero e proprio film colossal! A Sanremo è puro Show!.

31. 1991 – il Festival della pace!. 1991 – La dura legge dello spettacolo impone da sempre che lo spettacolo debba continuare sempre e per sempre. Scopriremo ancora una volta la funzione salvifica della musica in questa edizione del Festival.

32. 1992…Prima parte – Il caso … Sanremopoli!. 1992. Prima parte – Quasi parallelamente al caso politico Tangentopoli, a Sanremo si iniziò a parlare di Sanremopoli! In sala fa irruzione un uomo che urla il nome del vincitore. Adriano Aragozzini si racconta ai microfoni del Sanremo Story.

33. 1992. Seconda parte – Vincitori e vinti del Festival 1992. 1992…Seconda parte … La proclamazione dei vincitori del Festival del 1992 diede un po’ di respiro in quel clima turbato ormai dai pesanti dubbi sui quali la magistratura dovrà fare luce.

34. 1993 – Vince per la prima volta, il Rock a Sanremo!. 1993 – La vittoria del Festival di Sanremo non è più un… “Mistero” ! Le conduttrici del Festival e del Dopo-Festival si raccontano ai microfoni del Sanremo Story… Nasce una nuova stella: Laura Pausini!.

35. 1994 – Nilla Pizzi torna nella città dei fiori dopo 33 anni! Nella sezione “Giovani” vince…And. 1994 – L’organizzazione del Festival di Sanremo torna dopo 16 anni nelle mani della RAI ! Aleandro Baldi ed Andre Bocelli vincono il Festival nelle rispettive categorie…

36. 1995 – Giorgia strega il Teatro Ariston conquistando 4 riconoscimenti per la 1° volta volta. 1995 – Super Pippo Baudo salva, in diretta televisiva, l’uomo che minacciò di… Il Trionfo di Giorgia!.

37. 1996 – Il premio della critica viene intitolato a Mia Martini…Lo strano caso Elio e le storie tese. 1997 – Testa a testa tra i primi classificati… La polemica torna ad infuriare al Festival e….La classifica non fu clemente con…

38. 1997 – Il ritorno di Mike Bongiorno! Piero Chiambretti ci racconta quel Festival… 1997. Torna Mike Bongiorno alla guida del Festival di Sanremo. Questo sarà il suo 11° ed ultimo festival. Insieme con Mike arriva in riviera Piero Chiambretti che ci racconta i retroscena di quel Festival.

39. 1998 – Nella città dei fiori è il momento di Raimondo Vianello!. 1998… Cambio di guardia al Festival, arriva Raimondo Vianello! A cambiare sarà anche il regolamento che permise di ….La vincitrice assoluta del Festival si racconta…

40. 1999 – Inizia l’era di Fabio Fazio! A co-condurre il Festival di Sanremo per la prima volta nella st. 1999. È il momento il Fabio Fazio! Sul palco dell’Ariston arriva il premio Nobel per la medicina…

41. 2000. Fabio Fazio, Luciano Pavarotti e Teo Teocoli presentano il Festival. 2000- Fabio Fazio, Luciano Pavarotti e Teo Teocoli presentano il primo Festival degli anni 2000 ed è subito record!.

42. 2001 – Nella città dei fiori arriva l’immensa Raffella Carrà, mentre Piero Chiambretti presenta un “. 2001. A condurre la 51° edizione del Festival della canzone italiana arriva l’immensa Raffella Carrà ! Occhio però perché in galleria durante il Festival, Piero Chiambretti diventa il presentatore di un “insolito” Festival …Di Napoli!.

43. 2002 – Pippo Baudo salva nuovamente il Festival ! Roberto Benigni segna il record di ascolti con olt. 2002 – Pippo Baudo salva nuovamente il Festival ! Roberto Benigni segna il record di ascolti con oltre 20.000.000 di telespettatori… Nella sezione cadetta vince Anna Tatangelo!.

44. 2003 – Il trionfo di Alexia!. 2003 – L’appena dodicenne Alina diventa la più giovane cantante della storia, in gara al festival di Sanremo. Qualcosa inizia a preoccupare l’organizzazione del Festival….

45. 2004 – A Sanremo arriva Simona Ventura! In un clima di incertezza. 2004 – Bisogna salvare il Festival di Sanremo… È il momento di Simona Ventura! Super Simo ci racconta cosa accadde in riviera.

46. 2005 – Pippo Baudo rifiuta la direzione artistica… A Sanremo arriva Paolo Bonolis!. 2005 – Pippo Baudo porta la pace tra industria discografica e Festival, ma pochi giorni dopo, rassegna rifiuta la direzione artistica… Al Sanremo è arrivato il momento di Paolo Bonolis!.

47. 2006/2007 – Giorgio Panariello è il nuovo patron del Festival ! Testa a testa tra Simone Cristicchi. 2006- 2007 – Giorgio Panariello è il nuovo direttore artistico del Festival di Sanremo 2006, con lui sul palco arrivano Ilary Blasi e Victoria Cabello. A Sanremo è di nuovo crisi e la Rai convoca Pippo Baudo che… Al Festival del 2007 è testa a testa tra Simone Cristicchi ed Albano e proprio all’ultimo secondo…

48. 2008 – Record !! Pippo Baudo conduce il suo 13° Festival di Sanremo insieme con Piero Chiambretti ch. 2008 – Torna in riviera Piero Chiambretti insieme con Pippo Baudo al suo 13° Festival (record assoluto, ad oggi imbattuto), ma per Pippo quello sarà il suo ultimo Festival da conduttore perché…

49. 2009 – Dopo l’edizione del 2008, a Sanremo torna aria di cambiamento … Il Ritorno di Paolo Bonolis!. 2009 – Dopo la crisi, Paolo Bonolis torna alla guida del Festival di Sanremo e… Piovono critiche sulle canzoni del Festival. Iva Zanicchi e quel duro attacco alla sua canzone. E’ il momento di parlarne con “sincerità”!.

50. 2010 – Il Festival della canzone italiana compie 60 anni ! Antonella Clerici sarà la prima donna, ne. 2010 – Il Festival di Sanremo compie 60 anni! La grande festa è affidata alla guida della sola Antonella Clerici che ci racconta quel festival… Nella serata finale l’orchestra di Sanremo getta in aria gli spartiti in segno di protesta ed al Teatro Ariston succede di tutto!

51. 2011/2012 – Le cure del “dott. Gianni Morandi” … Rocco Papaleo ci racconta quella volta che Lucio Da. 2011-2012 – Antonella Clerici raggiunge, in totale segreto nella notte, Sanremo e… Al 61° Festival della canzone italiana presenta Gianni Morandi! La cura Morandi funziona e al festival del 2012 arriva al suo fianco Rocco Papaleo che ci racconta quel Festival.

52 . 2013/2014 – Al Festival di Sanremo è arrivato il momento di Fabio Fazio! Arisa conquista l’Ariston.. 2013-2014 – Gianni Morandi annuncia che non si occuperà più del Festival. In riviera torna per la 3° volta Fabio Fazio! Arisa conquista Sanremo, ma la serata finale segnerà un triste record…

53. 2015 – Il Festival di Sanremo spicca “Il Volo” e finalmente i “Conti” tornano… 2015 – É il momento di fare i “Conti”! Il Festival di Sanremo spicca “il Volo”!! Albano e Romina Power diventano Ambasciatori del Festival di Sanremo nel Mondo!.

54. 2016 – Finalmente ritorna il DopoFestival con la Gialappa’s band che.. 2016 – Carlo Conti segna la sua doppietta personale ed il il Teatro Ariston diventa un vero e proprio “Stadio” ! Torna il Dopofestival e torna nella città dei fiori anche la Gialappa’s band!.

55. 2017 – Il Triplete di Carlo Conti ! A Sanremo arriva Maria De Filippi!. 2017 – Carlo Conti e Maria De Filippi presentano la 67° edizione del Festival della canzone italiana ed Sanremo accade il “miracolo” tanto atteso…

56. 2018 – Alla guida del Festival arriva capitan Claudio Baglioni!. 2018 – Cambio di guardia ! A Sanremo è arrivato il momento di Claudio Baglioni! Ermal Meta e Fabrizio Moro conquistano il titolo in palio alla 68° edizione del Festival, ma…

57. 2019 – Baglioni-bis ! Mahmood vince la 60° edizione del Festival di Sanremo!. 2019 – Ed è subito Baglioni- bis ! Sul gradino più alto del podio arriva Mahmood che ci racconta l’emozione della vittoria…

58. 2020 – Inizia l’era “Amadeus”!. 2020 – Il Festival della canzone italiana compie 70 anni ! A Sanremo è arrivato il momento di Amadeus ed è subito record di ascolti !! Bugo e Morgan e quell’indimenticabile “imprevisto” in diretta…

59. 2021 – I Måneskin sul tetto del Mondo!. 2021 – Il Mondo intero è vittima della pandemia “Covid-19”! Per la prima volta nella storia,il Festival di Sanremo va in scena senza pubblico… Amadeus e Fiorello salvano il Festival…I Maneskin conquistano l’Italia!.

60. 2022 – Mahmood e Blanco conquistano l’Ariston!. 2022 – Amadeus sigla il personale triplete raggiungendo un nuovo record di ascolti che non si registrava dal 1997! Mahmood e Blanco conquistano Sanremo, sentite un pò.

61. Auguri Festival. Radio Techetè e Luigi Di Dieco presentano gli auguri dei tantissimi protagonisti del Sanremo Story al patron Amadeus ed a tutta la squadra della 73° edizione del Festival della canzone italiana. La storia… continua!.

Sanremo Story: la rubrica che ripercorre le tappe fondamentali del Festival della canzone italiana, attraverso aneddoti e approfondimenti.

Per molti il Festival di Sanremo è quell’evento televisivo che catalizza davanti allo schermo per una settimana all’anno, uno spettacolo colorato, uno psicodramma tragicomico collettivo, un carrozzone fiorito stracolmo di cantanti, presentatori e vallette. Negli anni, ne abbiamo lette e sentite parecchie di definizioni, tutte profondamente vere, ma nessuna realmente corretta.

Per dare una risposta allo slogan “Perché Sanremo è Sanremo”, è necessario riscoprire la storia di questo grande contenitore che nel tempo si è evoluto, ma senza perdere il proprio spirito. La verità è che il Festival è un vero e proprio fenomeno di costume, la favola musicale più bella di sempre, lo specchio canterino del nostro Paese. Con la sua liturgia, la kermesse non è mai riuscita a mettere d’accordo ammiratori e detrattori, forse in questo alberga la vera fonte del suo duraturo consenso. La rubrica “Sanremo Story” si pone l’obiettivo di raccontare tutto questo e molto altro ancora.

“Sanremo Story”, le origini del mito: alla scoperta del Festival. La prima metà del ‘900 fu contraddistinta da due grandi guerre, ma anche dall’innovazione tecnologica e dalla divulgazione di apparecchi che facilitarono la comunicazione tra le persone, a partire naturalmente dalla radio. Con il passare del tempo, nacquero supporti che intensificarono l’attività dell’industria discografica. Pensiamo all’avvento del vinile e, quindi, al graduale passaggio dal grammofono al giradischi.

In questa atmosfera di rinascita, tra camerieri che servivano ai tavoli, rumori di stoviglie di fondo e biglietti venduti al costo di 500 lire, andò in scena la prima edizione del Festival della canzone italiana, seguita parzialmente in diretta radiofonica dall’emittente Rete Rossa, l’antenata di Radio Rai, che trasmetteva soltanto le canzoni in concorso.

Erano le ore 22.00 di lunedì 29 gennaio 1951, al Salone delle Feste del Casinò di Sanremo l’atmosfera non appariva di certo quella delle grandi occasioni. Nessuno dei presenti avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Nemmeno la stampa ci scommise più di tanto, al punto che i giornalisti accreditati erano appena sei. Non a caso soltanto il Corriere della sera dedicò alla rassegna un paio di stringate righe all’indomani della finale. «Ieri sera si è concluso a Sanremo il primo Festival della canzone italiana. Ha vinto Nilla Pizzi con Grazie dei fiori. L’autore è Saverio Seracini, un musicista non vedente» si lesse tra le pagine del giornale milanese. Più che un articolo, sembrava un tweet.

Certo, in quel preciso momento storico c’erano altre cose a cui pensare, notizie più importanti da approfondire. Sul fronte internazionale preoccupava la Guerra di Corea, mentre da noi l’attenzione era rivolta al tema della ricostruzione, a partire dalla destinazione dei fondi americani stanziati per l’Europa dal Piano Marshall. A tenere banco c’erano anche il centrismo del Governo De Gasperi e la riforma agraria, varata in parlamento da pochi mesi. L’economia stava lentamente riprendendo, anche se l’inflazione e la disoccupazione preoccupavano l’intera Penisola.

In questo clima di profonda incertezza, dare risalto a una gara di canzonette poteva apparire inopportuno, forse un filino anacronistico. In realtà la musica, il cinema e la letteratura favorirono emotivamente la ripresa, spianando la strada al cammino che avrebbe portato al favoloso miracolo economico del decennio successivo. Molti motivi entrarono a far parte della colonna sonora di questo processo di sviluppo. Brani che, spesso e volentieri, venivano lanciati proprio dalla stessa manifestazione in principio snobbata.

In fin dei conti, probabilmente, non ci credevano nemmeno gli stessi organizzatori, ovvero Amilcare Rambaldi e Adolfo Siffredi. Il primo era un fioraio appassionato di musica, mentre il secondo era il sindaco della cittadina ligure. L’intento iniziale era semplicemente quello di rilanciare il turismo sanremese, in un periodo dell’anno con scarsa affluenza alberghiera. Una specie di primordiale e comunale operazione di marketing, volta a rimpinguare le casse del Casinò Municipale incentivando la presenza di clienti, allietandoli con una buona cena e un gradevole sottofondo musicale, prima di recarsi al tavolo da gioco. Ebbene sì, il Festival nacque con nobili intenti, ma più in senso economico che etico.

Ad intuire il potenziale discografico di questa iniziativa, furono principalmente le case editrici dell’epoca, che risposero in massa al bando messo in piedi dall’organizzazione. Giunsero 240 canzoni, la commissione esaminatrice ne selezionò 20 da presentare nel corso delle prime due serate, durante le quali vennero scelte le 10 finaliste. Per dare ulteriore lustro a questa intuizione, venne chiamato il maestro Cinico Angelini che, con i suoi fedeli musicisti, aveva già ampiamente dimostrato di saper interpretare la tradizione, incanalandola in qualcosa di nuovo. A lui il compito di dirigere l’Orchestra di Musica Leggera della Rai, composta da ventuno elementi.

Per eseguire i motivi in concorso vennero arruolati tre cantanti: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano, composto dalle sorelle gemelle Dina e Delfina. Reclutati e messi sotto contratto dall’emittente di Stato, non si trattava di artisti liberi sul mercato, bensì di dipendenti con uno stipendio, un orario di lavoro, un’indennità di trasferta e gli annessi straordinari, al pari dei musicisti membri dell’orchestra.

Ad aggiudicarsi il primo titolo del Festival della città dei fiori, indovinate un po’, fu proprio “Grazie dei fiori”, a dimostrazione che non sempre la realtà può superare la fantasia. Una bella rivincita per Nilla Pizzi, che si riprese con gli interessi un successo interrotto dalla censura del regime fascista. A metà degli anni ’40, infatti, era stata allontanata dalla radio a causa della sua voce considerata troppo sensuale ed esotica per i canoni dell’epoca. Col tempo le venne attribuito l’appellativo di regina della canzone italiana.

Il Festival nacque come manifestazione radiofonica, considerato che, all’epoca, la tiratura dei supporti era limitatissima e di 78 giri ne circolavano davvero pochi. Non a caso i brani in concorso in questa prima edizione vennero incisi e immessi sul mercato ben due settimane dopo il termine della rassegna, poiché all’inizio non era prevista alcuna stampa. Alla fine della fiera, sommando tutti i motivi in concorso, di copie se ne vendettero ben 80 mila, niente male per un debutto.

Da quel preciso istante, discografici e addetti ai lavori cominciarono ad intuire il vero potenziale della kermesse, con la stessa euforia che spinge Zio Paperone a tuffarsi nella sua piscina colma di monete d’oro. In più dagli Stati Uniti arrivavano notizie a dir poco allettanti, era stata brevettata una nuova tipologia di supporto: il 45 giri, che poteva contenere due singoli, il celebre lato A e il sottovalutato lato B, con una qualità del suono decisamente migliore e costi di produzione inferiori rispetto al suo antesignano.

Il Festival capitava, come si suol dire, a fagiolo. Con queste novità alle porte, il mercato aveva bisogno di nuovi canali di promozione. Alla seconda edizione, dunque, si cominciò a lavorare alacremente sin da subito, con maggior spinta, progettazione ed esperienza…

“Sanremo Story”, l’Italia del 1951 vista dal Casinò. Nei giorni che diedero i natali al Festival, il nostro era un Paese affannosamente dedito alla ricostruzione, con le macerie della guerra ancora non del tutto rimosse, sia per le strade delle città più colpite che nella memoria delle persone. In fondo, cinque anni e mezzo erano pochi per cancellare così tanto orrore.

La popolazione stimata era di circa 47 milioni e 300 mila abitanti, la percentuale di analfabetismo viaggiava attorno al 13%, maggiore di quella dei diplomati e dei laureati. Poco meno della metà degli italiani viveva in campagna, gli agricoltori erano soliti spegnere la radio per andare a dormire molto presto. Per cui, quello delle 22.00 era un orario un po’ proibitivo per tanti, anche per questo la prima edizione di Sanremo finì per passare decisamente in sordina.

Ai tempi, un operaio guadagnava dalle 25 alle 30 mila lire, in giro circolavano circa mezzo milione di automobili e un litro di benzina costava 116 lire. Per effetto della deflazione, che aveva colpito la nostra economia durante la guerra, i prezzi dei generi di largo consumo erano nettamente calati. Nonostante questo, la gente faticava ad arrivare alla fine del mese, di conseguenza, manifestazioni e scioperi erano all’ordine del giorno.

Il futuro presidente americano Dwight D. Eisenhower, all’epoca generale ed ex comandante delle truppe alleatedurante il secondo conflitto mondiale, si trovava in visita nel nostro Paese proprio in quel gennaio del 1951, per trattare il riarmo dell’Italia e la sua partecipazione alla Nato. Il Partito Comunista Italiano rispose con violente proteste, in nome del pacifismo e della demilitarizzazione.

Giulio Razzi, primo storico direttore artistico del Festival, si chiedeva se fosse il caso di mandare in onda una gara di canzonette in questo clima di considerevole malcontento. Il direttore generale della radio Salvino Sernesi decise di andare avanti, convinto che i momenti di tensione si potessero placare e sdrammatizzare con la musica, rigorosamente attraverso struggenti brani d’amore. Insomma, l’importante era che i motivi in concorso non parlassero di guerra e di armi, né tantomeno di America.

In questo clima di malcontento e di difficoltà, l’arte cercava di fare la propria parte, con Anna Magnani impegnata a girare a Cinecittà il film Bellissima, diretta da Luchino Visconti, e Alberto Sordi protagonista de Lo sceicco bianco, il primo lungometraggio totalmente girato da Federico Fellini. Se il cinema italiano stava vivendo una stagione davvero irripetibile, anche il mondo della musica si preparava ad altrettanta sconvolgente bellezza.

La mossa vincente fu quella di far concorrere le canzoni tra loro a livello agonistico, proprio come si faceva con lo sport o con Miss Italia, altro concorso che in quegli anni appassionava milioni di italiani. Una specie di campionato della musica che, negli anni, si è trasformato da gara di canzoni a gara di cantanti. Si sa, al pubblico la competizione piace, poiché rappresenta quel tocco di sale e di pepe in più per apprezzare una portata.

Sin dagli albori, l’obiettivo del Festival era quello di svecchiare il repertorio italiano, rendendolo competitivo alla stessa stregua di quello statunitense. Oltreoceano spopolavano i cosiddetti cantanti confidenziali, comune- mente chiamati crooner, ovvero Frank Sinatra, Tony Bennett, Nat King Cole, Dean Martin e Perry Como. Qui da noi si viveva ancora nel mito della canzone napoletana, l’unica che fino a quel momento era riuscita davvero a varcare i confini nazionali, andando a briglia sciolta in giro per il mondo. L’avvento di generi di importazione come lo swing, il soul, il jazz e il boogie-woogie, non aveva fatto altro che spersonalizzare il nostro processo di innovazione. La musica italiana aveva bisogno del giusto slancio per uscire dalla suddivisione regionale in cui, per troppo tempo, era stata relegata.

Fino agli anni cinquanta, il tipico fruitore dei dischi era quasi sempre un adulto. Con l’inizio del nuovo decennio, all’ascolto cominciarono ad approcciarsi anche gli adolescenti, soprattutto grazie alla diffusione del rock ‘n’ roll, lo stile che più entusiasmava i giovani, tanto osteggiato dai genitori che non ne apprezzavano la “rozzezza” e il suono assordante. Chissà gli stessi cosa avrebbero pensato oggi della trap.

Per molti aspetti, la musica italiana a metà del precedente secolo viveva un profondo senso di smemoratezza, che l’aveva portata ad ignorare la cronaca e la realtà per rifugiarsi in situazioni più rassicuranti, in pieno stile Dolce vita. Dopo il ventennio fascista, da una parte si aveva fame e voglia di internazionalità, dall’altra si avvertiva il bisogno di riscoprire l’identità delle proprie radici.

L’Italia degli anni ’50 vista dal Casinò di Sanremo era una nazione intimorita, sconfitta soprattutto moralmente, più che sul campo di battaglia. Un Paese che si appassionava ai buoni sentimenti e si accontentava di canzoni che parlassero di lui che ama lei, di lei che ama lui, di famiglia o della mamma. Forse era soltanto paura di ricominciare, di ipotizzare un nuovo futuro, per questo ci si rifugiava negli ideali dell’anteguerra, nella memoria di ciò che era stato un tempo o, con curiosità, nella cultura di altri popoli. In condizioni di miseria, guardare avanti era un lusso che potevano concedersi su piccola scala solo i benestanti.

In questi termini, il Festival di Sanremo insegnava agli italiani che sognare non costava nulla, che si poteva viaggiare pur restando immobili, che era necessario rompere gli schemi e reagire per lasciarsi definitivamente il passato alle spalle.

“Sanremo Story”, Nunzio Filogamo e il suo slogan. In molti cadono nell’errore di attribuire la paternità della famosa frase «Cari amici vicini e lontani» al battesimo del Festival di Sanremo. In realtà, Nunzio Filogamo pronunciò questo verso in apertura della seconda edizione, quindi, nel gennaio del 1952. L’anno precedente le tre serate erano rigorosamente a porte chiuse, in radio venivano trasmesse esclusivamente le canzoni in gara.

Per queste ragioni scelse di adottare un linguaggio decisamente meno confidenziale: «Signore e signori, benvenuti al Casinò di Sanremo per un’eccezionale serata organizzata dalla Rai, una serata della canzone con l’orchestra di Cinico Angelini. Premieremo, tra le duecentoquaranta composizioni inviate da altrettanti autori italiani, la più bella canzone dell’anno. I venti motivi prescelti vi saranno presentati in due serate, eseguiti da Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano». Che dire? Senza dubbio istituzionale, ma piuttosto efficace.

Sua la prima gaffe della storia della kermesse: intento a premiare gli autori di “Grazie dei fiori”, mancando sul palco soltanto Saverio Seracini, lo invitò ad affrettarsi a raggiungerlo. Nel prendere tempo, definì la categoria deimusicisti come delle «mammolette timide e vergognose». Il direttore d’orchestra lo allontanò dal microfono e annunciò al pubblico che l’autore non sarebbe stato presente, poiché da cinque anni affetto da cecità. Gelo in sala. Diciamo pure che i “figli di”, nel 1989, seppero fare anche di peggio! Scivolone a parte, Nunzio Filogamo era considerato dalla critica e dal pubblico come il presentatore delle buone maniere. Giunto a Sanremo alla soglia dei cinquant’anni, era decisamente una figura ideale per l’occasione, quella più adatta ad aprire le danze e inaugurare un evento di questa portata.

Eppure Nunzio Filogamo era un personaggio molto popolare, un veterano della radio, fino a quel momento apprezzato più come attore di prosa che come conduttore. Divenuto celebre per aver dato voce ad Aramis ne “I quattro moschettieri”, nel 1950 era diventato padrone di casa di una trasmissione dedicata ai dilettanti, intitolata Il microfono è vostro. Contenitore che era solito inaugurare proprio con la frase di apertura divenuta poi celebre grazie al Festival.

Esclusa la prima edizione, Filogamo decantò sul palco del Casinò il famoso verso «Miei cari amici vicini e lontani, buonasera ovunque voi siate» per un totale di quattro volte: nel triennio dal 1952 al 1954 e nel 1957. Fu allontanato successivamente dal ruolo poiché, con l’avvento della televisione, la sua presenza era ritenuta poco adatta ai canoni del piccolo schermo.

Tale assenza suscitò un sentimento di ribellione da parte del pubblico più affezionato al presentatore, al punto da minacciare di mettere in atto una singolare forma di protesta. Un gruppo di bizzarri estremisti, annunciò di voler compiere un malaugurato gesto per portare sfortuna all’edizione priva del loro beniamino, inondando la sala di gatti neri all’inizio della prima serata. Questa stramba intimidazione mise comunque in allerta la polizia, che circondò il Casinò per evitare che tutto ciò si realizzasse.

Filogamo prese decisamente meglio la sua estromissione, o almeno senza la benché minima protesta, con stile e con la sua solita eleganza. Chiuse i battenti con la Rai nel 1963, dimettendosi dagli incarichi. Negli anni ricordò l’edizione del suo debutto definendola garbata, senza invidie e senza scandali, improntata sulla semplicità. In effetti, possiamo considerarla universalmente come l’unica annata nella storia della manifestazione priva di polemiche, senza alcuno spirito di competizione tra i cantanti.

Sotto molti aspetti, aleggiava ancora un’atmosfera candida e immacolata. Ritiratosi gradualmente a vita privata, Nunzio Filogamo ci lasciò nel gennaio del 2002, all’età di novantanove anni. Se ci sforziamo un pochino, possiamo riuscire ancora a sentire il suo slogan riecheggiare nell’etere…

“Sanremo Story”, cantanti e canzoni degli anni ‘50. Nata dodici mesi prima senza troppe ambizioni, la manifestazione canora confermò con la seconda edizione il proprio potenziale, ma senza esplodere a livello popolare. Il costo dei biglietti delle serate aumentò da 500 a 4.000 lire, un incremento del 700%, allineandosi ai prezzi di mercato. A onor di cronaca, l’importo comprendeva una consumazione, ma non la cena rigorosamente legata al menù alla carta. Segnali di crescita anche per quanto riguardava i trasporti: per l’occasione venne organizzato e pubblicizzato un treno speciale diretto da Milano.

Giunsero 360 iscrizioni, 120 in più rispetto all’anno precedente. Venne confermata l’orchestra del maestro Cinico Angelini e il tris di cantanti presenti nel ’51, ai quali si aggiunsero Gino Latilla e Oscar Carboni. A trionfare fu nuovamente Nilla Pizzi, che si riconfermò regina per il secondo anno consecutivo, portandosi a casa in pratica l’intero podio.

Al primo posto si impose con “Vola colomba”, i cui versi facevano esplicito riferimento alla situazione politica e alla questione di Trieste. Il brano raccontava di una travagliata storia d’amore tra un ragazzo italiano e una giovane residente nella cittadina ai tempi contesa tra Italia e Jugoslavia. Il capoluogo giuliano fu riannesso al nostro Paese due anni più tardi e la canzone fece da colonna sonora a questo traguardo, arrivando a vendere 45.000 copie.

Volò più in alto della colomba la seconda classificata, vale a dire la celeberrima “Papaveri e papere”, che di esemplari ne commercializzò ben 70.000. Si trattava di una canzone molto orecchiabile, musicalmente creata su misura per essere ballata durante gli imminenti festeggiamenti del carnevale. Non a caso, infatti, la collocazione del Festival per fine gennaio strizzava l’occhio proprio a questa ricorrenza, all’epoca molto più sentita rispetto ad oggi.

Possiamo considerarlo il primo vero successo internazionale targato Sanremo, tradotto e inciso in ben quarantalingue. Una filastrocca orecchiabile, una fiaba surreale e apparentemente bislacca, che narrava la storia di una papera invaghita di un papavero. Seppur potesse apparire come una canzone leggera e sbarazzina, dal retrogusto nonsense, in realtà il testo alludeva ai potenti, una satira socio-politica nei confronti dei padroni e di chi governava. Nel tempo il brano assunse molteplici chiavi di lettura, al punto da essere strumentalizzato da differenti partiti politici sui manifesti delle varie campagne elettorali. Tuttavia gli autori rimasero distanti dall’esprimere la reale fonte d’ispirazione, rifugiandosi nel comodo concetto che ogni riferimento fosse puramente casuale. Per molti, invece, si trattò della prima canzone moderna di protesta.

Sul gradino più basso del podio, sempre interpretata da Nilla Pizzi, si posizionò “Una donna prega”, decisamente più tradizionale e sentimentale delle altre due. Rispetto alla precedente edizione, Sanremo si mostrava ancora più nel dettaglio come uno specchio fedele dei tempi, grazie a tematiche velatamente contemporanee, con motivi in partemeno sofisticati e decisamente più commerciali.

Dopo due edizioni praticamente simili per forma e regolamento, per far crescere il Festival ci fu bisogno diqualche significativo cambiamento. Nel 1953 la messa in onda venne spostata dai primi tre giorni della settimana a quelli successivi, in modo da garantire la serata finale al sabato sera e, quindi, con la presenza di un pubblico potenzialmente superiore. Cambiò anche il sistema di votazione, con l’introduzione delle giurie popolari sparse in lungo e in largo per il territorio nazionale. Alla confermatissima orchestra diretta dal maestro Cinico Angelini, venne affiancata la compagine del jazzista Armando Trovajoli, in modo da contrapporre la tradizione con qualcosa di più moderno.

Doppia orchestrazione, quindi, e doppia esecuzione. Un’operazione volta a mostrare sfaccettature diverse della stessa canzone che, da questo momento in poi e per circa vent’anni, fu interpretata da due cantanti diversi. L’obiettivo era quello di sminuire il non gradito processo di personalizzazione di un brano da parte di un interprete, poiché si trattava del Festival delle canzoni e non dei cantanti. Malgrado gli sforzi e i nobili tentativi, questo ideale restò un’utopia perché, nonostante il rinnovato meccanismo, capitò sempre ad una versione di vendere di più o di restare maggiormente scolpita nell’immaginario collettivo rispetto all’altra.

Dopo due vittorie consecutive, la reginetta Nilla Pizzi si ritrovò costretta a restituire lo scettro e la corona, abdicando in favore delle due giovani matricole Carla Boni e Flo Sandon’s. Il duo di esordienti vinse con l’elegante “Viale d’autunno”, composta per l’occasione da Giovanni D’Anzi, celebre per la sua “O mia bela Madunina”. Tra i brani di maggior impatto, spiccò “Vecchio scarpone”, marcia nostalgico-patriottica interpretata da Gino Latilla e Giorgio Consolini.

Proprio quest’ultima coppia si aggiudicò la vittoria del quarto Festival della canzone italiana, in scena l’anno seguente, con il brano “Tutte le mamme”. Per molti un vero e proprio trionfo della tradizione e del bel canto all’italiana, per altri una stucchevole apoteosi della retorica. Questa volta di motivi entrati nella memoria degli italiani ce n’erano parecchi, a cominciare dalla briosa “Canzone da due soldi”, passando per la drammatica e pluriparodiata “E la barca tornò sola”, fino ad arrivare a “Berta filava” e “Aveva un bavero”, con quest’ultima che segnò l’unica presenza in gara del mitologico Quartetto Cetra.

Tra i pezzi più attesi della vigilia, vi era senza ombra di dubbio “Con te”, portata in scena da Achille Togliani e Natalino Otto, scritta nientepopodiméno che da Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, per tutti conosciuto semplicemente come Totò. Il principe della risata non riuscì a confermare il successo commerciale di “Malafemmena”, lasciandosi andare alla delusione di un misero nono posto.

A partire dal 1955 il Festival di Sanremo diventò a tutti gli effetti un evento televisivo, poiché la Rai aveva da poco iniziato a mandare in onda le proprie trasmissioni. A favorire il consenso popolare della manifestazione, oltre all’arrivo delle telecamere e all’assodato valore artistico-sociale dei motivi in concorso, fu anche e soprattutto il gossip, grazie ai pettegolezzi che riguardavano il quadrilatero amoroso composto da Cinico Angelini, Nilla Pizzi, Gino Latilla e Carla Boni. Tradimenti e accoppiamenti che appassionarono il pubblico, anticipando di qualche stagione il seducente fascino delle telenovelas sudamericane.

Dopo le insistenze degli anni precedenti, Claudio Villa accettò finalmente di prendere parte alla kermesse e, col senno di poi, fece pure bene perché si aggiudicò il titolo, in coppia con Tullio Pane, con la canzone “Buongiorno tristezza”, sottotitolo: amica della mia malinconia. «Daje a ride» direbbero a Roma!

La prima vittoria del Reuccio venne agevolata dall’annuncio della sua mancata partecipazione alla serata finale, a causa di un forte attacco influenzale. Al suo posto venne portato sul palco un giradischi, che riprodusse il brano in versione originale. Una scelta ad oggi impensabile.

Tutto sommato fu un’edizione all’insegna della tradizione, del romanticismo e dei buoni sentimenti. Più che canzoni, la critica le considerava delle romanze, sia per le tematiche trattate che per il pathos melodrammatico. Eccezion fatta per “Era un omino (piccino piccino)”, una favola moderna che raccontava di un alieno che, sbarcato sulla Terra con intenzioni pacifiste, predicava all’intera umanità i vantaggi del volersi bene. Pur sempre sul filone buonista, ma con un pizzico di fantasia e di originalità in più. All’indomani della kermesse, le vendite non lasciarono soddisfatti i discografici. Dopo anni di crescita, il Festival subì la sua prima battuta d’arresto.

A Sanremo 1956 si tentò la carta della rivoluzione, mettendo in scena quello che possiamo considerare il primo vero talent show della storia. Per contrastare il fenomeno dilagante del divismo di alcuni personaggi della nostra musica leggera, gli organizzatori optarono per puntare sugli sconosciuti. La Rai decise di lanciare sei esordienti, scelti attraverso un concorso di voci nuove. Ad iscriversi furono ben 6.496 ragazzi; la selezione finale avvenne in diretta radiofonica, con gli ascoltatori che poterono esprimere le proprie preferenze attraverso le cartoline postali. Insomma, la kermesse si rinnovò per andare incontro ai canoni della televisione e alle pressanti pretese della discografia.

Fecero così il loro esordio sei “debuttanti in cerca d’autore”: Clara Vincenzi, Ugo Molinari, Gianni Marzocchi, Luciana Gonzales, Tonina Torrielli e Franca Raimondi. Proprio quest’ultima si laureò vincitrice con Aprite le finestre, brano dall’ottimismo primaverile, che arrivava provvidenziale dopo un lungo e gelido inverno, lo stesso che Mia Martini raccontò portando in gara, trentaquattro anni più tardi, “La nevicata del ’56” scritta per lei da Franco Califano.

Da segnalare la prima apparizione in veste di autore di Domenico Modugno, che firmò “Musetto”, nota anche come “La più bella sei tu”, canzone che mise per la prima volta in risalto in maniera diversa la figura della donna, qui rappresentata da una protagonista indipendente, a tratti un po’ snob, dal carattere forte e con le idee ben chiare. Segnale di un profondo cambiamento sociale in atto.

Il 1957 fu l’anno del primo dietro front sanremese, una sorta di ritorno al classico, dopo l’insuccesso dell’edizione precedente, sancito dall’eccessiva presenza di esordienti. Tornarono i big e la formula della doppia esecuzione. Dei venti motivi selezionati, soltanto diciannove vennero eseguiti dal vivo, a causa dell’esclusione in extremis de “La cosa più bella”, canzone considerata già edita poiché presente in diversi juke-box sparsi per il Paese. Si trattò della prima squalifica nella storia del Festival.

Vinse “Corde della mia chitarra”, portata in scena da Claudio Villa e Nunzio Gallo, ancora una volta il pubblico assistette inerme all’esaltazione della disperazione e del tradizionalismo. Non furono da meno motivi come “Usignolo” e “Scusami”, mentre regalò momenti di buonumore “Casetta in Canadà”, impressa negli annali per la sua spassosa giovialità. Il brano era firmato da Panzeri-Mascheroni, gli stessi autori di “Papaveri e papere“, intenti a travestire di leggerezza una morale importante, che rimandava alla precarietà delle cose. Un modo come un altro per canticchiare e riflettere sui valori fondamentali della vita.

Di tutt’altro respiro e di tutt’altra allegria, sarebbe stata l’ottava edizione del Festival senza l’esordio in gara di Domenico Modugno e di Johnny Dorelli, entrambi interpreti della rinomata “Nel blu dipinto di blu” che divenne in breve tempo l’inno di un’intera nazione nel mondo. Una rivoluzione che modernizzò e stravolse per sempre le obsolete regole della canzone italiana, segnando un solco profondo tra quello che c’era prima e quello che sarebbe venuto dopo.

L’organizzazione della manifestazione passò dalla Rai nelle mani dell’ATA, la società concessionaria del Casinò, che ebbe tutto l’interesse nel realizzare uno spettacolo di ottimo livello. Dopo un lustro di assenza, il 1958 sarebbe dovuto essere l’anno del grande ritorno della regina Nilla Pizzi con “L’edera”, fu invece un trentenne esordiente di Polignano a Mare a trionfare, anzi… a volare.

“Squadra che vince non si cambia”, così nel 1959 Modugno e Dorelli bissarono sulle note di “Piove (ciao ciao bambina)”, con la magia e la poesia dei suoi mille violini suonati dal vento. Alcuni rotocalchi dell’epoca sollevarono un caso attorno al brano, chiedendone l’esclusione poiché incriminato di essere già stato eseguito dal vivo in America e, quindi, non considerato del tutto inedito. Richiesta respinta.

Alla guida della kermesse debuttò Enzo Tortora, al suo unico Festival in veste di conduttore. Suscitò parecchio interesse l’esordiente Jula de Palma, per il modo sensuale di interpretare “Tua”, al punto da richiedere una interrogazione parlamentare e l’intervento del Ministero dell’Interno «per fermare la deriva morale di un’esibizione ritenuta troppo passionale». E se all’epoca ci fosse stato il twerking di Elettra Lamborghini sarebbe caduto il Governo? Domanda a cui non potremmo mai dare una risposta.

Nel bene e nel male, le canzoni sanremesi degli anni ‘50 rappresentarono uno spaccato del nostro Paese, raccontandolo fedelmente ma, allo stesso tempo, parzialmente. Tra gli argomenti cantati, figurarono il patriottismo, la nostalgia di casa da parte degli italiani emigrati, il rimpianto dei tempi che furono e l’amore, in tutte le salse e in tutte le fragranze.

L’industria discografica crebbe e la kermesse canora ne ricoprì il ruolo della “gallina dalle uova d’oro”. Nel giro di un decennio si passò dalle 80 mila copie ai 9 milioni di dischi venduti. La manifestazione tentò con fatica di intercettare i gusti di un pubblico in continua evoluzione, in un’Italia alla ricerca ancora della propria identità. Al Festival di Sanremo il merito di aver suscitato interesse e di essere riuscito ad appassionare, ricreando una sorta di tifo simil-calcistico per una semplice gara di canzoni…

“Sanremo Story”, il boom dei favolosi anni ‘60. Con l’arrivo del nuovo decennio, il Festival di Sanremo ripartì da una rigogliosa e consolidata base. La favola di Mr. Volare aveva trasformato la rassegna in un grande evento musicale di portata internazionale. Il segreto? Aver scommesso sul futuro dando ampio spazio alle nuove leve, pur senza dimenticare il passato includendo i baluardi della vecchia guardia. Chiamiamola pure un’apertura moderata alla modernità, o il tentativo di tenere due piedi in una scarpa, ma questo equilibrio aiutò la rassegna a star dietro ai rapidi cambiamenti della società.

Sul palco del Casinò si affacciò una nuova generazione di cantanti, ragazzi nati poco prima o durante la guerra, figli della ricostruzione e delle mode che arrivavano dall’estero. La distinzione tra autori e interpreti cominciò pian piano a svanire, così come la netta divisione tra tradizionalisti e innovatori. La musica si ascoltava dappertutto, dalla radio alla televisione, dai giradischi in casa ai juke-box nei locali. Vastissima era l’offerta che accompagnava il rilancio socio-culturale del nostro Paese, fungendo da soundtrack del grande miracolo economico italiano.

L’acquisto dei 45 giri non era più appannaggio esclusivo degli adulti, il movimento giovanile cominciò a farsi sentire stravolgendo il mercato, così Sanremo cercò di correre ai ripari estendendo il proprio bouquet di proposte, combinando generi e accontentando vari tipi di pubblico. Quella del 1960 fu l’edizione della conferma, anche se il tris non riuscì a Domenico Modugno che si piazzò al secondo posto con “Libero”, in abbinamento con Teddy Reno. Ad aggiudicarsi il titolo fu “Romantica”, proposta dal debuttante Tony Dallara e dal navigato Renato Rascel, un milanese e un romano, un connubio di quelli vincenti.

Sull’onda del grande successo di “Tintarella di luna”, al Festival del decennale prese parte anche una giovanissima Mina, che racimolò un misero ottavo posto con “È vero”, canzone composta per lei da Umberto Bindi, mentre non raggiunse nemmeno la serata finale la sua seconda proposta “Non sei felice”. Oltre a Dallara e alla futura Tigre di Cremona, debuttò un altro capostipite della scuola degli urlatori: Joe Sentieri, divenuto famoso per il suo saltello, abbinato a Wilma De Angelis per “Quando vien la sera”. Con il passaggio tra i due decenni, infatti, cominciarono ad affermarsi nuove correnti musicali. In primis quella degli “urlatori”, soliti ad eseguire con impeto le canzoni per renderle in qualche modo proprie, in secundis quella dei “cantautori”, coloro i quali scelsero di dare voce ai propri testi, talvolta senza l’ausilio di eccelse doti canore. La personalità fu la conditio sine qua non del progresso, unanovità che pose fine alla lunga stagione dei grandi interpreti che, fino a quel momento, detenevano il monopolio della canzone italiana.

Queste le premesse che portarono alla conferma di Ezio Radaelli, al suo secondo mandato da direttore artistico. Da molti considerato il primo vero patron della kermesse, il suo più grande rammarico fu quello di non essere riuscito a portare in gara Fred Buscaglione, scomparso qualche mese prima a causa di un incidente stradale. Non prese parte alla partita nemmeno Modugno, costretto a casa da un infortunio.

Nel selezionare il cast, Radaelli rivelò di aver ricevuto pressioni e raccomandazioni da generali, deputati, sottosegretari, ministri, sindaci, banchieri e chi più ne ha più ne metta. Non a caso quella del 1961 fu l’edizione che segnò un’ulteriore svolta nella storia della rassegna. Su quarantadue cantanti arruolati, ben venticinque erano esordienti, molti dei quali destinati ad entrare nel firmamento della musica leggera italiana. Infatti, debuttarono Adriano Celentano, Gino Paoli, Milva, Tony Renis, Giorgio Gaber, Little Tony, Jimmy Fontana, Edoardo Vianello, Umberto Bindi, Pino Donaggio e Bruno Martino. Stiamo parlando di eccellenze che, a loro volta, segnarono ed ispirarono le generazioni a venire. Un azzardo che non fu facile da digerire, infatti non mancarono di certo le critiche. La stampa dell’epoca si scagliò contro l’organizzazione, rea di aver selezionato troppi giovani, come se questo fosse un crimine, un peccato capitale.

Un rinnovamento che non venne subito compreso, nonostante in concorso ci fossero motivi destinati a durare nel tempo, come “24mila baci” e “Le mille bolle blu”. Vinse “Al di là”, un brano decisamente più classico, portato in scena da Betty Curtis e Luciano Tajoli. Per il secondo anno consecutivo, ne uscì piuttosto provata Mina, soffocata dalle polemiche, al punto da decidere di non prendere mai più parte alla gara. Una promessa mantenuta. Nel tempo si prese la sua bella rivincita reinterpretando a suo modo le canzoni sanremesi, ottenendo spesso riscontri maggiori degli interpreti originali, regalando una seconda vita a pezzi come E se domani e La voce del silenzio, che in Riviera passarono quasi inosservati.

Nel 1962 l’organizzazione del Festival passò nelle mani di Gianni Ravera, che negli anni cinquanta aveva preso parte alla gara un paio di volte come cantante. Fu meno fortunato del suo predecessore, poiché il livello delle canzoni era nettamente inferiore all’anno antecedente. Claudio Villa e Domenico Modugno si aggiudicarono insieme la vittoria con “Addio addio”, in quello che molti considerarono un vero e proprio “compromesso storico”. Da antagonisti ad alleati, il passo fu breve.

Le canzoni in concorso divennero trentadue, forse anche troppe. Da segnalare due prestigiose presenze della comicità italiana: Gino Bramieri in gara con “Lui andava a cavallo” e Ugo Tognazzi che firmò il testo di “Cose inutili”. A spuntarla nelle classifiche dell’epoca fu soltanto “Quando quando quando” del duo formato da Emilio Pericoli e Tony Renis.

Proprio come accaduto alla coppia Modugno-Dorelli qualche anno prima, la squadra venne riproposta nel 1963, quando i due artisti si ripresentarono battendo la concorrenza con “Uno per tutte”, un brano che strizzava l’occhio al mondo dell’avanspettacolo, dal testo frivolo e spensierato, ma che non superò la prova del tempo. Destino che riguardò un po’ tutte le canzoni di quell’annata, nonostante la commissione selezionatrice fosse presieduta dall’illustrissimo Vittorio De Sica.

L’unico fatto degno di nota fu il debutto di Mike Bongiorno alla conduzione, anche se la Rai cominciò a perdere interesse nei confronti della kermesse, al punto da trasmettere soltanto la serata finale. Al suo posto preferì puntare su trasmissioni considerate più contemporanee, come Canzonissima.

Le prime due edizioni gestite da Ravera inaugurarono una lunga fase di reflusso del Festival. Il pubblico non riusciva ad appassionarsi alle canzoni come un tempo, forse in giro c’era troppa musica, la stessa televisione ne proponeva ormai parecchia, a tutte le ore del giorno e della notte, dalle operette ai musicarelli. Il livello delle produzioni si era abbassato, Sanremo non era più il canale privilegiato dalle etichette discografiche e dagli stessi artisti. Inoltre, gli italiani avevano altro a cui pensare, il boom economico stava per lasciare spazio alla prima crisi del dopoguerra, favorendo un netto cambio di rotta a livello politico, con il primo Governo orientato a sinistra, capeggiato da Aldo Moro.

Per rilanciare una manifestazione che, seppur quattordicenne, sembrava già aver esaurito entusiasmo e idee, si puntò tutto sull’internazionalità. Nel 1964, infatti, la doppia esecuzione venne spartita tra cantanti italiani e ugole straniere, formula che fu ripetuta per le successive cinque edizioni. Così, fra gli altri, approdarono in Riviera star del calibro di Gene Pitney, Ben E. King, gli Yardbirds, Paul Anka, Mal, Rocky Roberts, Antoine, Shirley Bassey, Timi Yuro, i Les Surfs, Petula Clark, Roberto Carlos, i Los Hermanos Rigual, Yoko Kishi, Frankie Avalon, Udo Jürgens, i Rokes, Pat Boone, Vic Dana, Brenton Wood, Dionne Warwick, Marianne Faithfull, Connie Francis, Dalida, Françoise Hardy, Richard Anthony, Sonny Bono, Cher, Wilson Pickett, Louis Armstrong e Stevie Wonder. A pensarci oggi può sembrare incredibile.

Trionfò la giovane sedicenne Gigliola Cinquetti con “Non ho l’età (per amarti)“, eseguita in coppia con l’italo-belga Patricia Carli, ma furono tante le canzoni in linea coi tempi ricordate ancora oggi: da “Un bacio piccolissimo” di Robertino a “Venti chilometri al giorno” di Nicola Arigliano, passando per “Sabato sera” di Bruno Filippini e “Una lacrima sul viso” di Bobby Solo. Quest’ultimo fu escluso dalla gara, reo di aver cantato in playback a causa di una violenta laringite. L’artista romano si prese la sua bella rivalsa l’anno seguente, imponendosi sul gradino più alto del podio con “Se piangi se ridi”, in abbinamento con il collettivo folk statunitense dei The New Christy Minstrels.

Quella del 1965 fu un’annata sulla falsariga della precedente, funzionarono e vennero confermati i cambiamenti apportati dodici mesi prima. L’unica differenza? I big della canzone disertarono la manifestazione, impauriti dal vasto spazio che veniva concesso agli stranieri e alle nuove leve. I nomi più affermati dell’epoca temevano il confronto generazionale, di conseguenza i veterani del Festival rimasero Milva, Pino Donaggio e Betty Curtis. Tra gli esordienti, spiccarono i positivi debutti di Iva Zanicchi, Bruno Lauzi, Ornella Vanoni, Fred Bongusto e Nicola Di Bari.

L’Italia si riprese il suo Sanremo, grazie principalmente a motivi come “Le colline sono in fiore” e, soprattutto, “Io che non vivo (senza te)”, entrambi considerati malinconici, ma rappresentativi della poetica di un irripetibile momento storico. Nel tempo restarono impressi nella memoria collettiva del nostro Paese, divenendo due tra i principali evergreen sbocciati nella Città dei Fiori.

La musica era diventata un vero e proprio fenomeno di costume, oltre che di massa, come testimoniava la diffusione di locali di tendenza quali il Piper, considerato da molti il tempio di una nuova corrente destinata a gettare le basi della discomusic, un culto che avrebbe caratterizzato soprattuto il decennio successivo. Il leggendario club romano di via Tagliamento non era una semplice sala da ballo, bensì la rappresentazione di un sogno che traeva fascino, ispirazione e trasgressione dalle rivoluzioni culturali della Swinging London, del Greenwich Village di Manhattan e del Summer of Love di San Francisco.

Molti ragazzi italiani seguivano con attenzione ciò che all’estero veniva creato e sovvertito, appassionandosi a tematiche di vario stampo, dalla libertà sessuale all’avvento della minigonna. A tenere banco a livello internazionale fu soprattutto la questione della Guerra del Vietnam, con il crescente impegno americano e l’impressionante numero di vittime. Cortei di protesta sfilavano per le vie delle città di tutto il globo, in un movimento scaturito principalmente dai giovani, gli stessi che non avevano vissuto direttamente gli orrori dei due conflitti mondiali, ma che rischiavano di pagarne le conseguenze più care. Mentre il mondo si divideva tra Beatles e Rolling Stones, era in atto una vera e propria ribellione sociale. La musica era diventata un veicolo per esprimere le proprie opinioni, molti gruppi nacquero con questo intento. La chiamavano beat generation.

Sulla scia di questo profondo rinnovamento, andò in scena la sedicesima edizione del Festival di Sanremo, che vide trionfare Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti, quarto titolo per lui e secondo per lei. La loro “Dio come ti amo” mise d’accordo un po’ tutti, a discapito dell’esordiente Sergio Endrigo, dato per favorito alla vigilia. Tra gli altri illustri debutti, annoveriamo le presenze di Lucio Dalla, Orietta Berti, Equipe 84 e Caterina Caselli. Ribattezzata “casco d’oro” dalla stampa, quest’ultima si piazzò al secondo posto con la memorabile “Nessuno mi può giudicare”, canzone inizialmente destinata ad Adriano Celentano che, dopo averla provinata, preferì optare per un pezzo decisamente più nelle sue corde. Si trattava de “Il ragazzo della via Gluck”, l’unico motivo di quell’annata a non parlare d’amore. Un atto di accusa contro la speculazione edilizia che, secondo alcuni, avrebbe portato alla deriva e alla graduale perdita dei valori genuini di un tempo. Ideologie anti-urbanistiche che non convinsero le giurie, decretandone l’eliminazione nel corso della seconda serata. Un’esclusione che destò parecchio clamore, anche se le vendite e il tempo ribaltarono clamorosamente questa bocciatura.

Tra le altre novità da segnalare in questa edizione decisamente all’insegna del progresso, spiccarono paradossalmente i motivi più classici, come “Io ti darò di più” e “La notte dell’addio”. Tenne duro, quindi, il cosiddetto genere “melodico moderno”, ideato e ben rappresentato dallo stesso Modugno, assoluto protagonista grazie al suo recitar-cantando che fece scuola alle successive generazioni di cantautori. Uomo di teatro capace di calcare la scena come pochi, Mimmo si impose da subito per aver aperto una strada che non contemplava e non scimmiottava le mode dell’epoca. Prima del suo exploit, i pesi massimi del bel canto erano soliti rifarsi alla grande tradizione melodrammatica italiana, limitandosi ad eseguire e non ad interpretare.

Figlio degli stessi ideali, ma con un carattere decisamente più schivo e ombroso, era Luigi Tenco, un giovane cadetto della scuola genovese con alle spalle diverse opere di successo, come “Mi sono innamorato di te”, “Vedrai vedrai”, “Ho capito che ti amo” e “Lontano lontano”. Nel 1967 fu spronato dai suoi discografici a prendere parte al Festival della canzone italiana, dove si presentò con “Ciao amore ciao”. Il brano raccontava la storia di un contadino che, stanco della vita di campagna e del lavoro nei campi, aveva abbandonato la sua amata per recarsi in città alla ricerca di nuove opportunità lavorative.

Al suo fianco Dalida, vedette francese di origine italiana. Ciò che accadde la notte del 27 gennaio restò impresso nella nostra memoria, una vicenda a tratti avvolta nel mistero. Con l’ipotesi di suicidio si conclusero sbrigativamente le indagini sulla morte di Tenco, ma, negli anni, si contrapposero diverse teorie, anche se su molti punti non venne mai fatta chiarezza.

La diciassettesima edizione di Sanremo fu chiaramente segnata da questa immane tragedia, destinata a lasciare un’impronta dolorosa nella storia della rassegna. In un’Italia già provata dall’Alluvione di Firenze e dalle avvisaglie di un’allarmante decadenza, la morte di Tenco fu ritenuta un fatto scomodo. Gli organizzatori presero la cinica decisione di proseguire il Festival, ignorando completamente il dramma a tutela dello spettacolo. Lo stesso conduttore Mike Bongiorno si limitò a darne menzione: «questa serata comincia con una nota di mestizia per il lutto che ha colpito il mondo della musica leggera, con la scomparsa di un suo valoroso esponente».

Poche parole e si cambiò subito argomento. D’altronde, ai tempi, parlare di suicidio in tv era rigorosamente vietato. Per la mentalità dell’epoca, l’argomento era considerato a tutti gli effetti un tabù, di cui si conosceva l’esistenza, senza che fosse necessario entrare nel merito della questione. Il gesto di Tenco, di fatto, anticipò di pochi mesi il vento sessantottino di cambiamento e di protesta che stava per abbattersi anche sul nostro Paese.

Nonostante i rumors della vigilia, che davano per favorita Ornella Vanoni con “La musica è finita”, a vincere l’edizione più drammatica della storia della manifestazione fu “Non pensare a me”, pezzo dall’appeal canonico e tradizionale, eseguito da Claudio Villa e Iva Zanicchi, guarda caso gli unici artisti che si mostrarono pubblicamente affranti per quanto accaduto, manifestando platealmente il proprio dissenso per la mancata sospensione della gara.

Molti i 45 giri che ottennero successo all’indomani della kermesse, da “L’immensità” della coppia Dorelli-Don Backy a “Cuore matto” che consacrò il mito di Little Tony, passando per “Bisogna saper perdere” di Lucio Dalla e dei Rokes, a “Quando dico che ti amo” scritta da Tony Renis per l’esordiente Annarita Spinaci e “Io tu e le rose” di Orietta Berti, fino a “La rivoluzione” di Gianni Pettenati e “Proposta” de I giganti, una delle prime canzoni pacifiste presenti in concorso.

Ancora attoniti dalla scomparsa di Luigi Tenco, dodici mesi dopo, i membri della commissione selezionatrice non ritennero idoneo far partecipare un brano come “Meraviglioso”, poiché raccontava di un mancato suicidio. Un inno alla vita, che fu ritenuto in qualche modo inopportuno, indelicato. Di conseguenza, Domenico Modugno prese parte alla gara con “Il posto mio”, in abbinamento con Tony Renis. Il Festival di Sanremo divenne maggiorenne, con il proposito di risorgere dalle proprie ceneri. Ad imporsi fu la musica d’autore, ben rappresentata da Sergio Endrigo e da Roberto Carlos con “Canzone per te”.

Star di questa edizione fu Louis Armstrong, leggendario trombettista protagonista di un momento a dir poco indimenticabile. Il musicista americano, in gara con “Mi va di cantare”, era convinto di doversi esibire in una vera e propria jam session, per cui rimase sul palco a suonare con la band per diversi minuti, credendo che il cachet fosse troppo alto per eseguire una sola canzone. Uno spettacolo senza precedenti che fu interrotto da un giovane Pippo Baudo, alla prima delle sue tredici conduzioni, a causa del rigido regolamento che prevedeva per tutti i concorrenti lo stesso tempo di permanenza sul palcoscenico.

Ancora una volta gli organizzatori optarono per la linea dell’oscurantismo, lasciando fuori dalle porte del Casinò i fatti di cronaca, a partire dal violento evento sismico che aveva colpito nella Sicilia occidentale la Valle del Belice, appena due settimane prima dell’inizio della kermesse. Seppur presentato da un siciliano, Sanremo 1968 ignorò completamente l’accaduto. Nessuna particolare attenzione anche nei confronti della contestazione in atto, ossia del movimento poi ribattezzato “sessantotto”, un fenomeno socio-culturale che spaccò in due l’opinione pubblica, tra scontri e proteste che trasformarono completamente la nostra società. Per la prima volta si cominciò a parlare in piazza di ideali, oltre che di diritti civili, passando per temi politici e sociali, a partire dalle discriminazioni razziali che colpivano gli afroamericani fino all’imperialismo della Guerra del Vietnam che, proprio nei giorni della messa in onda del Festival, si avviava ad una decisiva svolta con l’offensiva del Têt, che determinò la fine dell’escalation statunitense e la resa del presidente Johnson.

In questo clima di profonda valenza storica, Sanremo viveva nella sua patinata bolla, come una sorta di oasi felice. Sul palco si cantava e dietro le quinte ci si azzuffava per i diritti d’autore, celebre la contesa tra Adriano Celentano e Don Backy, che determinò l’uscita di quest’ultimo dal Clan, l’etichetta del Molleggiato. Circa venti milioni di italiani seguirono la serata finale della rassegna, favorendo la commercializzazione di numerosi 45 giri, tra cui: “Deborah” del debuttante Fausto Leali, “La siepe” dell’altro autorevole esordiente Al Bano Carrisi, “Casa bianca” di Ornella Vanoni e Marisa Sannia, “La tramontana” di Antoine, “Quando m’innamoro” di Anna Identici e “Gli occhi miei” di Dino.

Dodici mesi più tardi il sentimento di contestazione si diffuse a macchia d’olio su tutta la penisola, con le proteste che arrivarono naturalmente anche in Riviera. Nei giardini di Villa Ormond, a due chilometri e mezzo dal Casinò, andò in scena il Controfestival indetto da Dario Fo e Franca Rame. Scioperi e manifestazioni minacciarono il corretto svolgimento della gara, di conseguenza Sanremo 1969 non iniziò con i migliori auspici.

Ricordiamo questa edizione per l’unica storica partecipazione di Lucio Battisti che, dopo aver firmato “Non prego per te” di Mino Reitano e “La farfalla impazzita” di Johnny Dorelli nel corso delle due annate precedenti, decise di prende parte alla gara con “Un’avventura”, le cui vendite superarono di gran lunga quelle della canzone vincitrice: “Zingara”, portata in scena da Iva Zanicchi e Bobby Solo. Un trionfo di misura, con soli nove voti di scarto sullaseconda classificata Lontano dagli occhi, interpretata dalla britannica Mary Hopkin e dal campione uscente Sergio Endrigo. Tra i debutti eccellenti, emersero Rita Pavone, i Dik Dik, Gabriella Ferri e Nada con la celebre “Ma che freddo fa”.

Ottennero lauti consensi commerciali anche “La pioggia” di Gigliola Cinquetti e France Gall, “Bada bambina” di Little Tony e Mario Zelinotti, “Cosa hai messo nel caffè” di Riccardo Del Turco e Antoine e “Quando l’amore diventa poesia” di Massimo Ranieri e Orietta Berti. Nessuna delle ventiquattro canzoni in concorso si preoccupò di affrontare tematiche sociali che trovassero una rispondenza nel comune sentire dell’epoca, oltre che un’affinità con quel clima di profondo cambiamento. Gli amori infranti monopolizzarono testualmente la scena. Una scelta socialmente voluta, ma moralmente e storicamente poco comprensibile…

“Sanremo Story”, luci e ombre degli anni ‘70. Con l’intento di accontentare su larga scala i gusti degli ascoltatori, il Festival aveva contribuito al processo di frammentazione del pubblico nei due decenni antecedenti. Il mercato discografico era cambiato e i fruitori di musica si erano evoluti, di conseguenza non esisteva più un’unica Italia ipnotizzata davanti all’apparecchio radiofonico o al teleschermo.

Cavalcare le mode seguendo le tendenze del momento era una pratica che premiava nell’immediato, ma col tempo aveva gradualmente sottratto identità alla manifestazione, che finì per perdere il proprio carattere distintivo. Per tutta questa serie di ragioni, Sanremo stava per diventare una matassa difficile da sbrogliare. L’edizione del 1970 non fu altro che una lineare rappresentazione di quanto stava accadendo nel nostro Paese. Adriano Celentano e Claudia Mori si aggiudicarono il titolo con “Chi non lavora non fa l’amore”, sulla scia degli scioperi operai dell’autunno caldo. Una canzone attuale e provocatoria che non passò alla storia, ma che in quel momento fece la storia.

Il clima che si respirava era ben lontano da quello degli inizi del decennio precedente, dall’Eden del boom economico si passò rapidamente al limbo delle contestazioni. Vennero approvate alcune norme importanti per la nostra storia legislativa, a cominciare dallo Statuto dei lavoratori, passando per la legge che introdusse per la prima volta il divorzio. In qualche modo, il brano portato in scena dalla coppia più bella del mondo, aveva fotografato meglio di una reflex quel preciso e delicato momento di transizione.

Orfana della presenza dei cantanti stranieri, la rassegna puntò tutto sulle eccellenze tricolore e su brani di stampo melodico. Si affermarono così “La prima cosa bella” dei Ricchi e Poveri e Nicola Di Bari, “La spada nel cuore” di Patty Pravo e Little Tony, “Eternità” di Ornella Vanoni e I Camaleonti, “Tipitipitì” di Orietta Berti e Mario Tessuno, “Re di cuori” di Caterina Caselli e Nino Ferrer, “L’arca di Noè” di Iva Zanicchi e Sergio Endrigo.

Dopo la vittoria rivoluzionaria di una canzone impegnata, nel 1971 si ritornò alla consuetudine sentimentale con “Il cuore è uno zingaro” di Nicola Di Bari, che trionfò in abbinamento con la giovanissima Nada. Al secondo posto si riconfermarono i Ricchi e Poveri, questa volta accompagnati dal portoricano José Feliciano, con la celebre “Che sarà”, composta da Jimmy Fontana. Sul gradino più basso del podio si impose “4 marzo 1943”, un pezzo tanto innovativo quanto rivoluzionario, tra i più conosciuti di Lucio Dalla, proposto in gara con gli Equipe 84. Un’annata meritevole di menzione anche per i debutti dei Nomadi e della Formula 3, oltre che per l’ultima partecipazione in gara di Celentano con “Sotto le lenzuola”.

Seppur i risultati dell’edizione precedente non furono per nulla deludenti, a Sanremo 1972 si decise di rimescolare le carte e cambiare di nuovo tutto. Così, dopo circa un ventennio, venne abolito il meccanismo della doppia esecuzione. Si tornò alla formula dell’interpretazione singola e alla conduzione venne richiamato Mike Bongiorno, dopo alcuni anni di assenza, affiancato dall’attrice Sylva Koscina e dal comico Paolo Villaggio.

Ad aggiudicarsi il titolo fu, per il secondo anno consecutivo, Nicola di Bari con “I giorni dell’arcobaleno”, un brano che non superò la spietata prova del tempo. Ad imporsi nelle classifiche e nella memoria collettiva degli italiani, furono invece: “Piazza grande” di Lucio Dalla, “Montagne verdi” interpretata dall’esordiente Marcella Bella, “Gira l’amore (caro bebè)” di Gigliola Cinquetti, “Mediterraneo” di Milva, “Il re di denari” di Nada e “Jesahel” dei Delirium, questi ultimi capeggiati da Ivano Fossati, alla sua unica partecipazione festivaliera come interprete.

Dopo anni di corteggiamenti serrati, prese parte alla competizione anche Gianni Morandi che, seppur giovanissimo, vantava già un repertorio di tutto rispetto e vendite da capogiro. “Vado a lavorare” non era di certo una delle sue opere migliori, infatti non riuscì ad andare oltre la quarta posizione. Non andò bene nemmeno a Domenico Modugno, che arrivò ultimo con la sua “Un calcio alla città”, da alcuni accusata di incentivare il fenomeno dell’assenteismo. In realtà si trattava di una scanzonata riflessione sulla storia di un impiegato che, per un giorno, decideva di disertare la propria scrivania per tornare a respirare a pieni polmoni l’aria pulita di campagna, al grido di «amore mio vieni anche tu, il capoufficio lasciamolo su».

Sulla stessa scia progressista si caratterizzò anche l’annata 1973. L’organizzazione della kermesse passò nelle mani del nuovo direttore artistico Vittorio Salvetti, già patron del Festivalbar. A mettere d’accordo le giurie fu Peppino Di Capri, che si aggiudicò la vetta della classifica finale con “Un grande amore e niente più”. La commissione non ritenne idonee alcune candidature di lusso: Ivano Fossati con “Vento caldo”, Lucio Dalla con “Un’auto targata TO” e un giovanissimo Antonello Venditti, cantautore che non debuttò mai direttamente in gara, se non nel ’92 come autore, insieme a Michele Zarrillo, di “Strade di Roma”.

A causa di queste eccellenti esclusioni, Adriano Celentano disertò la kermesse a pochi giorni dalla partenza ufficiale, dopo essere stato reclutato con il brano “L’ultima chance”. Il cantautore milanese espresse le sue motivazioni nel seguente sarcastico telegramma: «Causa sopravvenuta piccola gastrite, sono impossibilitato partecipare XXIII Festival. Medico ha consigliato cinque giorni assoluto riposo, nonostante mia preghiera di darmene solo tre stop. Conoscendo mia sensibilità credo che scintilla di questa infiammazione sia scoccata nel momento in cui commissione ha bocciato notori personaggi senza tenere conto del loro prestigioso apporto sinora dato alla canzone italiana stop. Circa nuove leve non credo proprio che commissione abbia fatto loro interesse poiché solo affiancati dai grossi calibri anche giovani possono avere meritato risalto stop. Auguro ugualmente questo Festival grande successo anche se purtroppo senza mia presenza lo vedo alquanto pallido stop». Uno sfottò in piena regola che, seppur geniale e in qualche modo motivato, si rivelò a tutti gli effetti un ironico sgarbo.

Attirarono l’attenzione del pubblico: “Tu nella mia vita” della coppia Wess e Dori Grezzi, “Da troppo tempo” di Milva, “Amore mio” di Umberto Balsamo, “Vado via” di Drupi e “L’uomo che si gioca il cielo a dadi” di Roberto Vecchioni, alla prima delle sue due partecipazioni sanremesi. Per l’unica volta in ventitré anni di storia, nessun motivo proveniente dalla manifestazione arrivò in cima alla hit parade. In termini popolari, si trattò comunque di una delle ultime edizioni del decennio a suscitare un sentimento di interesse.

Di lì a poco bisognò fare i conti con un’amara realtà: il Festival non era più lo spettacolo preferito dal pubblico italiano, la mancanza di belle canzoni non fece altro che alimentare il disinteresse anche da parte della stessa Rai, che per diverso tempo trasmise a malapena la serata finale, al punto che nel 1973 la kermesse andò in onda integralmente solo su TeleBiella e TeleNapoli. Il mondo stava cambiando, i benefici del miracolo economico lasciarono gradualmente spazio al consumismo, situazione che si riflesse anche nel modo di fruire la musica. Non a caso, proprio nello stesso periodo chiusero i battenti altre due storiche manifestazioni canoro-televisive: Canzonissima e il Cantagiro. Considerata da molti una rassegna ormai desueta e superata, anche Sanremo cominciava a rischiare parecchio, proprio mentre nel nostro Paese si respirava un’aria pesante, con il terrorismo rosso e nero che insanguinava le strade delle città nei terribili “anni di piombo”.

La ventiquattresima edizione sanremese determinò un ulteriore passo verso la crisi. Unica nota positiva fu laconduzione affidata nelle mani dell’indimenticato Corrado, accompagnato dall’annunciatrice Gabriella Farinon. Da segnalare l’isolata partecipazione del futuro direttore artistico Claudio Baglioni, in veste di autore del brano “A modo mio”, portato in scena da Gianni Nazzaro.

Per porre rimedio alle numerose polemiche e per incentivare la presenza dei big, per la prima volta il cast venne suddiviso in due gruppi: quattordici veterani e quattordici nuove leve. I primi finirono direttamene in finale, mentre tra le matricole superarono il turno soltanto in quattro. Una soluzione piuttosto democratica, arrivata forse un po’ in ritardo. Come sistema di votazione si optò per uno strambo e artificioso meccanismo, con gruppi d’ascolto dislocati in varie sedi sparse per tutto il territorio nazionale, con conseguenti e paradossali difficoltà di collegamento. Una formula complicatissima, che non fu mai più replicata.

Trionfò Iva Zanicchi con “Ciao cara come stai?”, scritta da Cristiano Malgioglio. Con questo titolo, l’Aquila di Ligonchio diventò la cantante donna più titolata del Festival, collezionando la terza medaglia d’oro in bacheca. Si classificò secondo Domenico Modugno, alla sua ultima partecipazione con “Questa è la mia vita”, considerano da molti il suo testamento sanremese. In realtà, nessuna canzone riuscì a superare in definitiva la prova del tempo. Un buon riscontro lo ottennero nell’immediato “In controluce” di Al Bano e “Fiume grande” di Franco Simone, che si impose soprattutto a livello internazionale nella versione spagnola intitolata Rio grande. Chi pensava che non si sarebbe potuto fare peggio, però, sbagliava di grosso.

Possiamo considerare l’edizione del 1975 come l’annus horribilis del Festival, poiché totalmente privo di cantanti professionisti. La rassegna, da molti ribattezzata “sagra degli sconosciuti”, fu organizzata per la prima e unica volta direttamente dal Comune di Sanremo. Il risultato fu deludente sotto ogni punto di vista: le case discografichedisertarono l’evento lasciando la scena a cantanti senza un minimo di esperienza, che i rotocalchi dell’epoca definirono come un gruppo di dilettanti allo sbaraglio. Oltre alla mancata presenza di veri big, il grande problema fu costituito dai motivi in concorso, qualitativamente non all’altezza della situazione e di una rassegna canora che, proprio quell’anno, festeggiava le nozze d’argento con la discografia italiana. Ad aggiudicarsi il primo posto fu “Ragazza del sud”, scritta e interpretata dalla debuttante Rosangela Scalabrino, in arte Gilda. La canzone venne presa di mira dalla stampa poiché ritenuta il manifesto retorico e retrogrado del concetto di donna tradizionale, una visione per certi versi reazionaria, in netto contrasto con le ideologie del movimento femminista e con il moderno risveglio di coscienze in atto in quel preciso momento storico. A tutt’altra corrente di pensiero aderiva Paola Musiani con “Se nasco un’altra volta”, brano che sottolineava gli svantaggi della donna ritenuta all’epoca ancora un oggetto. Insomma, seppur questa sia da considerare un’edizione in parte da cancellare, qualcosa di salvabile in fin dei conti c’era.

Nel 1976 avvenne il primo vero tentativo di rilancio del Festival, il patron Vittorio Salvetti decise di eliminare l’orchestra e le esibizioni dal vivo in favore del playback, introducendo per la prima volta la figura degli ospiti fuori concorso, sia italiani che internazionali. Una decisione con i suoi pro e i suoi contro, che portò ad una lenta e graduale mutazione genetica: da rassegna canora a spettacolo televisivo.

Dopo la rinuncia al fulmicotone di Domenico Modugno, la conduzione della kermesse venne affidata allo speakerGiancarlo Guardabassi, che presentò le serate dalla sua postazione radiofonica senza mai salire sul palco. A spuntarla fu nuovamente Peppino Di Capri, dominatore della scena per la seconda volta con “Non lo faccio più”. Dopo ventisei anni in cui a Sanremo si era parlato di sentimenti casti e candidi in tutte le possibili stucchevoli declinazioni, finalmente in Riviera arrivò l’amore torbido e carnale: così il Festival scoprì il sesso.

La canzone vincitrice, infatti, raccontava le dinamiche di uno spogliarello. Il buon Peppino era decisamente in bella compagnia, visto e considerato che la maggior parte dei pezzi, ben diciassette motivi su trenta, affrontavano tematiche decisamente più libertine che puritane. Che dire di Sandro Giacobbe e della sua “Gli occhi di tua madre”? Brano che raccontava la storia di lui, fidanzato in casa, che si innamorava della mamma di lei. Ebbene sì, i tempi erano proprio cambiati, come ben indicato dalla chiacchierata esclusione di Claudio Villa, che aveva avanzato la sua candidatura con “Serenata al mio padrone”, un samba sulle lotte operaie e sulle proteste sociali in atto in quegli anni. Proprio quando il Reuccio si mostrò in linea con i tempi, paradossalmente, la sua proposta non era stata ritenuta idonea dall’organizzazione e non fu ammessa a quell’edizione, poi ribattezzata la più sexy della storia. Questa volta, a Sanremo l’amore non aveva fatto rima soltanto con cuore.

Il processo di rinnovamento passò anche per l’annata del 1977, la prima ad essere trasmessa a colori e non più in bianco e nero. Tra le altre novità, la manifestazione traslocò di circa 600 metri, dal Casinò al mitico Teatro Ariston, location che doveva essere inizialmente solo temporanea. Alla conduzione tornò per l’ottava volta Mike Bongiorno, affiancato dall’annunciatrice Maria Giovanna Elmi. In linea di massima, fu il Festival dei complessi, con ben tre gruppi musicali che si aggiudicarono l’intero podio: terzi I Santo California con “Monica”, secondi i Collage con “Tu mi rubi l’anima” e primi gli Homo Sapiens con “Bella da morire”. A grandi linee, il Festival cominciò ad intravedere una piccola luce in fondo al tunnel.

Le cose sembravano andare nel verso giusto, per certi aspetti bastava ripetere la formula dell’anno precedente, invece nel 1978 tutto venne messo in discussione per l’ennesima volta. Le proposte vennero suddivise in tre categorie: cantautori, interpreti e complessi. Per evitare che tra le prime posizioni si piazzassero di nuovo esclusivamente le band, si decise di far arrivare in finale soltanto un esponente per ciascun gruppo di assegnazione. Così al terzo posto si distinse la celebre “Gianna” di Rino Gaetano, alla sua unica presenza in Riviera, al secondo si piazzò “Un’emozione da poco” della sedicenne Anna Oxa, all’epoca prodotta da Ivano Fossati, e in vetta si aggiudicò la palma d’oro “…e dirsi ciao” dei Matia Bazar. Dopo qualche anno trascorso in sordina, qualcosa cominciava a rimettersi in moto.

Sul più bello, però, si registrò l’ennesima battuta di arresto. Quella del 1979 fu un’altra edizione sottotono, con un livello di canzoni per nulla memorabile. L’insana scelta di rinunciare ancora una volta ai big portò alla vittoria del poco conosciuto Mino Vergnaghi e della sua poco ricordata “Amare”. Anche in questo caso i brani non si dimostrarono all’altezza della situazione e di un palco così prestigioso. L’offerta musicale fu nettamente inferiore a quella dell’anno precedente, a prendersi la scena furono i cantanti-cabarettisti con le loro stravaganti e goliardiche proposte: Enrico Beruschi con “Sarà un fiore”, Marinella con “Autunno cadono le pagine gialle”, Franco Fanigliulo con “A me mi piace vivere alla grande” e i Pandemonium con “Tu fai schifo sempre”. Insomma, un Festival all’insegna del più completo disimpegno.

L’opinione pubblica si spaccò letteralmente a metà, tra quelli che sostenevano per una chiusura definitiva dellamanifestazione e coloro i quali avrebbero fatto di tutto per salvarla. Un declino suggellato dall’incremento dell’importazione di canzoni straniere, sempre più presenti nelle classifiche del nostro Paese. Si sprecarono critiche e giudizi a riguardo, si rincorsero opinioni e si pronunciarono anche pareri autorevoli, ma le idee più chiare le ebbe senza ombra di dubbio Rino Gaetano. Con il suo costume di scena, il cilindro, il frac e l’ukulele, sbeffeggiò l’opinione borghese del Festival, dandone una connotazione estremamente popolare. Un concetto riassunto nell’intervista concessa all’indomani della sua partecipazione a Il Messaggero: «Sanremo è sempre uguale, perché non c’è la buona intenzione di cambiarlo per davvero. Gli artisti potrebbero essere interessati a un rinnovamento e, infatti, le poche volte che hanno avuto spazio sono riusciti a fare qualcosa. Il Festival resta comunque una passerella e, come tutte le vetrine, ti offre pochi minuti per proporre un discorso che normalmente faresti in due ore di spettacolo. Così ti ritrovi costretto ad escogitare qualcosa. Per quanto mi riguarda, ho scelto la strada del paradosso, un po’ alla Carmelo Bene. Comunque sia, Sanremo resta tuttora una manifestazione insuperata». Severo, ma giusto…

“Sanremo Story”, gli anni ’80 e il trionfo del nazionalpopolare. I segni della rinascita del Festival di Sanremo si intravidero sin dall’inizio del nuovo decennio. Dopo il calo fisiologico avvenuto nei precedenti anni ’70, si riuscì a ridare lustro alla manifestazione, restituendole lo stesso fervore avvertito negli anni ’50 e poi bissato successivamente negli anni ’60. La musica italiana riacquisì credibilità e centralità attraverso i mezzi radiofonico-televisivi, ritrovando la gloria perduta. Dopo un lustro decisamente sottotono, la rassegna non si accontentava più di sopravvivere, aveva bisogno di recuperare idee ed energie per il giusto rilancio.

I primi segnali positivi arrivarono con la trentesima edizione del 1980, condotta da Claudio Cecchetto, affiancato per l’occasione dalla soubrette Olimpia Carlisi e dal futuro Premio Oscar Roberto Benigni. Ad imporsi fu “Solo noi” di Toto Cutugno, al debutto solista dopo due partecipazioni come frontman degli Albatros. Unica vittoria in Riviera del cantautore che, negli anni a seguire, si posizionò per ben sei volte al secondo posto. Comunque sia, una sorta di primato anche questo!

A scalare le classifiche all’indomani della fine della rassegna, furono “Su di noi” di Pupo e “Contessa” dei Decibel. Per Gianni Morandi si trattò della seconda presenza in gara, anche questa poco fortunata, con il brano “Mariù”: arrangiato da Lucio Dalla, musicato da Ron e scritto nientepopodimeno che da Francesco De Gregori. Quest’ultimo a Sanremo aveva giurato di non metterci mai piede, lo fece pubblicamente in una canzone del ’76, intitolata proprio Festival, dedicata alla scomparsa di Luigi Tenco. Una promessa finora mantenuta.

Tra i veterani, si ripresentò in gara anche Bobby Solo, assente da otto anni. Presentando il suo brano “Gelosia”, dichiarò: «Se gestito bene, il Festival può essere una splendida vetrina per l’Italia e per l’estero, checché se ne dica. Sono convinto che si possa tornare all’epoca d’oro puntando sulla melodia. La musica ritmica lasciamola agli americani, che sono più bravi e la sanno fare con tutti i crismi. Noi siamo conosciuti all’estero per la melodia, la sappiamo fare ed esportare. Il mondo non è fatto solo di discoteche, cerchiamo di preservare quest’ultima vetrina che ci è rimasta». Insomma, si aprì un nuovo ciclo. L’interesse verso la kermesse tornò di attualità, grazie al rilancio mediatico ottenuto con i compromessi del playback e dei grandi ospiti stranieri.

Nel corso di tutto il decennio, infatti, calcarono il palco dell’Ariston autentiche star internazionali del calibro di: Barry White, i Dire Straits, Charles Aznavour, Johnny Hallyday, Gloria Gaynor, i Kiss, Van Halen, Peter Gabriel, Toquinho, Paul Young, i Queen, Bonnie Tyler, i Frankie Goes To Hollywood, i Duran Duran, gli Spandau Ballet, Sting, i Depeche Mode, Whitney Houston, gli Europe, Paul Simon, Art Garfunkel, Bob Geldof, i Pet Shop Boys, Paul McCartney, Joe Cocker, i Toto, Terence Trent D’Arby, Sandie Show, i Bon Jovi, Ricky Astley, Nick Kamen, i Simply Red, Boy George, Ray Charles, Elton John e molti altri ancora.

L’edizione del 1981 non fece altro che confermare le grandi aspettative. Favorita della vigilia era Loretta Goggi, in gara per la prima e unica volta con “Maledetta primavera”, classificatasi in seconda posizione alle spalle di Alice ,che primeggiò con l’innovativa “Per Elisa”, composta con Franco Battiato e Giusto Pio. Grande successo lo ottenne anche “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri, apparsi in quattro durante le prove e rimasti in tre nella messa in onda televisiva, dopo la tanto chiacchierata uscita di scena di Marina Occhiena.

Tra i debutti eccellenti di questa annata, segnaliamo gli esordi di Eduardo De Crescenzo con la splendida “Ancora”, Gianni Bella con “Questo amore non si tocca”, Luca Barbarossa con “Roma Spogliata”, Michele Zarrillo con “Su quel pianeta libero” e Fiorella Mannoia con “Caffè nero bollente”. Con la musica rimessa rigorosamente al centro, Sanremo tornò nuovamente d’interesse popolare, complice la Rai che decise di trasmettere in diretta tutte le serate, elemento alla base della longevità di questa manifestazione, nonché la punta di diamante di un format vincente. Nessuno parlò più di crisi.

Quella del 1982 fu l’ultima edizione del triennio Cecchetto, un’annata che potremmo definire cruciale per la definitiva ripresa della kermesse. A sbaragliare la concorrenza fu Riccardo Fogli con “Storie di tutti i giorni”, che inaugurò la lunga stagione delle vittorie annunciate. Grande successo lo riscontrò “Felicità”, portata alla ribalta dai coniugi Al Bano e Romina Power. Nello stesso frangente, nacque parallelamente il Premio della Critica, attribuito dalla sala stampa a Mia Martini. L’ugola calabrese, al suo esordio con “E non finisce mica il cielo”, si aggiudicò in seguito altre due volte tale onorificenza. A partire dal ’96, anno successivo alla sua prematura scomparsa, questo prestigioso riconoscimento venne intitolato alla sua memoria.

Il regolamento della trentaduesima edizione del Festival prevedeva trenta artisti in gara, quattordici big e sediciaspiranti. I primi andarono direttamente in finale, i secondi vennero dimezzati. Al gruppo di questi ultimi si unì anche Claudio Villa con “Facciamo la pace”, al suo ritorno dopo dodici anni di assenza. Il Reuccio supplicò il direttore artistico Gianni Ravera di poter prendere partealla competizione, accettando la sfida in seconda categoria con il rischio di subire l’eliminazione, convinto che tanto non sarebbe mai successo. Accadde l’irreparabile: scoppiò un putiferio, volarono paroloni e minacce di percosse. Il cantante romano, furibondo, si rivolse al pretore di Sanremo per acquisire i verbali delle “misteriose” giurie, sulla carta dislocate in tutto il Paese, anche se a nessuno era dato sapere dove. In effetti, qualcosa non tornava e già da tempo veniva messa in dubbio la reale esistenza di queste fantomatiche commissioni di voto. Il magistrato fece notare a Villa che tale procedimento avrebbe comportato la sospensione del Festival, così l’artista ci ripensò accontentandosi di un compromesso: il ripescaggio di uno degli esclusi tramite estrazione. La sorte non fu a suo favore, la lotteria portò alla rentrée di Michele Zarrillo, riammesso in gara con “Una rosa blu”.

Fecero il loro debutto in questa memorabile edizione due emiliani destinati a diventare delle leggende della canzone nazionale: Vasco Rossi con “Vado al Massimo” e Zucchero Fornaciari con “Una notte che vola via”. Entrambi poco fortunati in Riviera, finirono inspiegabilmente nei bassifondi della classifica finale.

Considerato il momento d’oro della musica emergente, il regolamento di Sanremo 1983 favorì nettamente le nuove leve, penalizzando viceversa i veterani. Venne fatta finalmente chiarezza sul sistema di votazione e le giurie furono affidate a sessanta sindaci di altrettanti comuni italiani. Ai partecipanti venne concessa la possibilità di esibirsi totalmente in playback o di cantare dal vivo su base registrata, qualora lo preferissero. Questo creò comunque un dislivello, una competizione a pensarci oggi poco equa. Tra le tante canzoni in concorso, a spuntarla fu la semisconosciuta Tiziana Rivale, presente all’appello con “Sarà quel che sarà”. Completarono il podio, tutto al femminile, l’altra giovane promessa Donatella Milani con “Volevo dirti” e la popolare Dori Ghezzi con “Margherita non lo sa”. Quest’ultima si presentò in Riviera con il compagno Fabrizio De Andrè, che in quell’occasione commentò: «Questi sono i veri eroi della canzone italiana. Non io, i Dalla, i De Gregori o i Bennato, che facciamo i baroni nelle nostre torri d’avorio. Chi ha il coraggio di venire qui, in questo macello, perché non ha altro modo di lanciare il suo lavoro, è da ammirare veramente. I cantautori come me e i miei colleghi non rischiano mai. D’ora in poi saprò cosa rispondere a chiunque, credendo di essere alla moda, parla o scrive male del Festival di Sanremo». Una posizione decisamente interessante, schietta e controcorrente.

Tra i motivi in gara, spiccarono alcuni pezzi divenuti memorabili, come “Vacanze romane” dei Matia Bazar e “1950″ di Amedeo Minghi, oltre a valide proposte quali “La mia nemica amatissima” di Gianni Morandi e “Mi sono innamorato di mia moglie” di Gianni Nazzaro. Ci riprovarono Zucchero e Vasco Rossi, rispettivamente con “Nuvola” e “Vita spericolata”, ma ottennero la stessa infausta sorte dell’annata precedente. Curiosa la presenza di Richard Sanderson, popstar britannica reduce dall’immenso successo internazionale di Reality, motivo centrale della colonna sonora de Il tempo delle mele, che approdò nella città dei fiori con la poco fortunata “Stiamo insieme”. Un po’ come se oggi al Festival prendessero parte Adele o Ed Sheeran, in gara e cantando per giunta in italiano. Una roba inimmaginabile.

Giocò una partita a parte “L’italiano”, considerato un vero e proprio secondo inno nazionale in giro per il mondo, più volte bistrattato da noi in patria. Il pezzo, inizialmente proposto ad Adriano Celentano, fece la fortuna di Toto Cutugno, soprattutto all’estero. L’autore del testo, Cristiano Minellono, detto Popi, più volte ribadì la sua visione del brano: «Era una fotografia critica dell’Italia in quel preciso momento storico, perché l’autoradio nella mano destra voleva dire un Paese di ladri, troppa America sui manifesti rappresentava un Paese privo di personalità, più donne e sempre meno suore significava un Paese privo di vocazione. Insomma, una canzone molto cruda e amara, che nel tempo è stata interpretata come una canzonetta banale tipo Sole, pizza e amore». Dunque, altro che qualunquismo.

Quell’anno il clima attorno alla rassegna non fu dei migliori, a causa dello sciopero dei fotografi, allontanati dal sottopalco a favore delle telecamere destinate alle riprese televisive, oltre che della protesta dei lavoratori delle case discografiche per il rinnovo del contratto. Queste agitazioni minacciarono il corretto svolgimento dell’evento.

La situazione non migliorò nel 1984 ed, infatti, la trentaquattresima rappresentazione del Festival fu anch’essa segnata dalle contestazioni, ma anche da un profondo senso di rinnovamento. La novità principale riguardò l’introduzione della sezione Nuove Proposte, o categoria giovani che dir si voglia. Da questo momento in poi, fatta eccezione per il 2004, il 2019, il 2022, il 2023 e il 2024, la kermesse verrà articolata in due competizioni distinte, questo sia per agevolare l’affermazione degli emergenti che per favorire i ritorni dei big. Nacque così l’idea di separare la gara, decretando due diversi vincitori, questo a conferma che lo spirito iniziale della rassegna, piano piano, era andato a scontrarsi con la realtà, deviando l’attenzione più suicantanti che sulle canzoni.

Con gli anni, il peso specifico di un artista, il blasone, la sua carriera, la messa in scena e l’interpretazione assunsero sempre maggiore importanza. Peccato, però, che a partire da questa edizione, fortunatamente per soli due anni, gli artisti in gara non si esibirono dal vivo, come preteso dalle case discografichedell’epoca, intenzionate a far riprodurre i brani in maniera fedele alle versioni originali. Altra novità riguardò il sistema di valutazione delle classifiche: superate le polemiche riguardanti le “giurie fantasma”, si decise di coinvolgere il pubblico mediante una specie di televoto primordiale, attraverso le schedine del Totip, che permettevano agli spettatori di esprimere la propria preferenza recandosi in una delle numerose ricevitorie sparse per il territorio. Ad aggiudicarsi il favore degli scommettitori furono Al Bano e Romina con “Ci sarà”, mentre in seconda categoria si impose un giovanissimo Eros Ramazzotti con la rappresentativa “Terra promessa”, inno di un’intera generazione e pezzo che inaugurò la sua straordinaria carriera internazionale.

Degna di nota la sigla di questa annata, “Rose su ros”e, affidata alla sempreverde vocalità di Mina. A distanza disedici anni dall’esordio, tornò per la seconda volta alla conduzione Pippo Baudo, personaggio che incarnava alla perfezione il ritrovato spirito nazionalpopolare. A lui il merito di aver affrontato nel migliore dei modi una delle pagine più delicate della storia festivaliera, risolvendo la questione dei metalmeccanici dell’Italsider di Genova in marcia su Sanremo. A sorpresa, il conduttore catanese diede la possibilità ad una delegazione di operai di salire sul palco, per spiegare in diretta televisiva le ragioni della loro protesta. Uno dei primi tentativi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in scena all’Ariston, sentimento sociale destinato a crescere nel tempo.

Tornando alla musica, la maggior parte delle canzoni parlavano naturalmente d’amore, principalmente con l’utilizzo di accordi semplici e ritornelli facilmente memorizzabili. Una formula che premiò motivi più immediati come “Non voglio mica la luna” di Fiordaliso, “Serenata” di Toto Cutugno e “Cara” di Christian, rispetto a brani con una costruzione armonica decisamente più raffinata come “Nina” di Mario Castelnuovo, “Nuovo swing” di Enrico Ruggeri, “Come si cambia” di Fiorella Mannoia e “Per una bambola” di Patty Pravo, di ritorno a quattordici anni dalla sua ultima presenza in Riviera.

La trentacinquesima edizione della kermesse seguì a grandi linee la scia del rinnovamento intrapreso dodici mesi prima. Furono confermati Pippo Baudo alla conduzione e Gianni Ravera in cabina di regia. Dominarono la scena i Ricchi e Poveri, primatisti con “Se m’innamoro”. Meritevole di menzione “Donne” di Zucchero, un habitué delle ultime posizioni in classifica, mentre conquistò un buon sesto posto Eros Ramazzotti, promosso in prima categoria con “Una storia importante”.

Sul gradino più basso del podio si impose “Chiamalo amore” della veterana Gigliola Cinquetti, di ritorno a dodici anni di distanza dall’ultima partecipazione, mentre in seconda posizione si affermò il quattordicenne messicano Luis Miguel, con il manifesto giovanile “Noi ragazzi di oggi”. Tra i brani più popolari presenti all’appello spiccarono “E mo’ e mo’” di Peppino Di Capri e “Tu dimmi un cuore ce l’hai” di Marco Armani. Ben assortita la scena cantautorale, grazie alle presenze di Ivan Graziani con “Franca ti amo”, Eugenio Finardi con “Vorrei svegliarti”, Franco Simone con “Ritratto”, Eduardo De Crescenzo con “Via con me” e Mimmo Locasciulli con “Buona fortuna”.

Tra le matricole, invece, si fecero notare Mango con “Il viaggio” e Cristiano De Andrè con “Bella più di me”, ma la vittoria andò a “Niente di più” di Cinzia Corrado. La cantante, tuttavia, non riuscì a costruire una solida carriera neltempo, anche a causa di vicissitudini discografiche che non la riportarono in gara l’anno seguente, prerogativa determinante per l’affermazione di un artista emergente, forse più della vittoria stessa. Infatti, la storia del Festival ci insegna che per mantenere una certa popolarità è necessaria una certa promozione, talvolta rappresentata anche da una seconda chance, per creare un po’ di continuità. Gli artisti a cui non è stata concessa questa opportunità, nona caso, hanno dovuto faticato il doppio oppure sono finiti tristemente nel dimenticatoio.

Ospite italiano fuori concorso fu Claudio Baglioni, invitato a ricevere il Premio “Canzone del secolo” per “Questo piccolo grande amore”. Il cantautore romano in principio declinò l’invito, perché non aveva la benché minima intenzione di esibirsi in playback, ma l’organizzazione gli permise di cantare dal vivo al pianoforte. Un momento che non solo rimase nel tempo, ma favorì una sorta di presa di coscienza, un monito per l’intero sistema discografico. L’idea che circolava ai tempi era che le performance live rendessero le prestazioni uguali tra loro, senza alcun briciolo di personalità. Niente di più sbagliato, anzi a pensarci era esattamente l’opposto.

A partire dall’edizione successiva, infatti, gli artisti in gara tornarono finalmente a cantare, seppur su base registrata. Si dovette attendere il 1990 per assistere al definitivo ritorno dell’orchestra, più che mai fondamentale per l’esclusività di una performance, oltre che per l’intero ciclo vitale della manifestazione. La rassegna continuava ad imporsi come il più grande spettacolo italiano, risorgendo dalle proprie ceneri. Incredibile se pensiamo all’edizione organizzata dal Comune soltanto dieci anni prima ed ai livelli di scarsa attenzione mediatica toccati nell’intero decennio precedente. Una vera e propria rinascita in piena sintonia con il favorevole periodo storico.

Quella del 1986 fu un’edizione nel solco della continuità, anche se non mancarono le novità. Alla conduzione debuttò la brillante e versatile Loretta Goggi, prima donna nella storia della kermesse a ricoprire il ruolo principale di presentatrice. Il regolamento restò pressoché invariato, mentre a cambiare fu la formula di esibizione. Come già anticipato, infatti si tornò a cantare dal vivo. Ad aggiudicarsi i titoli furono Eros Ramazzotti con l’autobiografica “Adesso tu” tra i big e Lena Biolcati con la romantica “Grande grande amore” tra i giovani.

Da ricordare la quarta e ultima partecipazione in gara di Zucchero con “Canzone triste”, oltre alla presenza di Sergio Endrigo con “Canzone italiana”, anche lui al suo ultimo cartellino marcato nella città dei fiori. Tra gli altri protagonisti di questa prolifica annata, ritroviamo i nomi di Anna Oxa con “È tutto un attimo”, Marcella Bella con “Senza un briciolo di testa”, Orietta Berti con “Futuro”, Mango con “Lei verrà” e Luca Barbarossa con “Via Margutta”.

Strappò applausi l’eccellente debutto di Renzo Arbore, alla sua unica convocazione sanremese, con la goliardica “Il clarinetto”, sull’onda del fragoroso successo di “Quelli della notte”. Si registrarono anche gli esordi di Loredana Bertè con “Re” e di Nino D’Angelo con “Vai”, entrambi considerati favoriti alla vigilia. Discorso a parte per Donatella Rettore, che in realtà aveva già partecipato due volte nel ’74 e nel ’77, in epoca antecedente al suo exploit commerciale. In gara con “Amore stella”, dichiarò agli organi di stampa di considerare questa come la sua prima vera partecipazione al Festival.

Dato più volte per clinicamente morto, Sanremo tornò sulla cresta dell’onda. Quella del 1987 fu l’edizione più seguita di sempre, ovvero con il maggior picco di share mai rilevato. Gli ascolti vennero segnalati per la prima volta attraverso l’Auditel, sistema entrato in vigore un paio di mesi prima, che registrò la finale più vista nella storia della kermesse. Alla conduzione tornò Pippo Baudo, mentre l’organizzazione dovette fare i conti con l’improvvisa dipartita di Gianni Ravera, scomparso nel maggio dell’anno precedente. Ad ereditare il ruolo di direttore artistico fu suo figlio Marco, a lui il compito di regalare continuità e popolarità allo stesso evento che suo padre aveva saputo onorare e amministrare per ben sedici anni.

A trionfare fu l’inedito trio composto da Gianni Morandi, Umberto Tozzi ed Enrico Ruggeri, con la celeberrima “Si può dare di più”, considerata da molti la risposta italiana al successo interplanetario di “We are the world”. Questa vittoria fu segnata dalla commozione per la prematura scomparsa di Claudio Villa, annunciata da Baudo poco prima della proclamazione.

Tra le canzoni scolpite nella memoria del pubblico, si fecero valere: “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia, “Io amo” di Fausto Leali, “Nostalgia canaglia” di Al Bano e Romina e “Il sognatore” di Peppino Di Capri. Il meccanismo di voto affidato al Totip penalizzò ancora una volta leproposte più innovative, come “Bolero” di Nada, “Rosanna” di Nino Buonocore, “Madonna di Venere” di Mario Castelnuovo e “Il Garibaldi innamorato” di Sergio Caputo. Nella categoria cadetta la spuntò “La notte dei pensieri” di Michele Zarrillo, alla sua terza prova festivaliera.

Nell’edizione 1988, che celebrava il trentennale dalla vittoria di “Nel blu dipinto di blu”, la formula e il meccanismo rimasero invariati. Attirò l’attenzione dei media il grande ritorno di Massimo Ranieri, dopo ben diciannove anni di assenza. L’artista partenopeo si aggiudicò la medaglia d’oro con l’intramontabile “Perdere l’amore”, proposta invano l’anno prima da Gianni Nazzaro. Per prendere parte al Festival, Ranieri dovette interrompere la tournée teatrale diRinaldo in campo, proprio come era accaduto a Domenico Modugno nel ’62. Entrambi ne uscirono trionfanti con lo stesso ruolo e la stessa commedia portata in scena. Una strana e affascinante coincidenza.

Tra i motivi in concorso, si assistette alla svolta in italiano di Raf con “Inevitabile follia”, mentre Fiorella Mannoia si laureò nuovamente vincitrice del Premio della Critica con “Le notti di maggio”, scritta per lei da Ivano Fossati. Due le canzoni che fecero più discutere: l’imprescindibile “Italia” di Mino Reitano e la fantascientifica “Nascerà Gesù” dei Ricchi e Poveri, la prima accusata di troppa ruffianeria, la seconda incolpata di banalizzare i progressi dell’ingegneria genetica. Divise l’opinione pubblica, invece, Luca Barbarossa con “L’amore rubato”, che affrontava il tema della violenza sulle donne, narrando le brutalità di uno stupro.

Ancora una volta trionfò la melodia, a discapito di motivi più innovativi come “Ma che idea” dei Denovo, “Come per miracolo” di Alan Sorrenti e “La prima stella della sera” dei Matia Bazar. Curiosa la partecipazione in gara dei Figli di Bubba, estemporaneo collettivo composto da due musicisti (Mauro Pagani e Franz Di Cioccio), due comici (Enzo Braschi e Sergio Vastano), due giornalisti (Roberto Gatti e Alberto Tonti) e un produttore (Roberto Manfredi). La loro “Nella valle dei Timbales” si impose come una delle pagine più surreali e allegoriche della storia del Festival.

Un grande successo commerciale lo ottenne “Andamento lento” di Tullio De Piscopo, che finì ai vertici delle classifiche di vendita all’indomani della manifestazione. Buoni risultati anche per “Quando nasce un amore” di Anna Oxa, “Mi manchi” di Fausto Leali, “Emozioni” di Toto Cutugno, “Sarà per te” dell’attore e regista Francesco Nuti, “Dopo la tempesta” di Marcella Bella e “Io (per le strade di quartiere)” di Franco Califano, al suo debutto in Riviera.

Nella sezione Nuove Proposte vinsero i Future con “Canta con noi”, battendo l’agguerrita concorrenza di giovani e promettenti reclute del calibro di Biagio Antonacci, Paola Turci, Mietta, Mariella Nava, Bungaro e Andrea Mirò. Il Festival di Sanremo proseguì il suo viaggio nel segno della consacrazione popolare, il meccanismo di voto affidato alle schedine fidelizzò il pubblico e lo catalizzò davanti allo schermo. In calo le vendite dei dischi, con i numeri nettamente lontani da quelli registrati negli anni sessanta. L’edizione del 1989 vide l’entrata in scena del nuovo direttore artistico Adriano Aragozzini, che ricevette l’ufficialità del proprio mandato il 22 dicembre, a pochi giorni da Natale. In due mesi riuscì a finalizzare il lavoro già parzialmente intrapreso, organizzando in breve tempo una delle annate più colossali e complicate della storia, con ben quarantotto canzoni in concorso suddivise in tre sezioni: Campioni, Emergenti e Nuovi. Un esperimento mai più ripetuto, nonostante possa risultare di estremo interesse. La differenza tra Emergenti e Nuovi? Semplice, i primi avevano già partecipato al Festival o realizzato comunque dei progetti discografici, mentre i secondi erano a tutti gli effetti dei debuttanti. Una categoria di mezzo forse servirebbe ancora, per fornire una distinzione e delineare meglio un concetto oggi più che mai enigmatico.

Dopo la rinuncia in extremis di Renato Pozzetto, la conduzione finì nelle mani di un quartetto di giovanipresentatori, passati alla storia per i loro innumerevoli strafalcioni e simpaticamente soprannominati “i figlid’arte”, al secolo: Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi. Gli intermezzi comici furono affidati a Beppe Grillo e al Trio Marchesini-Lopez- Solenghi. Fu il Festival della televisione, non a caso presero parte alla competizione numerosi volti del piccolo schermo, come Gigi Sabani con “La fine del mondo”, Marisa Laurito con “Il babà è una cosa seria” e Francesco Salvi con “Esatto”. Quest’ultima partecipazione fu giustificata dall’enorme successo della hit “C’è da spostare una macchina” dell’anno precedente.

Tanti i nomi illustri presenti all’appello, tra cui Mia Martini con la struggente e incantevole “Almeno tu nell’universo“, Gino Paoli con “Questa volta no”, Ornella Vanoni con “Io come farò”, Enzo Jannacci con “Se me lo dicevi prima” e il maturo debuttante Renato Carosone, all’epoca sessantanovenne, per la prima volta in Riviera con “Na canzuncella doce doce”. Tra i beniamini del pubblico più giovane, presero parte alla kermesse anche Raf con “Cosa resterà degli anni ’80” e Jovanotti con “Vasco”, alla sua prima e unica presenza.

A svettare nella categoria Campioni fu il duo composto da Anna Oxa e Fausto Leali con l’intensa “Ti lascerò”, mentre tra gli Emergenti si aggiudicò la medaglia d’oro Paola Turci, al suo quarto tentativo sanremese consecutivo, con l’impegnata “Bambini“. Infine, Mietta si affermò tra i Nuovi con “Canzoni“, scritta per lei da Amedeo Minghi. Il meccanismo del Totip portò sul podio due motivi che finirono al centro di dibattiti, critiche e controversie. La seconda classificata “Le mamme” di Toto Cutugno, dalla tematica ritenuta ruffiana e un filino superata, e la terza classificata “Cara terra mia” di Al Bano e Romina, per molti un tormentone ecologico-demenziale, con tanto di simil-rappato e slogan come «Come va? Come va? Tutto okay, tutto okay». Insomma, un’edizione ricca di canzoni (più o meno belle), grandi artisti (cantanti e non), ospiti e comici, polemiche e papere. Tutto in perfetta sintonia con i tempi.

In definitiva, gli anni ’80 furono un decennio scanzonato e colorato, a tratti incosciente, fatto di benessere e contraddizioni. L’obiettivo comune era quello di cercare di dimenticare le difficoltà degli anni di piombo, il terrorismo, le proteste e le lotte armate, riassaporando un po’ di dolce e sana spensieratezza. Una stagione di grande fiducia e positività, il tutto alternato ad episodi che segnarono profondamente il corso della nostra storia.

Nacque Internet ed esplose la centrale di Chernobyl, portando la società ad un serio dibattito sul nucleare e sul rispetto dell’ambiente. Si cominciò a parlare del buco nell’ozono, questo portò la società ad interrogarsi sul futuro del nostro pianeta. Dopo essersi uniti all’indimenticabile esultanza di Sandro Pertini per i mondiali di calcio del 1982, gli italiani, tre anni più tardi, piansero la scomparsa del loro presidente-partigiano. Fu il periodo dei cinepanettoni, di Drive In, della “Milano da bere”, delle vacanze a Rimini e Riccione, delle spalline imbottite, dei jeans a vita alta, dei fuseaux, dei bomber e degli stivali da cowboy. La moda fu un vero e proprio segno distintivo, passando con estrema nonchalance dagli yuppie ai paninari. Spopolò la musica commerciale e si affermarono leggende come Michael Jackson, Madonna, i Queen, Prince, i Police e gli U2. Trascinate dal successo di Heidi del 1978 e de L’ape Maia nel 1980, nelle classifiche italiane approdarono le sigle dei cartoni animati, grazie soprattutto all’affermazione degli anime giapponesi che accompagnarono l’infanzia di un’intera generazione.

La chiusura del decennio fu segnata da episodi destinati ad avere una notevole valenza storica, con la protesta di piazza Tienanmen a Pechino, culminata in massacro, e con la simbolica caduta del muro di Berlino, eventi che posero fine ad un’intera epoca di distrazioni e di eccessi… 

“Sanremo Story”, il definitivo rilancio degli anni ’90. La nascita dell’Auditel e l’avvento della tv commerciale portarono la Rai ad intensificare gli investimenti sulla macchina organizzativa del Festival di Sanremo, al punto da trasformarlo in un vero e proprio evento mediatico. Sulla scia del grande successo degli anni ’80, la rassegna canora si apprestava a registrare il massimo interesse storico, andando incontro a un’epoca di grandi ascolti e di importanti vendite.

Quella del 1990 fu l’edizione del quarantennale, la prima e unica a non svolgersi né al Casinò né al Teatro Ariston, bensì in un mega-capannone ribattezzato Palafiori, costruito in località Bussana, situato alla periferia est della cittadina, ai piedi della Valle Armea, a circa sette chilometri dal centro. Un gigantesco edificio di fortuna che poteva ospitare fino a 3.500 spettatori, talmente sterminato che la scena misurava circa 700 metri quadrati, con la prima fila molto distante rispetto al palco. Numerosi i disagi, dalla temperatura quasi glaciale alla presenza di pipistrelli che svolazzavano liberi e felici di serata in serata. Alla conduzione tornò per la seconda volta Gabriella Carlucci, affiancata da Johnny Dorelli.

La direzione artistica fu affidata per la seconda volta consecutiva ad Adriano Aragozzini, che favorì l’atteso ritorno dell’orchestra, ponendo fine all’era del playback e delle basi registrate. Sparì anche il Totip, il potere decisionale ritornò nelle mani della giuria demoscopica. Dopo ventidue anni di assenza, i cantanti stranieri tornarono in gara e l’organizzazione riuscì nell’impresa di mettere in piedi un cast colossale. Tra le star internazionali in concorso spiccarono Toquinho, Sandie Shaw, gli America, Miriam Makeba, Sarah Jane Morris, La Toya Jackson, i Kaoma, Nikka Costa, Dee Dee Bridgewater e Ray Charles.

A trionfare nella categoria Campioni furono i Pooh, alla loro unica presenza festivaliera con “Uomini soli”, mentre a sbancare nelle vendite fu “Vattene amore” di Amedeo Minghi e Mietta, che passò alla storia come il celebre “trottolino amoroso dududù dadadà”, diventando l’inno di un’intera generazione di gattini annaffiati e gattoni arruffati. Il genere nazionalpopolare venne rappresentato dai soliti Ricchi e Poveri con “Buona giornata”, da Sandro Giacobbe con “Io vorrei”, da Gianni e Marcella Bella con “Verso l’ignoto”, da Toto Cutugno, alla sua quarta medaglia d’argento consecutiva, con “Gli amori” e da Peppino Di Capri con la suadente “Evviva Maria”, liberamente ispirata alla Lambada, successo che proprio in quel periodo spopolava in mezzo mondo.

Dopo anni di assenza, si riaffacciarono in gara Milva e Caterina Caselli, rispettivamente con “Sono felice” e “Bisognerebbe non pensare che a te”. Si riproposero due protagoniste dell’annata precedente: Mia Martini con “La nevicata del ’56” e Anna Oxa con “Donna con te”, quest’ultima in principio affidata a Patty Pravo che diede forfait all’ultimo. Ad affermarsi tra le Nuove Proposte fu Marco Masini con “Disperato”, uno dei brani più celebri e rappresentativi del suo repertorio. Un’annata particolarmente feconda, ricordata per la coincidenza con i Campionati Mondiali di Calcio ospitati nel nostro Paese, vinti dalla riunita Germania a pochi mesi dalla caduta del Muro.

Questo spirito di rinascita venne spazzato via dalle preoccupazioni per la Guerra del Golfo, iniziata in agosto e che vide il suo epilogo proprio nel febbraio 1991, in concomitanza con la messa in onda della quarantunesima edizione del Festival. Fu la prima volta che Sanremo ebbe luogo durante le fasi salienti di un conflitto internazionale e questo indusse gli organizzatori a non esagerare con l’allegria e la spensieratezza, incentivando la presenza di canzoni dall’umore cupo e malinconico, a discapito del solito monopolio sentimentalista. Vennero affrontate numerose tematiche sociali, parlando di ultimi, di emarginati, di diseredati, di anziani, di mafia e di droga. L’unica deroga fu concessa al duo femminile per antonomasia, composto da Jo Squillo e Sabrina Salerno, con la loro rivoluzionaria “Siamo donne” che, pur mantenendo i codici di un tormentone, forniva spunti di riflessione importanti sulla concezione del ruolo della donna all’alba del nuovo millennio.

Eliminati anche i siparietti comici, fu un’edizione riflessiva e introspettiva, dai toni decisamente pacati. Al suo terzo mandato, Aragozzini ripropose la formula dell’anno precedente, confermando l’orchestra e gli abbinamenti con i cantanti stranieri. La rassegna tornò in un Teatro Ariston fresco di ristrutturazione, con una scenografia scura e senza fiori, anch’essa in linea con lo stato d’animo generale. Si impose il cantautorato serio e impegnato, come evidenziato dalla vittoria del debuttante Riccardo Cocciante, alla sua unica prova festivaliera con “Se stiamo insieme”, seguito a ruota dall’altro illustre esordiente, Renato Zero, con “Spalle al muro“, composta per lui da Mariella Nava. Il cantautore romano ironizzò alla sua maniera, commentando: «Anche il Vangelo è sempre secondo».

Sul gradino più basso del podio si stabilì Marco Masini, campione uscente delle nuove leve, promosso in prima categoria con “Perché lo fai”. Il brano, composto a sei mani con Giancarlo Bigazzi e Mario Manzani, fu inizialmente destinato a Umberto Tozzi. Quest’ultimo ne registrò una versione tutta sua, con un testo completamente differente, dal titolo “Un adagio per dirti addio”, una chicca per autentici feticisti sanremesi. L’ugola torinese si ritrovò comunque a concorrere in gara con un pezzo altrettanto memorabile: “Gli altri siamo noi”, una delle canzoni italiane più belle dedicate al tema dell’integrazione. Prima volta in Riviera anche per un altro baluardo della musica d’autore, ovvero Pierangelo Bertoli, accompagnato dai Tazenda sulle note di “Spunta la luna dal monte”.

Da segnalare il ritorno di Loredana Bertè con “In questa città”, firmata da Pino Daniele, oltre all’ultima partecipazione in coppia di Al Bano e Romina, prossimi alla separazione, con “Oggi sposi”. Attese per la prova del nove, le due rivelazioni dell’anno passato: Amedeo Minghi e Mietta, che gareggiarono da soli, rispettivamente con “Nené” e “Dubbi no”. Molto applaudite le performance di Enzo Jannacci con “La fotografia”, premiata dalla critica, e di Raf con “Oggi un Dio non ho”, che rifletteva sulle profonde inquietudini esistenziali.

Tra le star internazionali abbinate agli interpreti nostrani si avvicendarono le presenze di Sarah Jane Morris, Grace Jones, Dee Dee Bridgewater, Howard Jones, Gloria Gaynor, Ute Lemper, Randy Crawford e Bonnie Tyler. Fra i giovani si affermò Paolo Vallesi con “Le persone inutili”, mentre destarono interesse anche gli innesti di Irene Fargo con “La donna di Ibsen” e dei Timoria con “L’uomo che ride”. Insomma, un’annata qualitativamente interessante. Non fu dello stesso parere Francesco De Gregori che, dalle pagine dell’Unità, sentenziò: «Ogni anno, in questi giorni, la musica italiana e le sue buone intenzioni si vanno ad incagliare puntualmente nei bassifondi di Sanremo. Lo scarso spessore della manifestazione, sia dal punto di vista artistico che da quello commerciale, è abbastanza scontato: nessuna persona di buonsenso potrebbe sostenere che le belle canzoni oggi in Italia siano quelle del Festival». Un’opinione rispettabile quanto discutibile, visto e considerato che potrebbe sembrare un tantino facile parlarne senza mettersi in gioco.

Quella del 1992 fu un’annata parzialmente rivoluzionaria, caratterizzata da un deciso e indecifrabile ritorno al passato. Alla conduzione rifece capolino Pippo Baudo, che inaugurò la prima delle sue cinque edizioni consecutive, affiancato in questa occasione da ben tre presenze femminili: Alba Parietti, Brigitte Nielsen e Milly Carlucci. Dopo tredici anni vennero ripristinate le eliminazioni per la sezione Campioni, mentre debuttò ufficialmente il Dopofestival. Furono aboliti gli abbinamenti con i cantanti stranieri, operazione rivelatasi poco efficace a causa della scarsa diffusione discografica delle loro versioni in giro per il mondo, così le star internazionali tornarono a ricoprire il consueto ruolo di ospiti. Nel corso della restante parte del decennio, si alternarono sul palco dell’Ariston artisti del calibro di: Annie Lennox, Natalie Cole, Rod Stewart, Diana Ross, Phil Collins, i Take That, i Jamiroquai, Sting, Madonna, Bruce Springsteen, Tina Turner, Cher, Alanis Morissette, Celine Dion, i Bon Jovi, i Cranberries, le Spice Girl, i Bee Gees, David Bowie, Al Jarreau, Lionel Richie, Michael Bolton, i Backstreet Boys, Ricky Martin, gli Aqua, Josè Feliciano, Bryan Adams, i Blur, gli Skun Anansie, i R.E.M., Lenny Kravitz e Mariah Carey.

L’impronta classica tornò protagonista, un gazebo in stile liberty dominò l’intera scena, rappresentando idealmente anche con le immagini lo spirito di questo Festival, caratterizzato musicalmente da svariati motivi tradizionali. L’amore tornò di pubblico dominio, ma ci fu ampio spazio anche per l’attualità: ne “La forza della vita” di Paolo Vallesi si fece menzione all’AIDS, in “Italia d’oro” di Pierangelo Bertoli si parlò profeticamente di tangenti e in “Mendicante” di Mariella Nava si approfondì esplicitamente il tema della sfiducia nei confronti della classe politica.

Tra gli altri brani in concorso spiccarono “Strade di Roma” di Michele Zarrillo, “Ti penso” di Massimo Ranieri e “Gli uomini non cambiano” di Mia Martini, che si posizionò al secondo posto nonostante i favori della vigilia. In “Pitzinnos in sa gherra” dei Tazenda si registrò l’unica presenza accreditata di Fabrizio De Andrè, in veste di autore della parte finale del pezzo. Ad aggiudicarsi la vetta della classifica Campioni fu Luca Barbarossa con “Portami a ballare”, una dedica d’amore nei confronti della propria madre, tematica riletta in maniera decisamente più delicata e contemporanea rispetto al passato. A furoreggiare tra le Nuove Proposte, invece, furono Aleandro Baldi e Francesca Alotta con la celeberrima “Non amarmi”, ripresa successivamente in versione latina da Jennifer Lopez e Marc Anthony.

Quello del 1992 fu ribattezzato il Festival delle polemiche, in piena sintonia con l’annata bisestile. Scoppiò lo scandalo mazzette che coinvolse il patron Adriano Aragozzini, mentre nel Paese stava per accadere qualcosa di ancora più rilevante, con il pubblico ministero Antonio Di Pietro che aprì il fascicolo d’inchiesta su “Mani pulite”, dando inizio alla triste pagina giudiziaria di Tangentopoli.

Sanremo 1993 mise a tacere ogni critica, non mancarono le sorprese e le giurie premiarono motivi per nulla scontati, inaugurando l’era dell’imprevedibilità, dopo un decennio di vincitori annunciati e di pronostici azzeccati. Alla conduzione il confermatissimo Pippo Baudo, spalleggiato da Lorella Cuccarini. Tra i motivi in concorso risaltarono “Ave Maria” di Renato Zero, “Dietro la porta” di Cristiano De Andrè, “Non so più a chi credere” di Biagio Antonacci, “Stiamo come stiamo” di Loredana Bertè e Mia Martini.

A vincere l’edizione fu Enrico Ruggeri con “Mistero“, la prima canzone rock ad aggiudicarsi il titolo della rassegna, ventotto anni prima del trionfo targato Måneskin. Tra i giovani strappò consensi Laura Pausini con “La solitudine”, manifesto generazionale di un’adolescenza d’altri tempi, che portò l’ugola romagnola alla conquista del mercato internazionale. Completarono il podio delle nuove leve Gerardina Trovato con “Ma non ho più la mia città” e Nek con “In te”, che suscitò reazioni alquanto controverse, poiché dava modo di riflettere sul tema dell’aborto considerato per l’epoca ancora un tabù.

Spazio al sociale e ad un nuovo modo di intendere i rapporti sentimentali ne “Gli amori diversi” di Rossana Casale e Grazia Di Michele, mentre il tema del disagio giovanile fu al centro di “Figli di chi” di Mietta e dei Ragazzi di Via Meda. Debutto eccellente per l’ottantunenne Roberto Murolo: il menestrello napoletano diede lustro alla gara con la saggezza e la grande esperienza con “L’Italia è bbella”. Ne uscì del tutto incompresa Milva, fanalino di coda con la teatrale “Uomini addosso”, incentrata sul concetto di maschio prigioniero della sua stessa virilità.

Si concluse così l’ultimo Festival della Prima Repubblica, una specie di spartiacque a cui seguirono annate decisamente più ripetitive e ridondanti. La quarantaquattresima edizione della manifestazione segnò, dopo ben trentasette anni di continui appalti, il ritorno dell’organizzazione nelle mani della Rai. Il popolare conduttore di Militello ricoprì per la prima volta il doppio ruolo di direttore artistico e di presentatore, affiancato da Anna Oxa e dalla modella francese Cannelle, nota al grande pubblico per la celebre serie di spot pubblicitari delle caramelle gommose.

Molti i pezzi sentimentali in concorso, con un occhio di riguardo alle tematiche di approfondimento sociale e all’attualità, dalle stragi mafiose di Capaci e di via D’Amelio in “Signor Tenente” di Giorgio Faletti ai massacri della guerra in Bosnia in “Non è un film” di Gerardina Trovato. Spiccò “I soliti accordi”, un’accurata satira sulla capacità di reinventarsi da parte della classe politica dell’epoca, proposta dell’inedita coppia formata da Enzo Jannacci e Paolo Rossi.

Al penultimo posto venne confinata una singolare compagine composta da alcuni mitologici rappresentanti della nostra musica leggera: Jimmy Fontana, Tony Santagata, Wilma Goich, Rosanna Fratello, Wess, Manuela Villa, Lando Fiorini, Giuseppe Cionfoli, Gianni Nazzaro e Mario Merola, capitanati dalla regina Nilla Pizzi. Si facevano chiamare Squadra Italia, anche se ci tenevano a sottolineare di non avere nulla da spartire con il neonato partito fondato da Silvio Berlusconi. Il nome derivava dal numero dei componenti: undici, proprio come una formazione calcistica. “Una vecchia canzone italiana” fu una sorta di serenata d’addio nei confronti di un certo approccio musicale destinato a svanire nel giro di breve tempo. Apprezzabili i ritorni di Loredana Bertè con “Amici non ne ho”, di Donatella Rettore con “Di notte specialmente” e di Ivan Graziani con “Maledette malelingue”. Le turbolenze amorose furono ben rappresentate da “Cinque giorni” di Michele Zarrillo e da “Strani amori” di Laura Pausini, ormai lanciatissima sia in patria che all’estero.

Vinsero Aleandro Baldi tra i big con “Passerà” e Andrea Bocelli tra le nuove leve con “Il mare calmo della sera”. Da segnalare gli esordi tra i cadetti di Giorgia e di Irene Grandi, rispettivamente con “E poi” e “Fuori”.

Lo spettacolo messo in scena nel 1995 vide debuttare Claudia Koll e Anna Falchi al fianco di Baudo, inaugurandocosì la lunga stagione della doppia valetta mora-bionda. Si trattò della seconda edizione più vista di sempre dopo quella dell’87, un’annata caratterizzata dall’introduzione della celebre sigla di apertura “Perché Sanremo è Sanremo”, composta dal maestro Pippo Caruso. Il nuovo regolamento promosse in prima categoria i giovani finalisti della precedente turnata, e questo portò alla sorprendente vittoria di Giorgia con “Come saprei”. Tra le Nuove Proposte si affermarono i Neri per Caso con “Le ragazze”, l’unico motivo in concorso nella storia della kermesse ad essere stato completamente eseguito a cappella.

Tra gli emergenti salirono alla ribalta Gianluca Grignani con “Destinazione Paradiso” e Daniele Silvestri con “L’uomo col megafono”. Debutti interessanti anche tra i big, a partire da Fiorello con “Finalmente tu”, passando per Lorella Cuccarini con “Un altro amore no”, Ivana Spagna con “Gente come noi” e gli 883, indiscussi protagonisti dell’intero decennio, al loro unico intervento sanremese con “Senza averti qui”. Il successo di questa edizione fu determinato da un mosaico ricco di tasselli diversi, un giusto connubio tra tradizione e artisti in voga in quel preciso momento. Non a caso, partì dal palco dell’Ariston l’epopea di Andrea Bocelli, alla conquista del mondo con la sua “Con te partirò”.

Sanremo 1996 fu l’ultima delle cinque edizioni consecutive amministrate da Pippo Baudo, coadiuvato dalla ruspante attrice Sabrina Ferilli e dall’elegante modella argentina Valeria Mazza. Diversi i brani rimasti scolpiti nell’immaginario collettivo, tra cui: “L’elefante e la farfalla” di Michele Zarrillo, “È la mia vita” di Al Bano, “Cantare è d’amore” di Amedeo Minghi, “Strano il mio destino” di Giorgia, “Volo così” di Paola Turci, “Se adesso te ne vai” di Massimo Di Cataldo e “La terra dei cachi” degli istrionici debuttanti Elio e le Storie Tese.

Ad aggiudicarsi le due medaglie d’oro furono Ron e Tosca nei big con “Vorrei incontrarti fra cent’anni” e Syria tra i giovani con “Non ci sto”. Due vittorie per nulla annunciate, ma in fin dei conti neanche tanto spiazzanti. Nella categoria cadetta si fecero notare un paio di interessanti presenze femminili, Carmen Consoli con “Amore di plastica” e Marina Rei con “Al di là di questi anni”. Tra le proposte più interessanti, non comprese a pieno titolo dalle giurie, si lasciò apprezzare “Sulla porta” del cantante-cabarettista Federico Salvatore, che affrontò apertamente per la prima volta il tema dell’omosessualità. Si classificò all’ultimo posto “Letti”, scritta da Renato Zero e portata in scena dai New Trolls e da Umberto Bindi, indiscusso talento per decenni vittima di pregiudizio e di ostracismo. Insomma, un Festival che celebrava il passato, senza guardare troppo lontano verso il futuro.

Sostituire Pippo Baudo dopo l’ottimo lustro non fu un’impresa facile, di conseguenza quella del 1997 fu un’edizione di rottura più che di passaggio. Alla conduzione tornò per l’undicesima e ultima volta Mike Bongiorno, supportato da Valeria Marini e da Piero Chiambretti. La direzione artistica venne affidata a tre diverse figure professionali: il compositore Pino Donaggio, il producer Giorgio Moroder e la scrittrice Carla Vistarini.

Fra i Campioni fece il suo ritorno Patty Pravo, data per favorita alla vigilia con “E dimmi che non vuoi morire”, firmata a quattro mani dalla coppia d’oro emiliano-romagnola composta da Vasco Rossi e Gaetano Curreri. Il genere nazionalpopolare si affidò ai soliti rappresentanti, vale a dire Al Bano, Toto Cutugno, Fausto Leali e Massimo Ranieri.

Ottennero un bel riscontro radiofonico “Laura non c’è” di Nek e “A casa di Luca” di Silvia Salemi, due evergreen ricordati ancora oggi. Fecero il loro debutto, con “Vero amore”, i Ragazzi Italiani, risposta tricolore al fenomeno delle boy band britanniche. Gareggiò persino il dialetto veneziano con “Papa Nero”, tormentone portato al successo dai Pitura Freska. Destò commozione “Luna”, lo sfogo autobiografico di Loredana Bertè, con il verso «che fine ha fatto lei» disperatamente cantato e pensato per sua sorella Mimì, tragicamente scomparsa un anno e mezzo prima.

Ad aggiudicarsi il torneo dei big furono, tra lo stupore generale, i Jalisse con “Fiumi di parole”, mentre tra i giovani primeggiarono Paola e Chiara con “Amici come prima”. Ancora una volta i vincitori annunciati abdicarono in favore degli outsider, e a prendersi la scena fu l’effetto-sorpresa. L’imprevisto diventò così parte integrante, oltre che intrigante, del Festival.

La quarantottesima edizione del Festival fu una delle meno riuscite della storia, a confermarlo furono sia i dati di ascolto che le vendite dei dischi all’indomani della kermesse. Alla conduzione debuttò il settantaseienne Raimondo Vianello, affiancato dall’attrice Veronica Pivetti e dalla modella ceca Eva Herzigová. Il cambio di regolamento permise ai primi tre classificati della sezione Nuove Proposte di accedere tra i big e di concorrere, dunque, alla vittoria finale. Ne approfittò Annalisa Minetti, reduce dall’esposizione mediatica del concorso di bellezza di Miss Italia, che vinse in entrambi i gironi con “Senza te o con te”. Chiusero il podio, tutto in rosa, “Amore lontanissimo” di Antonella Ruggiero e “Sempre” di Lisa, rispettivamente al secondo e al terzo posto.

Tra le poche canzoni che lasciarono il segno, spiccarono “Sei tu o lei (quello che voglio)” di Alex Baroni e “Lasciarsi un giorno a Roma” di Niccolò Fabi, mentre aggiunsero decisamente qualità i due gruppi in concorso, entrambi di scuola campana, ovvero la Piccola Orchestra Avion Travel con “Dormi e sogna” e la Nuova Compagnia di Canto Popolare con “Sotto il velo del cielo”.

Per certi aspetti, potremmo considerare anche quella del 1999 come un’ulteriore edizione di transizione. Alla conduzione esordì Fabio Fazio, che propose uno spettacolo innovativo per l’epoca, affiancato dalla modella francese Laetitia Casta, dal premio Nobel per la Medicina RenatoDulbecco e da una serie infinita di ospiti prestigiosi che avevano il compito di introdurre, di volta in volta, le varie canzoni in concorso. Tra gli altri, si alternarono sul palco dell’Ariston: l’ex presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbačëv, i primi due astronauti a mettere piede sulla Luna, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, la ballerina Carla Fracci, il poeta Edoardo Sanguineti, lo sciatore Gustav Thöni, i calciatori Roberto Mancini e Alex Del Piero, l’attore Leslie Nielsen e il regista Michael Moore. Un contorno succulento, ma piuttosto abbondante, a testimonianza del fatto che ormai Sanremo era diventato più che altro un grande evento televisivo.

Per marcare la differenza con l’annata precedente, venne abolita la regola che attribuiva la possibilità ad un giovane di vincere la prima categoria del Festival, ristabilendo così la divisione tra le due competizioni. Tra i ritorni più interessanti, si distinsero: Gianluca Grignani con “Il giorno perfetto”, Nada con Guardami negli occhi, Nino D’Angelo con “Senza giacca e cravatta” e gli Stadio con “Lo Zaino”, firmata da Vasco. La critica premiò Daniele Silvestri con “Aria”, pezzo incentrato sulla storia di un ergastolano convinto che, prima o poi, la morte lo avrebbe salvato liberandolo dal carcere.

Secondo titolo per la camaleontica Anna Oxa, incoronata con “Senza pietà”, a dieci anni esatti dalla precedente vittoria. Il podio si riconfermò tutto al femminile, al secondo posto si posizionò nuovamente Antonella Ruggiero con la profonda “Non ti dimentico (se non ci fossero le nuvole)”, mentre al terzo si affermò Mariella Nava con l’ottimistica “Così è la vita”. Emerse per originalità “Alberi”, portata in duetto da Enzo Gragnaniello e Ornella Vanoni, che si scambiarono le rispettive parti cantando in napoletano lei e in italiano lui.

Tra i giovani ottenne il primato Alex Britti con “Oggi sono io”, motivo successivamente ripreso anche da Mina. Nel girone degli esordienti attirarono l’attenzione anche Leda Battisti, Daniele Groff, Max Gazzè e i Quintorigo. Insomma, un Festival che ci regalò belle canzoni e piazzamenti alquanto meritati, consuetudine che da un po’ di tempo si era persa di vista. Un’edizione che tornò a tenere viva la fiamma dell’interesse da parte sia del pubblico più attento che di quello abitualmente distratto.

“Sanremo Story”: il Festival del nuovo millennio, gli anni ‘00. L’arrivo del Duemila non portò con sé grandissime novità, l’attenzione sui dati di ascolto superava in termini organizzativi l’interesse globale sulle canzoni in gara, relegate ad una specie di contorno. Il ruolo del direttore artistico si apprestava a diventare sempre più determinante, dalle sue scelte dipendevano la riuscita o il fallimento di un’intera edizione.

Si susseguirono così annate interessanti, altre meno eclatanti ed altre decisamente anonime. L’industria discografica cominciò ad avvertire i primi segnali di allarme, così Sanremo si ridusse per diverso tempo ad una vetrina destinata quasi esclusivamente agli artisti in cerca di ricollocazione. Rispetto a quanto accaduto nel decennio precedente, la sua funzione di trampolino di lancio per le nuove generazioni passò direttamente nelle mani dei talent show. In linea generale, più che di rimuginare sul passato, c’era una fortissima voglia di guardare al futuro.

Per la cinquantesima edizione del Festival della canzone italiana, infatti, non ci furono grandi celebrazioni, se non per i premi alla carriera assegnati a tre pilastri della storia della rassegna: Nilla Pizzi, Tony Renis e Mike Bongiorno. Per il resto fu una passerella decisamente poco nostalgica, quasi un passaggio di consegne tra i due secoli. Il confermato Fabio Fazio convocò all’appello il tenore Luciano Pavarotti, il comico Teo Teocoli e l’attrice spagnola Inés Sastre. Oltre che per la concomitanza con il Giubileo, Sanremo 2000 si distinse per il “ribaltone” della classifica finale ad opera della giuria di qualità, che espresse un verdetto in netto contrasto con il parere della giuria demoscopica.

Il favorito Gianni Morandi, in gara per la sesta volta con “Innamorato”, scivolò dal primo al terzo posto, mentre rimase stabile in seconda posizione Irene Grandi con “La tua ragazza sempre”. Da notare che entrambe le canzoni portavano duefirme d’eccezione, quella di Eros Ramazzotti per l’ugola di Monghidoro e quella di Vasco Rossi per la rocker toscana. Ad aggiudicarsi lo scettro furono a gran sorpresa gli Avion Travel con “Sentimento”, passando dall’undicesimo posto iniziale alla vittoria finale. Un premio per la notevole ricerca musicale del gruppo casertano e per la loro insindacabile performance, più che per la proposta musicale in sé, considerata un misto tra romanza e teatro-canzone, un tantino troppo elevata per ambire a restare nel tempo.

Emersero due motivi anti-sanremesi per eccellenza, “Tutti i miei sbagli” dei Subsonica e “Replay” di Samuele Bersani, mentre in rappresentanza della tradizione si contrapposero i Matia Bazar con “Brivido caldo” e Gigi D’Alessio con “Non dirgli mai”, quest’ultima destinata ad un successo a lunga durata. Tra i giovani trionfò una delle canzoni meno memorabili in concorso, “Semplice sai” di Jenny B, mentre si fecero notare i Tiromancino e Riccardo Sinigallia con “Strade”.

Suscitò un bagaglio infinito di polemiche politiche l’ospitata di Jovanotti, che improvvisò un rap sulla cancellazione del debito estero nei confronti dei Paesi del “sud del mondo”, battaglia supportata anche da Bono Vox degli U2. A distanza di circa vent’anni, possiamo affermare che la situazione economica si sia progressivamente capovolta, a causa della crisi dell’Eurozona che ha spinto i Paesi del vecchio continente ad adottare un principio di austerità fiscale, aseguito dell’aumento vertiginoso del debito sovrano nelle cosiddette economie avanzate.

Insomma, il Festival di Sanremo festeggiava le sue nozze d’oro con il pubblico per mezzo di un’edizione all’insegna della consuetudine, molto eterogenea a livello di proposte, con la qualità e l’identità nazionale che furono premiate a discapito della commerciabilità e dell’esterofilia. Non a caso, con il tempo, la figura dell’ospite straniero acquisì sempre meno interesse, surclassata dagli stessi big italiani. Tuttavia, nel primo decennio del nuovo millennio si alterneranno sul palco dell’Ariston star internazionali del calibro di: Robbie Williams, Tina Turner, gli Oasis, Lene Marlin, Tom Jones, Enrique Iglesias, Anastacia, Eminem, i Placebo, Kylie Minogue, Shakira, Alicia Keys, le Destiny’s Child, Britney Spears, i Blue, Rod Stewart, Peter Gabriel, Lionel Richie, Dolores O’Riordan, i Black Eyed Peas, Michael Bublè, Norah Jones, John Legend, Mika e Katy Perry.

«L’inizio del Festival di Sanremo è un po’ come scartare un regalo, non sai ancora cosa c’è dentro, ma sei molto curioso. Le canzoni, gli abiti, lo spettacolo: tutto ciò si ripete, ma ogni anno è unico e, forse, anche per questo così emozionante» così Raffaella Carrà inaugurò nel 2001 quella che sarebbe dovuta essere a tutti gli effetti l’edizione della rinascita. Le premesse erano più che buone: una conduzione degna di nota, sinonimo di garanzia sia per la musica che per lo spettacolo, e brani all’altezza della situazione, molti dei quali si sarebbero piazzati piuttosto bene in classifica. Invece, qualcosa andò storto, le polemiche accompagnarono l’incessante pioggia che si accanì sulla Riviera per l’intera settimana, sia dal punto di vista critico che metereologico.

La showgirl emiliana dovette fare i conti con una serie infinita di incidenti di percorso: dalle uscite non sempre felici di Massimo Ceccherini ed Enrico Papi, passando per le accuse al regista Sergio Japino, reo con le sue inquadrature, di non valorizzare a pieno titolo i cantanti. L’esito dell’esperienza suscitò un grande rammarico in Raffaella che, all’indomani della serata finale, dichiarò: «Se ho sbagliato vi chiedo scusa, ma nessuno fa sempre centro. Abbiamo optato per delle scelte, alcune si sono rivelate errate. Sanremo è come un imponente dio greco a cui ci si avvicina con timore. Forse non sono riuscita ad entrare nell’anima del Festival».

Gli ascolti furono un disastro, ma la colpa poteva essere individuata nel repentino cambio di rotta del mezzo televisivo. Qualche mese prima, il pubblico italiano iniziò ad appassionarsi agli intrighi e alle vicende di dieci ragazzi rinchiusi in una casa spiata notte e giorno, da cento telecamere. Fu l’inizio dell’era del Grande Fratello e di trasmissioni similari, che raccontavano in modo nuovo i sentimenti umani, ai limiti del voyeurismo e del pietismo. Una scuola di pensiero diametralmente opposta a quella della Carrà, notoriamente una professionista dai modi garbati e propositivi.

Un vero peccato considerati i presupposti, ma soprattutto i molteplici momenti eccellenti contrapposti a qualche scivolone di troppo. Questa edizione passò alla storia più per i lati negativi che per quelli positivi ma, molto probabilmente, si trattò di un giudizio eccessivamente affrettato e sintetico. Troppo facile ricordare “Pronto, Raffaella?” per il gioco dei fagioli o “Carramba! Che sorpresa” per la frase «dopo trent’anni… dall’Argentina… è qui». La regina della televisione italiana è stata amata dal pubblico e continuerà ad esserlo per sempre, anche se è stata spesso osteggiata dai cronisti e da coloro i quali avrebbero dovuto esaltare la sua professionalità e non sottolineare le défaillance. Questa sua unica parentesi sanremese ne rappresenta un’amara conferma, nonostante il risultato meriterebbe di essere rivalutato nel tempo.

Vinse meritatamente Elisa, al suo debutto in italiano con “Luce (tramonti a nord est)”, in un agguerrito e sentito scontro tutto al femminile con “Di sole e d’azzurro” di Giorgia. Due canzoni di alto profilo, entrambe firmate anche da Zucchero. La prima classificata commentò così la sua partecipazione: «Sono molto legata a questo brano, di conseguenza volevo che si capisse ogni singola parola. Ho deciso di venire a Sanremo, anche se avevo detto che non l’avrei mai fatto, perché questo è l’unico pezzo d’amore che ho scritto. Cantarlo nella nostra lingua e farlo sentire a dieci milioni di persone contemporaneamente, era un’opportunità imperdibile».

Pur stabilendosi a metà classifica, il vincitore morale in termini commerciali fu Gigi D’Alessio con “Tu che ne sai”, brano che lo consacrò nell’Olimpo dei big della musica leggera italiana. Tra i giovani si impose la baby-band dei Gazosa con “Stai con me (forever)”.

L’edizione 2002 registrò un’eclatante inversione di marcia, restituendoci un cast all’insegna della nobile arte democristiana di rimodernare il passato, il tutto ben rappresentato dalla massiccia presenza di esponenti della vecchia guardia. Alla conduzione e alla direzione artistica riapparve Pippo Baudo, che dichiarò: «Sono felice di tornare a dirigere una manifestazione che è nel ricordo e nelle abitudini degli italiani. La musica popolare è tale quando può essere cantata da tutti, quando racconta in maniera semplice gli umori di un intero Paese. Nel mio ruolo di “pasticcere” ho confezionato una torta con tanti sapori, perciò tutti troveranno qualcosa di loro gusto. Non è un Festival della restaurazione, ma del restauro. Quello che desidero è restituire agli interpreti il ruolo di autentici protagonisti, ultimamente i cantanti venivano presentati come intervallo tra un ospite e un comico. Stavolta no».

Seppur meno originale delle annate precedenti, questa ventata di “baudismo” restituì alla kermesse un po’ di progettualità, una connotazione decisamente chiara e comprensibile. Super Pippo era la persona più indicata per riportare stabilità, ma anche per rassicurare in qualche modo il pubblico. Non dimentichiamo che questa fu la prima edizione andata in scena dopo la tragedia dell’attentato alle Torri Gemelle del World Trade Center di New York, in un clima di assoluta incertezza e con la paura di una nuova guerra all’orizzonte.

Venne rispolverata così la famosa sigla “Perché Sanremo è Sanremo”, accantonata per circa un lustro. Si tornò alle abitudini di un tempo, come se in mezzo non ci fosse stato alcun passaggio di secolo, ma forse era proprio quello di cui avevamo bisogno. Vinse “Messaggio d’amore” dei Matia Bazar, al loro terzo tentativo consecutivo, una bella canzone classicheggiante definita da alcuni come una versione riaggiornata di “Vacanze romane”.

Il nazionalpopolare fu ben rappresentato anche dai ritorni di Fausto Leali, Mino Reitano, Fiordaliso e Nino D’Angelo, mentre tra le proposte di qualità si lasciarono apprezzare “Un altro amore” di Gino Paoli e “Primavera a Sarajevo” di Enrico Ruggeri. Quest’ultima raccontava il ritorno ad una vita normale dopo la fine del conflitto civile in ex Jugoslavia, un messaggio di speranza in un momento storico in cui si temeva l’imminente inizio di una nuova lotta armata.

Debutto interessante per Alexia con “Dimmi come…”, anche se il suo passaggio alla lingua italiana non sortì l’effetto sperato, non riuscendo ad emulare il percorso di Elisa. La cantante spezzina si accontentò comunque di un soddisfacente secondo posto. Esordio tra i big, con “Tracce di te”, per Francesco Renga che ritrovò sul palco dell’Ariston la sua storica band dei Timoria, fanalino di coda con “Casa mia”. A trionfare nelle vendite, restando impressa nella memoria e nel tempo, fu “Salirò” di Daniele Silvestri, detentore del Premio della Critica, relegato dalle giurie ad un misero quattordicesimo posto. Tra i giovani si affermò la quindicenne ciociara Anna Tatangelo con “Doppiamente fragili”, in un’annata decisamente sottotono per le nuove leve.

Al timone della cinquantatreesima edizione del Festival restò Pippo Baudo, che aveva siglato un contratto di due anni con la Rai. La ricetta di Sanremo 2003 prevedeva gli stessi ingredienti adoperati dodici mesi prima, ma cucinati in maniera differente. Il risultato fu un podio all’insegna del blues, con Alexia che si prese la sua bella rivincita trionfando con “Per dire di no”, Alex Britti secondo classificato con “7000 caffè” e la medaglia di bronzo assegnata all’esordiente Sergio Cammariere con “Tutto quello che un uomo”.

Degna di nota “Nessuno tocchi Caino”, portata in gara dalla coppia formata da Enrico Ruggeri e Andrea Mirò, un dialogo tra il boia e un condannato a morte che spera fino alla fine in un gesto di clemenza. Toccante e struggente “Morirò d’amore”, che segnò l’ultima apparizione di Giuni Russo, pochi mesi prima della sua scomparsa. Debuttarono la dance degli Eiffel 65 e il rock dei Negrita, rispettivamente con “Quelli che non hanno età” e “Tonight”, mentre fecero il loro ritorno Iva Zanicchi con “Fossi un tango “e la coppia di “acerrimi amici” formata da Little Tony e Bobby Solo con “Non si cresce mai”.

Tra le Nuove Proposte primeggiò Dolcenera con “Siamo tutti là fuori”, in una gara dagli accesi, e forse anche un tantino esagerati, toni sentimentali. La stampa commentò freddamente il livello della rassegna, le critiche superarono i consensi. I pezzi si distinsero più per la qualità che per il loro valore radiofonico e commerciale.

Dopo i rifiuti di Renzo Arbore e di Lucio Dalla, per salvare la situazione fu designato come direttore artistico di Sanremo 2004 Tony Renis, un po’ distante dalle logiche di mercato italiane, poiché stabilitosi da tempo dall’altra parte dell’oceano. Come conduttrice venne scelta Simona Ventura, affiancata per l’occasione dalla stessa squadra di autori e di comici di “Quelli che il calcio”. Lo spettacolo fu ineccepibile, le presenze di Maurizio Crozza e Paola Cortellesi nobilitarono l’evento, seppur la parte musicale risentì delle molteplici polemiche della vigilia. Lo strappo con le major non fu ricucito, così venuta meno la presenza dei big, si corse ai ripari abolendo le due categorie e raggruppando i cantanti in un unico girone con pochi famosi e tanti esordienti.

Unica vera novità da sottolineare fu l’introduzione del televoto, grazie al quale il pubblico ebbe la possibilità di esprimere le proprie preferenze inviando un semplice sms. Inoltre, venne ideata la serata delle cover, pensata in termini sia celebrativi che riempitivi poiché, con soli ventidue artisti in concorso, bisognava in qualche modo allungare il brodo delle cinque serate. Dopo ben trentatré anni, tornò in Riviera a gran sorpresa Adriano Celentano, che improvvisò maccheronicamente un rock and roll d’epoca. Naturalmente, fu il momento che registrò il maggior picco di ascolti. In termini di Auditel, possiamo considerarla un’annata da dimenticare, anche a causa di una serrata e agguerrita controprogrammazione delle reti Mediaset. Da segnalare lo storico sorpasso, in termini di ascolti, del Grande Fratello nel corso della terza serata.

In gara c’erano pochi volti conosciuti o che avevano almeno una volta già messo piede sul palco dell’Ariston, tra questi Andrea Mingardi, Bungaro, Paolo Meneguzzi, Massimo Modugno e Daniele Groff. Per il resto si trattava di autentici emergenti, compreso Adriano Pappalardo che da quelle parti non si era ancora mai visto. Spiccarono le proposte e i nomi di Neffa, Mario Venuti, Omar Pedrini e Pacifico.

In prima posizione si affermò “L’uomo volante” di Marco Masini, già vincitore delle Nuove Proposte nel 1990. Il cantautore toscano aveva annunciato qualche anno prima il suo ritiro dalle scene, a seguito del forte accanimento riscontrato da parte della critica e della censura. Il suo successivo ripensamento fu premiato con questa bella e meritata vittoria, che lo stesso artista dedicò a sua madre e a Mia Martini, anche lei vittima di insensati pregiudizi. Insomma, un bel lieto fine per un’edizione da prendere con le pinze, ai limiti della debacle, con il futuro del Festival messo in seria discussione e totalmente da riscrivere.

Il viaggio proseguì nel segno del rinnovamento; quella del 2005 fu l’edizione del rilancio, affidata per la prima volta a Paolo Bonolis, al quale fu assegnato il compito di risollevare una rassegna ormai esanime. Il risultato fu brillante e moderno, con tante innovazioni e pochi accurati riferimenti alla tradizione. I cantanti vennero suddivisi in più categorie: Uomini, Donne, Gruppi e Classic, oltre alla sezione Nuove Proposte che venne ripristinata dopo l’annata sabbatica. I cinque vincitori di ciascun girone si affrontarono, l’uno contro l’altro, per la vittoria finale. L’idea era quella di prendere spunto dalla suddivisione delle candidature dei Grammy americani, introducendo nuovamente nel regolamento le eliminazioni anche per i veterani, dopo ben dodici anni di assenza. D’altronde, si sa, un po’ di sale e un po’ di pepe non guastano mai.

Favorito della vigilia fu Gigi D’Alessio, reduce da un periodo di grande popolarità e da numerosissimi successi. Il cantautore napoletano tornò in gara per la terza volta con “L’amore che non c’è”. La sua partecipazione fu dovuta principalmente all’amicizia che lo legava al conduttore romano, più che a ragioni commerciali, considerato che in quel periodo le vendite erano decisamente dalla sua parte. Per essere chiari, era il Festival ad aver bisogno di lui e non il contrario. Un po’ come accadde anche per Le Vibrazioni, al debutto in gara con “Ovunque andrò”.

Tra i giovanissimi si affermò Laura Bono con “Non credo nei miracoli”, mentre si fecero notare due gruppi di tutto rispetto: i Modà che debuttarono in sordina con “Riesci a innamorarmi” e i Negramaro al loro esordio con “Mentre tutto scorre”, canzone che spopolò all’indomani della kermesse. A onor del vero, l’intera categoria fu penalizzata dall’exploit di Povia, che partecipò fuori concorso con “I bambini fanno oh“, motivo già presentato pubblicamente e non ritenuto di fatto un inedito. La canzone, abbinata alla campagna solidale volta a costruire un ospedale in Darfur, fu proposta di continuo e in orari decisamente più favorevoli. Iniziativa lodevole ma, di fatto, i brani degli altri emergenti vennero oscurati da un pezzo che diventò il singolo di maggior successo dell’intera annata.

Si lasciò apprezzare il ritorno di Nicola Arigliano che, quarantuno anni dopo la sua precedente partecipazione, portò in gara un pregevole swing intitolato “Colpevole”. Altra illustre rentrée fu quella di Franco Califano, alla sua ultima presenza in Riviera con “Non escludo il ritorno. Tra le donne, invece, spiccò per eleganza Echi di infinito di Antonella Ruggiero”, mentre tornò alla ribalta Anna Tatangelo con “Ragazza di periferia”, che diventò a stretto giro uno dei suoi principali evergreen.

Ad aggiudicarsi il titolo fu Francesco Renga con l’evocativa “Angelo”, una preghiera ispirata e intensa. La proclamazione seguì l’edizione straordinaria del telegiornale in cui vennero trasmesse le immagini del ritorno in Italia delle spoglie di Nicola Calipari, agente assassinato a Bagdad dopo la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. Il pubblico dell’Ariston accolse la richiesta di Bonolis di far comunque interpretare il brano al vincitore, come da tradizione, visto il significato e l’intensità espressi nel testo. Ancora una volta, il Festival portò in scena l’attualità, invitandoci ad una riflessione intima e profonda, sulle note di una dolce canzone.

Gli ascolti premiarono le scelte del patron che, come Paganini, non concesse alcun bis, almeno non nell’immediato. L’edizione 2006 fu la prima e unica targata Giorgio Panariello, affiancato da Ilary Blasi e Victoria Cabello. Alla direzione artistica venne riconfermato per il secondo anno Gianmarco Mazzi, che replicò lo stesso modello di spettacolo, con la sola estinzione della categoria Classic. Il risultato non fu memorabile, anche a causa dalla scenografia ritenuta a tratti cupa e troppo minimale.

Quasi tutte le canzoni parlavano d’amore, eccezion fatta per il rock d’autore dei Nomadi, al loro ritorno dopo trentacinque anni con “Dove si va”. Indimenticabile il “tuturuturututtu” degli Zero Assoluto che, con “Svegliarsi la mattina”, sbancarono le classifiche annuali. Da segnalare l’evoluzione di Anna Tatangelo che, nel giro di dodici mesi, da ragazza di periferia cambiò look e sposò una nuova filosofia di vita con “Essere una donna”, firmata per lei da Mogol e Gigi D’Alessio. Decisamente più sofisticate le proposte di Carlo Fava, Noa e i Solis String Quartet con “Un discorso in generale” e Anna Oxa con “Processo a me stessa”, canzone ancora oggi rimasta in parte incompresa. Non passarono inosservati “L’alfabeto degli amanti” di Michele Zarrillo e “Com’è straordinaria la vita” di Dolcenera, reduce dal rilancio ottenuto con la vittoria di Music Farm.

A sbaragliare la concorrenza fu Povia con l’onomatopeica “Vorrei avere il becco”, mentre tra i giovani non andò meglio: il favorito Simone Cristicchi dovette accontentarsi del secondo posto con “Che bella gente”, in favore di “Sole negli occhi” di tale Riccardo Maffoni, artista il cui nome fu iscritto sia nell’albo d’oro dei vincitori che in quello delle meteore. A parte il massaggio ai piedi della Cabello ad opera di John Travolta, non ci furono grandi momenti di spettacolo degni di memoria.

La cinquantasettesima edizione della kermesse canora fu segnata dall’ennesimo ritorno di Pippo Baudo, considerato ormai all’unisono l’uomo simbolo della manifestazione. Il conduttore convocò al suo fianco una sola presenza femminile, la brava e simpatica Michelle Hunziker. Dopo un biennio di novità, la kermesse tornò a respirare a pieni polmoni un po’ di sana classicità. Vennero abolite le microcategorie e fu ristabilita la consueta ripartizione tra Campioni e Nuove Proposte. Sparirono anche le eliminazioni per i big e, della classifica finale, vennero divulgate soltanto le prime dieci posizioni, mentre i restanti piazzamenti furono considerati tutti ad ex aequo.

Fu l’anno dell’impegno sociale: “Oltre il giardino” di Fabio Concato raccontava la storia di un cinquantenne intento a trovare un lavoro; “Canzone fra le guerre” di Antonella Ruggiero descriveva l’angoscia di una madre sotto le bombe; “The show must go on” di Milva, scritta per lei da Giorgio Faletti, rifletteva sulla vita degli artisti falliti; “In Italia si sta male (si sta bene anziché no)”, portata in scena da Paolo Rossi, era un inedito di Rino Gaetano rimasto nel cassetto per circa trent’anni, un brano che evidenziava i pregi e i difetti del nostro Paese immutati nel tempo.

In questa atmosfera di riflessione e di profonda teatralità primeggiarono, in entrambi i gironi, due canzoni dal forte valore sociale ed evocativo. Simone Cristicchi si impose fra i Campioni con “Ti regalerò una rosa”, una lettera d’addio da parte di un malato di mente alla sua amata. Dunque, in Riviera si tornò a parlare di suicidio, a quarant’anni esatti dalla tragedia di Luigi Tenco. Altra vittoria meritata fu quella di Fabrizio Moro, che si distinse tra i cadetti con “Pensa”, un omaggio privo di retorica alla memoria e al sacrificio di uomini di giustizia, quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ancora una volta si rivelò geniale Daniele Silvestri: “La paranza” era tutto fuorché una proposta banale, dietro queiversi scanzonati da filastrocca si nascondeva un’audace e sagace allegoria sociopolitica, il tutto abilmente camuffato in un finto nonsense da osteria. Scelte temerarie per Baudo, che si confermò conservatore nella formula, ma coraggioso nei contenuti. Nonostante la nutrita presenza di vecchie glorie e l’età media non proprio giovanissima, il risultato fu soddisfacente, le canzoni trovarono rispondenza tra i variegati ed esigenti gusti del pubblico.Il deus

ex machina di Militello, al suo tredicesimo e ultimo mandato in Riviera, non riuscì a replicare il precedente successo, di conseguenza l’edizione 2008 si rivelò ripetitiva e un filino noiosa. Un mese prima dall’inizio dei giochi cadde il Governo Prodi e il clima pre-elettorale non giovò di certo alla rassegna. Nel cinquantesimo anniversario della vittoria di “Nel blu dipinto di blu”, in pratica volò ben poco. Favorito della vigilia era “Il mio amico” di Anna Tatangelo, al suo quinto Festival in sette anni. Il brano, composto dal suo compagno dell’epoca Gigi D’Alessio, era incentrato sulle sofferenze di un giovane omosessuale in una piccola realtà di provincia.

Vinse “Colpo di fulmine” di Giò Di Tonno e Lola Ponce, quella che non era certo la proposta più quotata, seppur vantasse la pregevole firma di Gianna Nannini. I due protagonistidel celebre musical Notre Dame de Paris non avevano alle loro spalle una corposa discografia, né tantomeno riuscirono a costruirsela dopo questo trionfo. Tra le poche valide intuizioni, spiccarono “Il solito sesso” di Max Gazzè, “Vita tranquilla” di Tricarico, “Eppure mi hai cambiato la vita” di Fabrizio Moro e “Cammina nel sole” di Gianluca Grignani.

Tra i giovani dominarono la gara i Sonohra con “L’amore”, tema che caratterizzò il mood dell’intero arco narrativo. Rispetto alla precedente annata, infatti, ci fu meno impegno sociale, eccezion fatta per “Basta!” di L’Aura, un vero e proprio inno contro la guerra, e per “Il rubacuori” dei Tiromancino, brano che andava a sviscerare e analizzare i lati oscuri della discografia, preannunciando la gigantesca crisi del settore che sarebbe esplosa di lì a poco. Il testo raccontava di un direttore d’azienda costretto a licenziare il personale per abbattere i costi, con il ritornello che recitava: «Tanto a me della musica non mi frega più niente, seguo un’altra politica, sono dirigente».

In linea generale, fu un’edizione che non lasciò il segno nel cuore e nella memoria del pubblico, gli ascolti precipitarono così come le vendite dei dischi. Era necessaria una vigorosa sterzata, il Festival non poteva continuare ad ignorare un fenomeno come quello dei talent show, con i ragazzi che provenivano da questi contest particolarmente avvezzi a fare incetta di ottimi piazzamenti in classifica.

In tal senso, nel 2009 si assistette ad un punto di rottura, alla guida tornò Paolo Bonolis affiancato per l’occasione dall’inseparabile Luca Laurenti, più diversi co-conduttori presenti di serata in serata, tra cui Maria De Filippi in veste di madrina della finalissima. Rispetto al suo precedente mandato, il presentatore romano snellì il meccanismo e il numero dei cantanti in gara, ristabilendo le eliminazioni per i big e abolendole stranamente per i giovani. L’obiettivo numero uno era quello di risollevare lo share che, nella precedente annata, aveva toccato i minimi storici. Fabrizio Del Noce, all’epoca direttore di rete, dichiarò alla vigilia: «Per Sanremo è una questione di vita o di morte, se gli ascolti non sarannoincoraggianti, dovremo fare una seria riflessione sul futuro di questo evento, poiché tutte le cose hanno un ciclo epossono anche finire». Un aut aut che, per fortuna, si risolse nel migliore dei modi.

Ad aprire le danze fu Mina, naturalmente e rigorosamente solo in video. La Tigre di Cremona interpretò come sigla la celebre “Nessun dorma” di Giacomo Puccini. Non mancò la stoccata di Patty Pravo, tornata in Riviera ancora una volta in presenza e in gara, che definì la collega «un ectoplasma che non aveva avuto il coraggio di presentarsi in carne ed ossa». Si presentò all’appello un’altra signora della canzone: Iva Zanicchi con “Ti voglio senza amore”, storia di una donna matura disposta a concedersi all’altro sesso senza implicazioni sentimentali. Ad alimentare lo scandalo fu l’intervento di Roberto Benigni che incentrò il suomonologo ironizzando sul testo della canzone, definendo la cantante “vecchia sporcacciona”, pochi minuti primadella sua esibizione. Ne seguirono dispute infinite e l’amara eliminazione dell’Aquila di Ligonchio. Le polemiche non risparmiarono neanche Povia e la sua “Luca era gay”, che attirò le ire della comunità LGBT.

Un cast omogeneo, ben rappresentato da vari generi, compreso il rap con “Vivi per un miracolo” dei Gemelli DiVersi e l’indie rock con “Il Paese è reale” degli Afterhours di Manuel Agnelli. Il televoto premiò “La forza mia” di Marco Carta, proveniente dalla scuola di “Amici”, mentre tra i giovani brillò il talento di Arisa con “Sincerità”. Destarono interesse anche gli esordi di Malika Ayane con “Come foglie” e di Simona Molinari con “Egocentrica”. Riacquisiti i benefici dell’Auditel, lo spirito del Festival si rincuorò, avviando un processo di rinascita alla vigilia del suo sessantesimo compleanno. Cominciò l’era dei talent e le proposte tornarono a soddisfare le richieste del mercato…

“Sanremo Story”, la ripresa del Festival negli anni ‘10. L’Italia del televoto fu protagonista anche dell’edizione 2010, con un altro “moschettiere” dall’armata dello show di Maria De Filippi, ovvero Valerio Scanu, che vinse in rimonta con “Per tutte le volte che…”, celebre per il verso «a far l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi». Tra le Nuove Proposte si impose un altro beniamino del piccolo schermo, questa volta proveniente dalla scuderia di X Factor, vale a dire Tony Maiello con “Il linguaggio della resa”.

La conduzione venne affidata ad Antonella Clerici, mentre Gianmarco Mazzi fu confermato per il secondo anno consecutivo come direttore musicale. Attirarono l’attenzione dei media: “Credimi ancora” di Marco Mengoni, “La cometa di Halley” di Irene Grandi, “Per tutta la vita” di Noemi, “Ricomincio da qui” di Malika Ayane e “Meno male” di Simone Cristicchi, con tanto di citazione ironica dell’allora première dame francese Carla Bruni.

Curiosa la trama fantascientifica trattata da Arisa in “Malamorenò”, il cui testo raccontava in chiave distopica di un mondo ambientato nel 2087, caratterizzato da un clima ostile in un periodo storico privo di certezze. Ripuntò ancora sul sociale Povia con “La verità”, liberamente ispirata alla storia di Eluana Englaro, ragazza rimasta in stato vegetativo per oltre diciassette anni a causa di un incidente stradale e deceduta in seguito alla sospensione della nutrizione artificiale. Un caso che divise l’opinione pubblica sul tema dell’eutanasia, aprendo il dibattito sul testamento biologico che fu introdotto nel nostro ordinamento otto anni più tardi.

A destare clamore, come non mai, fu un’altra canzone che finì per classificarsi al secondo posto, rischiando addirittura di vincere. Un brano definito banalmente e utilitaristicamente patriottico, dall’emblematico titolo “Italia amore mio”, interpretato dal singolare trio composto dal cantautore Pupo, dal tenore Luca Canonici e dal principe, senza più corona, Emanuele Filiberto. L’alto posizionamento in classifica, per certi versi inspiegabile, provocò fischi e contestazioni in sala, con i componenti dell’orchestra che inveirono lanciando gli spartiti in segno di protesta. Scene apocalittiche al Teatro Ariston.

Quella del 2011 fu un’edizione senza scandali e senza troppi colpi di scena, apprezzata per la sua sobrietà e per un meccanismo di voto che riuscì a riportare alla vittoria una grande canzone, come non accadeva abitualmente datempo. Alla conduzione debuttò Gianni Morandi, affiancato per l’occasione da Belén Rodríguez, Elisabetta Canalis e dal duo comico composto da Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu. Il cantante di Monghidoro tornò in Riviera a undici anni dalla sua ultima partecipazione, dopo aver presenziato per sei volte in concorso ed essersi aggiudicato un terzo, un secondo e un primo posto, vincendo nell’87 in trio con Tozzi e Ruggeri sulle note di “Si può dare di più”.

Per arricchire e diversificare le cinque serate, vennero reintrodotte le cover, in una formula già parzialmente sperimentata da Tony Renis nel 2004, riadattata in un vero e proprio torneo. Una competizione parallela di motivi presi in prestito dal vastissimo repertorio popolare del nostro Paese, tema suggerito dalle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Il contest fu vinto da Al Bano, con la sua personale rilettura del Va, pensiero di Giuseppe Verdi.

Ad impadronirsi meritatamente della vetta del podio, nel girone dei Campioni, fu Roberto Vecchioni con “Chiamami ancora amore”, alla sua seconda e ultima partecipazione, a ben trentotto anni di distanza dal debutto. Una canzone incentrata sul tema della speranza, la stessa che ci sprona ad aprirci con fiducia agli altri. Il tutto declinato in un linguaggio contemporaneo, vicino al nostro percepito e al nostro quotidiano, comprensibile a tutti per la sua autenticità.

Tra le Nuove Proposte, invece, si distinse Raphael Gualazzi con “Follia d’amore”. All’indomani della kermesse, ottennero un buon successo commerciale “Il mare immenso” di Giusy Ferreri e “Arriverà” dei Modà in coppia con Emma. Da segnalare la seconda e ultima partecipazione in gara, la prima da solista, di Max Pezzali con “Il mio secondo” tempo, oltre alla prestigiosa presenza di Franco Battiato in veste di accompagnatore d’eccezione di Luca Madonia. I due cantautori siciliani debuttarono con “L’alieno”.

La conduzione così familiare e rassicurante garantì a Morandi il bis. L’artista si limitò a replicare il format dell’anno precedente, senza spendersi per cercare ulteriori innesti o nuove soluzioni. Queste almeno erano le premesse, perché in pratica accadde di tutto: dalle polemiche per l’intervento di Celentano all’ormai celebre “farfallina” di Belen. L’attenzione del pubblico venne progressivamente dirottata e allontanata dalla musica.. Meritevole di menzione la seconda partecipazione in gara di Samuele Bersani, confermatosi habitué del prestigioso Premio della Critica con “Un pallone”. Tornò dopo quarant’anni anche Lucio Dalla in qualità di mentore e direttore d’orchestra di Pierdavide Carone, al suo esordio con “Nan”ì. Il cantautore bolognese ci lasciò prematuramente a distanza di poche settimane, dopo averci concesso quest’ultimo regalo.

Tra le canzoni in concorso, si fecero valere: “La tua bellezza” di Francesco Renga, “Respirare” dell’inedita e insolita coppia composta da Gigi D’Alessio e Loredana Bertè, “Ci vediamo a casa” di Dolcenera e “Per sempre” di Nina Zilli. Podio tutto al femminile, che vide sul gradino più basso Noemi con “Sono solo parole”, firmata per lei da Fabrizio Moro, mentre la medaglia d’argento finì tra le mani di Arisa con “La notte”.

Ad aggiudicarsi il titolo fu Emma con “Non è l’inferno”, un brano di grande impatto e attualità, ispirato dalla difficile situazione economica e sociale del nostro Paese. In seconda categoria, invece, la spuntò il giovane Alessandro Casillo con “È vero (che ci sei)”. Insomma, nell’ultimo Festival sotto la guida artistica di Gianmarco Mazzi si alternarono momenti di altezza musicale ad episodi qualitativamente discutibili. Anche lo spettacolo fu piuttosto altalenante, ma Gianni Morandi riuscì a concludere il biennio con un bilancio positivo, al grido del suo famigerato motto «stiamo uniti!».

La sessantatreesima edizione del Festival di Sanremo fu contraddistinta da un netto cambio di stile e di immagine. Alla guida della manifestazione tornò Fabio Fazio, spalleggiato dall’irriverente Luciana Littizzetto. Si ricompose, dunque, la fortunata coppia di “Che tempo che fa”, una delle trasmissioni più seguite e apprezzate di quegli anni. Il numero dei cantanti in concorso restò invariato, l’unica novità fu l’introduzione della doppia canzone: ciascun artista proponeva due brani, il pubblico e la sala stampa sceglievano quale far passare.

Un meccanismo interessante, che ricordava per certi versi la funzione del Lato A e del Lato B del vecchio 45 giri. Una formula che si rivelò funzionale per gli artisti che decisero di portare in gara due pezzi ugualmente forti, a discapito di chi presentò un solo brano di punta, sprecando l’opportunità di proporre due motivi altrettanto validi. Insomma, quella di Fazio si rivelò un’idea curiosa, ma che lasciava spazio a qualche criticità.

Fecero il loro ritorno in gara Elio e le Storie Tese, a diciassette anni dalle precedenti e celebri gesta in Riviera. Dall’universo dei talent show debuttarono Chiara Galiazzo e Annalisa Scarrone, mentre tornò alla ribalta il cantautorato romano ben rappresentato da Daniele Silvestri, Max Gazzè e Simone Cristicchi.

A furoreggiare in vetta alla classifica dei big fu Marco Mengoni con “L’essenziale”, mentre tra le Nuove Proposte si affermò Antonio Maggio con “Mi servirebbe sapere”. L’impronta di Fazio e l’ironia della Littizzetto convinsero su larga scala, portando la coppia alla riconferma nell’edizione successiva.

Quello del 2014 non venne ricordato come uno dei Festival più brillanti, qualcosa andò storto e gli ascolti non esaudirono le aspettative. Con il 39,26% di share, si trattò della terza edizione meno vista di sempre, dopo quelle del 2004 e del 2008. Vinse Arisa per il rotto della cuffia, riprendendosi il titolo sfuggitole di mano due anni prima. La cantante lucana si impose con “Controvento”, una proposta decisamente meno memorabile de “La notte“. Tra le novità dominò la gara Rocco Hunt con “Nu juorno buono”, il primo brano rap a sbancare l’Ariston.

Fecero la loro bella figura: “Prima di andare via” di Riccardo Sinigallia, “Così lontano” di Giuliano Palma, “Il cielo è vuoto” di Cristiano De André, “Ti porto a cena con me” di Giusy Ferreri e “Vivendo adesso” di Francesco Renga. Dal sipario che non si aprì alla minaccia di suicidio in diretta, questa edizione non partì col piede giusto e non si concluse nemmeno altrettanto brillantemente. Dopo due annate pressoché identiche per quanto riguardava la forma, era arrivato il tempo di voltare pagina per cercare una nuova sostanza.

A Sanremo 2015 fece il suo esordio Carlo Conti, contratto triennale per lui e una ventata di progettualità in più per la manifestazione, all’alba della terza età. Il popolare conduttore toscano rivitalizzò la rassegna a piccoli passi con delle punturine di acido ialuronico, evitando di entrare a gamba tesa proponendo il solito lifting, intervento fino a quel momento mai riuscito realmente a nessun suo predecessore. Venne ristabilita la classica formula di “baudiana memoria” con la doppia categoria e furono, per l’ennesima volta, reintrodotte le eliminazioni. Ciononostante, tornarono in concorso artisti assenti da diverso tempo, come Raf con “Come una favola” e Nek con “Fatti avanti amore”, rispettivamente dopo ventiquattro e diciotto anni.

Alla conduzione furono arruolate le ultime due vincitrici Emma e Arisa, più l’attrice spagnola Rocío Muñoz Morales. Tra le rentrée più interessanti, riapparvero in gara: Alex Britti, Irene Grandi, Gianluca Grignani, Marco Masin, Anna Tatangelo e Malika Ayane, titolare del Premio della Critica. Fecero il loro esordio: Lorenzo Fragola, Bianca Atzei, Nesli e Lara Fabian, oltre naturalmente a Gianluca Ginoble, Ignazio Boschetto e Piero Barone, ovvero i tre trionfatori assoluti de Il Volo con “Grande amore”, canzone che li consacrò definitivamente sia in Italia che all’estero. Più in sottotono la gara dei giovani, da cui emerse Giovanni Caccamo con “Ritornerò da te”. Dal punto di vista televisivo, gli ascolti premiarono le scelte del direttore artistico, inaugurando una bella serie di positivi riscontri.

La sessantaseiesima edizione del Festival proseguì nel segno della continuità, con il regolamento rimasto praticamente immutato. Al contrario della precedente annata, le proposte della categoria cadetta si rivelarono più originali dell’intera quota Campioni. Debuttarono così: Irama, Ermal Meta e Mahmood, mentre si aggiudicò i favori delle giurie Francesco Gabbani con “Amen”.

Tra i big eccelsero gli Stadio con “Un giorno mi dirai”, quasi un premio alla carriera per il gruppo capitanato da Gaetano Curreri. Si piazzarono altrettanto bene altri due veterani: Patty Pravo con “Cieli immensi” ed Enrico Ruggeri con “Il primo amore non si scorda mai”. La cornice restituì interesse allo spettacolo, senza concentrare l’attenzione soltanto sulla musica, che ne uscì da co-protagonista.

Di tutt’altro respiro fu l’edizione 2017, l’ultima sotto la regia di Carlo Conti, affiancato alla conduzione in questo rush finale nientepopodimeno che da Maria De Filippi, la regina dei talent show presa in prestito senza obbligo di riscatto da Mediaset. Anche in questo caso i ritorni furono prestigiosi, a partire da Fiorella Mannoia, assente da ben ventinove anni, al suo quinto Festival con “Che sia benedetta”. Si riaffacciarono in Riviera anche Paola Turci, Michele Zarrillo, Gigi D’Alessio e Al Bano, mentre debuttarono con discreti consensi Michele Bravi ed Elodie. A conquistare la vittoria fu, senza alcuna previsione, Francesco Gabbani con “Occidentali’s Karma“, mentre tra i giovani salì alla ribalta Lele con “Ora mai”.

Dopo il positivo triennio ben amministrato da Carlo Conti, per la direzione artistica venne scelto un mostro sacro della canzone italiana: Claudio Baglioni, uno dei pochi cantanti a non aver mai ceduto alle lusinghe del “carnevale” sanremese. Queste le sue prime parole all’indomani dell’annuncio: «Più che conduttore mi sento un conducente, nel senso che mi occuperò di portare questo veicolo fino a destinazione, poi dipenderà dalla squadra. Diciamo che il mio lavoro è già tantissimo, perché significa decidere molti degli aspetti del Festival, dalla scenografia alla linea editoriale, per non parlare dei contenuti e del significato generale di questa edizione. Dopo ben tre miei rifiuti, alla lunga, ho mollato il colpo. Hanno insistito e voluto fermamente un musicista alla guida di questa macchina organizzativa, di conseguenza, la musica non potrà che posizionarsi al centro dell’intero progetto».

Sul meccanismo della competizione aggiunse: «L’elimina- zione è stata eliminata! Nel senso che non ci sarà. Quella pratica un po’ violenta del dover mandare a tutti i costi a casa qualcuno, non verrà ripetuta. Qualunque partecipante, sia tra le Nuove Proposte che tra i Campioni, comincerà e finirà questo Sanremo, nessuno dovrà fare le valigie prima del tempo, anche se ci saranno comunque un concorso e una classifica finale. Questo renderà la manifestazione simile a qualsiasi rassegna cinematografica o letteraria».

L’edizione 2018, dunque, vide Baglioni ricoprire il ruolo di “dittatore” artistico, come lui stesso amava definirsi, affiancato alla conduzione da Michelle Hunziker e da Pierfrancesco Favino. Di fatto non ci fu alcuna grande rivoluzione che, forse, non era nemmeno così tanto necessaria. In fondo, bastava semplicemente prestare attenzione ad ogni singolo dettaglio, prendersi cura dello spettacolo e della musica a 360 gradi. Nessuna clamorosa innovazione, dunque, tant’è che la vittoria andò a due recenti habitué: Fabrizio Moro ed Ermal Meta, il primo “figlio” dei Festival di Pippo Baudo e il secondo di quelli di Carlo Conti, due assoluti modelli di riferimento per l’autore di “Questo piccolo grande amore”.

La vera scommessa di questa edizione fu rappresentata da Ultimo, primo della classe tra le nuove leve con “Il ballo delle incertezze”. Un talento sbocciato nella città dei fiori, ma che aveva già avuto modo di mostrare le proprie velleità artistiche con il suo album d’esordio Pianeti. Menzione d’onore per Ornella Vanoni, che impreziosì la gara con la sua personalità, accompagnata per l’occasione da Bungaro e Pacifico, entrambi autori di “Imparare ad amarsi”, una poesia d’altri tempi. Bel ritorno per Ron con “Almeno pensami”, inedito firmato dal compianto Lucio Dalla.

All’indomani della kermesse funzionarono bene anche “Una vita in vacanza” de Lo Stato Sociale, “Il mondo prima di te” di Annalisa, “Adesso” di Diodato e Roy Paci, “Frida (mai, mai, mai)” dei The Kolors e “Così sbagliato” de Le Vibrazioni. Toccò sentimentalmente il cuore di molti Stiamo tutti bene di Mirkoeilcane, brano che smosse le coscienze affrontando un tema di scottante attualità, raccontando una triste pagina di storia attraverso gli occhi di un bambino migrante. Allo stesso modo suscitò riflessioni anche la canzone vincitrice: “Non mi avete fatto niente” fu un grido di pace in un momento storico di profondo disorientamento, qualcosa più di un brano di denuncia contro il terrorismo, una vera e propria presa di coscienza dopo i numerosi attentati che, negli ultimi anni, avevano sconvolto l’Occidente.

Per la sessantanovesima edizione del Festival, il confermato Claudio Baglioni si ritrovò ad avere più tempo a disposizione per apportare le dovute modifiche al regolamento e lasciare la propria impronta. Per prima cosa, il direttore artistico abolì la sezione Nuove Proposte, proprio come era accaduto nel 2004, riducendo la competizione ad un unico torneo. Ai ventidue big scelti dalla commissione artistica, si aggiunsero i due talenti saliti alla ribalta da Sanremo Giovani, spin off dal quale emersero Einar e Mahmood.

Suscitarono particolare interesse: “Rolls Royce” di Achille Lauro, “Nonno Hollywood” di Enrico Nigiotti, “Argentovivo” di Daniele Silvestri con Rancore, “Dov’è l’Italia” di Motta, “Abbi cura di me” di Simone Cristicchi e “La ragazza con il cuore” di latta di Irama. Ingiustamente sfiorò solo il podio Loredana Bertè con l’intensa “Cosa ti aspetti da me”, mentre al terzo posto si distinsero i tre ragazzi de Il Volo con “Musica che resta”. Medaglia d’argento per Ultimo, campione in carica tra i cadetti e grande favorito della vigilia, di ritorno con “I tuoi particolari”. Nell’incredulità generale, si aggiudicò il titolo Mahmood con “Soldi”, un motivo privo di sovrastrutture sanremesi, insolito al primo ascolto, ma in grado di conquistare e superare innumerevoli record.

Nulla da eccepire sullo show, se non per la presenza di troppi ospiti e la lunghezza interminabile delle serate. Molte le canzoni che non finirono nel dimenticatoio, a differenza di quanto accaduto nella precedente annata, premiata più negli ascolti che nelle vendite dei dischi. A far la differenza furono i brani in concorso, mai come quell’anno altamente rappresentativi dei gusti del pubblico più trasversale. In questa seconda prova da “dirottatore artistico”, Baglioni riuscì ad interpretare al meglio gli interessi degli abituali fruitori di musica, intercettando la bellezza anche tra le proposte più attuali.

“Sanremo Story”, la consacrazione degli anni ‘20. Dopo il positivo biennio affidato a Claudio Baglioni, alla direzione artistica della settantesima edizione del Festival della canzone italiana ha debuttato Amadeus, affiancato nella conduzione dall’amico Rosario Fiorello (autentico trascinatore dell’umorismo e dello spettacolo) e da una nutrita rosa di presenze femminili che si sono avvicendate nel corso delle cinque serate. Ospite fisso è stato Tiziano Ferro, che ha alternato pezzi del suo ricco repertorio a brani presi in prestito dalla storia della kermesse, come “Nel blu dipinto di blu”, “Almeno tu nell’universo”, “Portami a ballare” e “Perdere l’amore”, quest’ultima eseguita in coppia con Massimo Ranieri.

Il cantautore di Latina ha realizzato ancora una volta il sogno di calcare il palco dell’Ariston, lui che aveva tentato invano di partecipare alla rassegna per due anni consecutivi, nel 1997 e nel 1998, tramite l’Accademia di Sanremo. Dopo aver debuttato in Riviera nel 2006 come spalla di Michele Zarrillo nella serata dei duetti ed essere tornato come super ospite nel 2007, nel 2015 e nel 2017, l’artista si è aggiudicato il primato di presenza musicale fissa, un ruolo che fino a quel momento nessun altro aveva mai ricoperto. Ferro, stando a quanto dichiarato più volte da Mara Maionchi, sua discografica dell’epoca, avrebbe dovuto presentarsi in gara tra i giovani nel 2002 con “Non me lo so spiegare”, canzone rimasta volutamente fuori dal suo album d’esordio “Rosso relativo” per una eventuale riedizione sanremese. Il successo iniziale del cantautore è stato tale da far tramontare l’ipotesi e il brano è stato inserito nel suo successivo disco “111″.

Sulle pagine di Repubblica, all’indomani dell’annuncio del cast, il neo conduttore Amadeus ha motivato così le sue scelte: «Ho badato alle canzoni, affinché potessero essere dei pezzi radiofonici, delle potenziali hit. Ho pensato ad un’edizione attuale, a brani da scaricare domani su Spotify, alla portata di tutti. Sanremo è un cavallo imbizzarrito ma io sono figlio di un istruttore di equitazione, accetto di stare in sella a queste condizioni, perché il Festival è troppo affascinante».

Rispetto alla precedente annata, è stata ripristinata la categoria Nuove Proposte, mentre il numero di big è stato esteso a ventiquattro partecipanti. A fare realmente la differenza sono stati i motivi in concorso, contemporanei e rappresentativi dei gusti del pubblico più trasversale. A livello musicale ha vinto a mani basse la tradizione, in entrambe le categorie si sono affermate due belle canzoni senza tempo, classiche nella forma ma contemporanee nelle sostanza.

Sanremo 2020 è stato l’anno della meritatissima consacrazione di Diodato, cantautore raffinato dotato di unavocalità straordinaria. A lui il merito di essersi aggiudicato con “Fai rumore” sia il titolo della competizione che il Premio della Critica Mia Martini. In una società sempre più votata al silenzio e all’incomprensione ha sbaragliato la concorrenza un brano tanto evocativo quanto liberatorio, un invito ad abbattere le barriere dell’incomunicabilità, a bruciare quei silenzi che spesso creano distanze e contrasti. Uno stimolo a farsi sentire, talvolta anche manifestando il proprio dissenso, in una comunità sempre meno avvezza al dialogo. Il confronto inteso come nostra unica ancora di salvezza, soluzione in grado di sgretolare i muri invalicabili dell’omertà.

Impegno a parte, è stata anche una delle edizioni più radiofoniche di sempre, con la massiccia presenza di motivi orecchiabili, cantabili e “fischiettabili”, proprio come “Viceversa” di Francesco Gabbani, che si è accontentato di un ottimo secondo posto, dopo la straordinaria impresa realizzata tre anni prima. Hanno funzionato parecchio anche “Ringo Starr” dei Pinguini Tattici Nucleari, “Andromeda” di Elodie, “Dov’è” de Le Vibrazioni e “Gigante” di Piero Pelù, al suo debutto in Riviera.

Ha strappato applausi e consensi la straordinaria bravura di Tosca, alla sua quinta partecipazione festivaliera con l’elegante “Ho amato tutto”. Inoltre, hanno colpito la stravaganza di Achille Lauro con “Me ne frego” e la grinta di Rita Pavone con “Niente (Resilienza 74)”, che ha interrotto il digiuno sanremese durato ben quarantotto anni. Hanno debuttato Elettra Lamborghini, nostra signora del twerk, con l’evasiva “Musica (e il resto scompare)” e Levante con l’inclusiva “Tikibombom”. Due sono state le sconfitte principali: i magri risultati delle quote rap in concorso e la battuta d’arresto degli ex partecipanti dei talent show, che non hanno ottenuto gli stessi consensi delle precedenti edizioni.

É entrato di fatto nella storia il caso Bugo-Morgan, squalificati nel corso della quarta serata a causa della modifica del testo di “Sincero” ad opera dell’eccentrico cantautore milanese e del conseguente abbandono del palco da parte del suo collega. Un pezzo dalle buone intenzioni finito, suo malgrado, per essere ricordato e cantato per le «brutte intenzioni e la maleducazione». Tra i giovani si è imposto Leo Gassmann con la rassicurante Vai bene così.

Al suo primo mandato, Amadeus ha confezionato un cast degno di nota, all’altezza della situazione, sopra la media degli ultimi anni. Il pubblico ha potuto assistere ad un grande spettacolo, una festa destinata purtroppo ad essere interrotta. Nessuno poteva realmente immaginare, in quel preciso momento, quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Già nei mesi conclusivi del precedente anno, dalla Cina provenivano notizie frammentarie di casi di pazienti che mostravano i sintomi di una “polmonite di causasconosciuta”.

La comunicazione ufficiale delle autorità di Pechino all’Organizzazione Mondiale della Sanità è arrivata il 31 dicembre 2019. Successivamente è stato individuato il ceppo responsabile dell’infezione, il genoma è stato prima sequenziato e poi pubblicato. L’11 febbraio 2020, tre giorni dopo la fine del Festival, l’OMS ha annunciato il nome della malattia respiratoria e, per la prima volta, abbiamo sentito parlare di COVID-19.

Il direttore artistico si è ritrovato a pianificare l’edizione del Festival più complicata della storia, forse anche la più osteggiata, poiché i media non hanno facilitato di certo il suo compito. Il tipico chiacchiericcio della vigilia, una specie di colorita tradizione, questa volta è stato inaugurato ancora prima del previsto, in netto anticipo sulla tabella di marcia. Con le parole del conduttore ripetutamente travisate, le polemiche sono fioccate sin dall’estate precedente. Tra slittamenti, ipotesi di cancellazione, dubbi sulla presenza del pubblico in sala e presunte navi da crociera, i mesi antecedenti Sanremo 2021 hanno subito parecchie turbolenze.

É andato così in scena il primo Festival dell’era Covid, in un Teatro Ariston a tratti irriconoscibile, con le sue poltroncine rosse vuote e gli applausi pre-registrati. Lo spettacolo ha posto l’accento su tematiche importanti, regalando ai telespettatori a casa un forte messaggio di fiducia e risollevando gli animi affaticati dalla seconda ondata e dalle nuove restrizioni. Anche se non si è trattato dell’edizione della ripartenza, come più volte auspicato dallo stesso direttore artistico, è stata a tutti gli effetti un’annata all’insegna della speranza e della rinascita.

La settantunesima edizione del Festival della canzone italiana non si è rivelata la solita messa cantata, la liturgia della rassegna è stata contraddistinta e contraddetta dall’inedita circostanza in cui veniva proposta, l’assenza delle reazioni del pubblico in sala ha inciso sui tempi e sulle dinamiche televisive, ma non ha interferito con il corretto svolgimento della gara musicale. Lo spettacolo andato in scena ha posto l’accento sulla terribile situazione in cui riversavano il nostro Paese e il mondo intero, riportandoci ad immaginare la vita che saremmo tornati a condurre una volta debellata la pandemia e rimettendoci in contatto con buona parte di ciò che avevamo lasciato e che avremmo presto riassaporato. La vittoria simbolica dei Måneskin ha evidenziato la rabbia e il malcontento che, in quel preciso momento, erano forse necessari per non lasciare spazio alla rassegnazione, allo sgomento o, peggio ancora, alla negazione. Nel giro di dodici mesi si è passati dal liberatorio “Fai rumore” di Diodato a questo ammutolente invito a restare “Zitti e buoni”. Due titoli che fotografavano il prima e il dopo, oltre che un profondo e lampante cambiamento sociale.

Hanno trionfato la trasgressione, l’erotismo e il rock del giovane gruppo romano, con l’immagine dell’orchestra intenta a suonare in piedi che resterà negli annali. Ha convinto l’eleganza senza tempo di Orietta Berti, di ritorno in Riviera con “Quando ti sei innamorato” dopo ben ventinove anni. Il tutto misto all’innovazione messa in scena dall’esercito di nuove leve in concorso: da Fulminacci ad Aiello, passando per Gaia, Fasma, Random, i Coma_Cose e Gio Evan, alcuni dei quali avranno modo in futuro di dare prova del proprio potenziale inesploso. Conferme per Ermal Meta, Annalisa, Malika Ayane, Noemi, Max Gazzè, Arisa, Lo Stato Sociale, oltre agli ottimi esordi di Madame, Willie Peyote e La Rappresentante di Lista.

Ha conquistato l’attenzione di molti la trascinante “Musica leggerissima” di Colapesce Dimartino, mentre è entrato nella storia il caso di Irama, al suo terzo Festival con “La genesi del tuo colore”, brano che non è stato mai eseguito dal vivo in diretta sul palco dell’Ariston, a causa della quarantena imposta al giovane artista milanese dopo che un membro del suo staff era risultato positivo al Covid. Scongiurata l’ipotesi della squalifica per l’impossibilità di eseguire il pezzo, al cantante è stata concessa la deroga di restare in gara trasmettendo il video dell’esibizione registrata durante l’ultima prova generale. Opportunità accolta e incoraggiata da tutti gli altri partecipanti, in un bel gesto di condivisione e di unione.

La settantaduesima edizione del Festival della canzone italiana, è stata organizzata e condotta da Amadeus, affiancato da cinque co-conduttrici: Ornella Muti nella prima serata, Lorena Cesarini nella seconda, Drusilla Foer nella terza, Maria Chiara Giannetta nella quarta e Sabrina Ferilli nella serata finale. Come già accaduto nelle edizioni del 2004 e del 2019, i venticinque artisti partecipanti hanno dato vita ad una gara unica. Abolita la sezione Nuove Proposte, ai ventidue big scelti dalla commissione artistico, si sono aggiunti tre ragazzi provenienti dal contest di Sanremo Giovani, vale a dire gli esordienti Yuman, Tananai e Matteo Romano.

Tra gli altri debutti, segnaliamo le presenze di: Rkomi, Sangiovanni, Aka 7even, Dargen D’amico, Ana Mena, Highsnob e Hu, Ditonellapiaga, Giovanni Truppi e Blanco che si è aggiudicato il titolo in coppia con Mahmood sulle note di “Brividi”. Una vittoria che ha messo d’accordo le giurie, la coppia ha funzionato e ha regalato al pubblico emozioni e un bel pugno nello stomaco.

Tra i ritorni, invece, citiamo le presenze consecutive di Irama, Noemi e La Rappresentante di Lista, oltre alle piacevoli rentrée di: Elisa (assente da ben ventuno anni), Achille Lauro, Emma, Fabrizio Moro, Gianni Morandi, Massimo Ranieri, Iva Zanicchi, Donatella Rettore, Giusy Ferreri, Le Vibrazioni e Michele Bravi.

Sanremo 2023 prosegue nel solco della rivoluzione di Amadeus, con un’edizione di passaggio ricca di ballad che resteranno nel tempo. Prima della lista è “Due vite” di Marco Mengoni, che si aggiudica la vittoria a furor di popolo. Tra i ritorni più importanti spiccano quello di Giorgia, di Anna Oxa, di Gianluca Grignani, di Elodie, di Madame e di Ultimo. Interessanti, invece, gli esordi di: Ariete, Gianmaria, Mara Sattei, Rosa Chemical, dei Cugini di Campagna e degli Articolo 31. Tra i motivi che resteranno impressi nella memoria del pubblico, ricorderemo. “Cenere” di Lazza, “Tango” di Tananai e “Supereroi” di Mr Rain.

A chiudere il quinquennio di Amadeus, un’edizione senza precedenti, con un cast stellare. Stiamo parlando di quella del 2024, che ha visto vincere l’esordiente Angelina Mango con “La noia”, dopo ben dieci anni dall’ultima vittoria femminile. Tra gli altri debutti, ricordiamo le presenze di: Alessandra Amoroso, Gazzelle, Alfa, Ghali, Il Tre, Geolier, Fred De Palma, BigMama, La Sad, Clara e Rose Villain.

Clamorosi ed eclatanti i ritorni, tra cui segnaliamo: i Negramaro, Fiorella Mannoia, Loredana Bertè, Diodato, Emma, Il Volo e Irama. A dominare le classifiche saranno “Sinceramente” di Annalisa, “Tuta gold” di Mahmood, “Un ragazzo una ragazza” dei The Kolors e “Ma non tutta la vita” dei Ricchi e Poveri.

Insomma, l’era Amadeus ha segnato un netto cambio di passo del Festival e favorito la consacrazione della musica italiana. Decennio dopo decennio, il Festival si è mostrato in grado di scandire le fasi di transizione del nostro Paese, attraverso le varie epoche, fino ad entrare a far parte dei nostri usi, costumi e consuetudini, grazie ad uno sguardo sempre vigile e rivolto all’attualità. Negli ultimi anni, è tornata a vincere ancora una volta la musica, l’unica che può ridicolizzare le critiche e rendere lo spettacolo appetibile…

“Sanremo Story”, il rapporto tra il Festival e la Chiesa. Una delle dimostrazioni lampanti della potenza mediatica del Festival consiste nell’attenzione che i sacerdoti e gli uomini di fede hanno sempre riservato alla rassegna canora. Essendo Sanremo uno degli appuntamenti più importanti della vita sociale del nostro Paese, la Chiesa cattolica è spesso intervenuta nelle vicende della manifestazione, interferendo su numerose questioni, tra appelli motivati e critiche fini e sé stesse.

Molti i richiami da parte delle autorità religiose, a partire da quello rivolto a Domenico Modugno, che nel 1961 venne tacciato di inneggiare alla diserzione dei doveri coniugali, malinterpretando la sua “Libero” come una sorta di “inno in favore dell’abbandono del focolare domestico”. In fondo si trattò solo di un timido rodaggio in vista della successiva edizione, quando L’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, definì l’evento: «una competizione canora ma non certo poetica, a giudicare dai titoli e dalle parole delle canzoni che, per un verso o per l’altro, ribadiscono la povertà di ispirazione e la tradizionale sciatteria della canzone italiana, sempre più malridotta e decaduta».

Interventi simili vennero reiterati più volte nel corso del tempo, con una serie di scomuniche ufficiose e ufficiali nei confronti della kermesse. Non mancarono, però, anche delle voci fuori dal coro, come quella di padre Ugolino da Grosseto, che nel 1974 si candidò invano al ruolo di patron della rassegna. Del tutto particolare il caso del prete- cantante, fra Giuseppe Cionfoli, che partecipò due volte in gara, nel 1982 con “Solo grazie” e nel 1983 con “Shalom”. Il curato canterino fu subissato di pareri negativi nei confronti delle sue non proprio eccelse doti canore e dimostrò poca pazienza francescana, arrivando a querelare i giornalisti che avevano osato mettere in dubbio il suo talento.

L’artista tornò a Sanremo nel 1994 come membro della folcloristica Squadra Italia, quando ormai aveva dismesso la veste talare per indossare l’abito nuziale. Seguì nel 2000 un altro episodio affine, legato alla partecipazione di Padre Alfonso Maria Parente, che in barba all’ottavo comandamento, dichiarò di avere trentadue anni per poter rientrare da regolamento nelle Nuove Proposte, mentre invece ne aveva compiuti già trentotto.

Dal punto di vista dello spettacolo, gli anni ’80 furono quelli più difficili, con Sanremo e la Chiesa distanti anni luce l’uno dall’altro. Scoppiarono casi memorabili come quello del finto pancione di Loredana Bertè del 1986 o quello del trio Solenghi-Lopez-Marchesini, tacciati nel 1989 di vilipendio alla religione per aver ironizzato, in una gag poco apprezzata dagli ambienti ecclesiastici, su linguaggi e testi sacri.

Nel decennio successivo, con il Giubileo alle porte, si assistette ad un riavvicinamento, anticipato nel 1997 dall’intervento di monsignor Milingo in collegamento da Roma. Sempre dagli organi cattolici partirono le prime critiche sulla controversa partecipazione di Eminem nel 2001. La massima tensione si raggiunse nel 2011 con l’intervento di Adriano Celentano. «Su ben altri temi dovrebbero basarsi giornali come Famiglia Cristiana e Avvenire. Loro parlano della politica del mondo e non di quella di Dio. Per me andrebbero chiusi»: queste le parole contestate al Molleggiato, che finì al centro di unagguerrito scontro sulla libertà di stampa. Chiude la nostra carrellata Achille Lauro nel 2022, con la sua “Domenica” presentata in apertura della prima puntata di quel Festival, con tanto di battesimo effettuato in prima serata al termine della sua performance…

“Sanremo Story”, gli episodi di censura al Festival. Saremo pure fuori di testa, ma orgogliosamente diversi dalle scelte degli altri. Se l’Italia ha dimostrato di essersi aperta a nuovi linguaggi, parolacce comprese, l’Europa nel 2021 ha risposto censurando alcuni versi di “Zitti e buoni” dei Måneskin. Così quel «buonasera signore e signori, fuori gli attori» è andato avanti con un rassicurante «vi conviene non fare più errori» al posto della più incisiva toccatina di attributi cantata sul palco dell’Ariston. La stessa sorte è spettata alla parte finale del brano: «parla la gente purtroppo parla, non sa di che cosa parla» derubata di un «cazzo» che, nella versione originale, funzionava da rafforzativo.

Situazione analoga era capitata a Francesco Gabbani nel 2017, quando la sua “Occidentali’s karma” era stata privata del verso «piovono gocce di Chanel su corpi asettici» ed aveva subito altri tagli decisivi per ridurre la durata della canzone, venendo così penalizzati il senso e il risultato finale. D’altronde, il regolamento della rassegna parlachiaro: niente volgarità, nessun riferimento a marchi con fini commerciali e massimo tre minuti di tempo per ciascuna proposta musicale. Sullo stesso argomento il Festival di Sanremo ha assunto negli anni posizioni differenti e, a seconda delle varie organizzazioni, le regole sono state interpretate in maniera diversa.

Comunque sia i Måneskin hanno accettato di buon grado il compromesso dichiarando agli organi di stampa: «siamo ribelli, mica scemi». I ragazzi di Monteverde sono tornati sui propri passi una volta agguantata la vittoria, eseguendo il pezzo così come mamma lo aveva fatto, ricalcando in qualche modo le memorabili gesta di gruppi come i Rolling Stones e i Doors. Questi ultimi, durante la diretta televisiva dell’Ed Sullivan Show del 1967, non avevano apportato alla loro “Light my fire” i cambiamenti che erano stati precedentemente pattuiti. Un gesto inguaribilmente rock.

A parte il recente caso di pura spavalderia e avanguardia, la storia di Sanremo pullula di episodi di censura. L’importanza mediatica del Festival ha sempre implicato un controllo minuzioso e pressante, per quanto riguardava sia i testi delle canzoni in gara che gli interventi di ospiti e comici fuori concorso.

Tra le prime opere musicali contestate ci fu “Tua” di Jula De Palma, proposta nel lontano 1959. A preoccupare la Rai non fu soltanto il contenuto letterale, ma soprattutto l’interpretazione audace della cantante, oltre al succinto abito di scena. Insomma, una commistione di elementi giudicati troppo provocanti e lascivi per l’epoca. Si susseguirono le edizioni, ma la minestra rimase sempre la stessa. Nel ’71 lo stesso destino spettò a Lucio Dalla, in gara con il brano “Gesù bambino”, scritto insieme a Paola Pallottino. Il cantautore bolognese venne convinto a cambiare titolo, optando per la sua data di nascita, e dando così vita alla splendida “4 marzo 1943” che tutti conosciamo, malgrado i versi censurati. «Giocava alla Madonna con un bimbo da fasciare» diventò «giocava a far la donna con un bimbo da fasciare», mentre «e ancora adesso che bestemmio e bevo vino per i ladri e le puttane sono Gesù bambino» si trasformò in «e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino per la gente del porto mi chiamo Gesù bambino».

Nel 1972 toccò a Nicola Di Bari ridimensionare il testo de “I giorni dell’arcobaleno”, canzone vincitrice di quell’edizione, per rendere meno palese il racconto della prima volta di un’adolescente, la cui età passò magicamente da tredici a sedici anni.

Bisogna tenere in considerazione che, in quegli anni, a Sanremo il sesso era considerato ancora un tabù, così nel 1974 fu ripreso addirittura un puritano come Mino Reitano, che nella sua “Innamorati” dovette rinunciare al verso «per terra le tue calze bianche, la tua maglietta, i tuoi blue jeans» in favore di «nell’aria c’è la primavera e sta sbocciando dentro noi il primo fiore bianco».

Situazione analoga avvenne due anni più tardi con la partecipazione di Antonio Buonomo: il testo de “La femminista” fu messo fortemente in discussione, a causa della frase «mentre è chiaro che combatti, se sul letto tu mi sbatti», poi riletta in «mentre è chiaro che combatti con degli argomenti adatti». Questi accorgimenti non bastarono al giovane napoletano ad eludere le polemiche, considerato il momento storico piuttosto acceso, caratterizzato da accanite lotte in favore dell’emancipazione e della parità tra i due sessi. Non a caso, il giorno seguente l’esibizione, un gruppo di femministe aggredì il cantante, ricoprendolo di insulti, pugni e schiaffi. Sullo sfondo, altre donne parecchio agguerrite inneggiavano all’aggressione, esibendo cartelli con scritto «figlia, moglie, madre, ne abbiamo le ovaie quadre».

Nel 1979 a Franco Fanigliulo venne imposto di modificare un passaggio della sua “A me mi piace vivere alla grande”, fu così che «foglie di cocaina voglio sentirmi male» mutò in «bagni di candeggina voglio sentirmi uguale». Stessa solfa nel 1980, quando “Voglio l’erba voglio” di Francesco Magni subì il veto dalla Rai rispetto al verso «chi si tira una pera solamente il dì di festa», ma il cantante se ne infischiò e lo interpretò comunque sul palco. Proprio come fecero nel 1988 i Figli di Bubba che, nell’eseguire durante la finale la loro “Nella valle dei Timbales”, cantarono: «fanculo all’esclusiva, fanculo alla tv» al posto del concordato «saluti all’esclusiva, saluti alla tv».

Rispetto al tema delle droghe leggere, nel 1982 fu censurata anche “Vado al massimo” di Vasco Rossi, che si ingegnò per convertire l’originario «vado in Messico, voglio andare a vedere se come dice il droghiere, laggiù masticano tutti foglie intere» in «laggiù vanno tutti a gonfie vele».

Sorte diversa è toccata alla parola “minchia”, legittimata sul palco dell’Ariston con la celeberrima “Signor tenente” di Giorgio Faletti, che attribuì al termine un senso di esclamazione, completamente diverso dal significato originario legato alla traduzione letteraria dal siciliano all’italiano. Anni luce prima del dibattito sull’omotransfobia, nel 1996 la mano della censura si posò tra i versi di Sulla porta di Federico Salvatore, con «Sono un diverso, mamma, e questo ti fa male» che andò a rimpiazzare la parola «omosessuale», in una sorta di ostracismo narrativo.

Ben più insolito il caso dell’imprecazione per antonomasia: il rapporto tra Sanremo e il “vaffa” è stato nel tempo molto controverso. Ad inaugurare le danze ci pensò Loredana Bertè nel 1997, con quel «vaffanculo Luna» considerato ancora troppo scandaloso per i tempi, al punto da essere edulcorato in «occhiali neri Luna». Nel 2006 questa parola subì l’ultima censura festivaliera in “Com’è straordinaria la vita” di Dolcenera, con il verso «ti viene da prendere un treno e andare a fanculo, lasciare tutto com’è» che cambiò la destinazione finale del viaggio in «andare lontano».

Fu Milva, l’anno seguente, con la sua «alba slavata da mandare a fanculo» interprete di “The show must go on”, la prima a pronunciare tale espressione in gara. Incredibile pensare che il compito di sdoganare questo tipo di terminologia toccò ad una signora di sessantotto anni, supportata nella scelta dall’allora settantunenne direttore artistico Pippo Baudo. Il conduttore siciliano approvò, tra le Nuove Proposte di quella stessa annata, anche la frase «che figlia di puttana la femminilità», presente in “Peccati di gola” di Patrizio Baù.

Un termine che aveva già provato a varcare le porte dell’Ariston nel 1981, quando “Roma puttana” di Luca Barbarossa dovette cambiar titolo in “Roma spogliata”. Nel 2001, invece, toccò ai Sottotono non poter pronunciare la medesima parola, cosa che invece fu permessa in tempi più recenti ne “Il diluvio universale” di Annalisa del 2016 e in “Sincero” della coppia Bugo-Morgan del 2020.

Nel 2005 i Concido auto-censurarono il titolo del proprio testo ribattezzandolo “Ci vuole k…”, nonostante nel corso dell’esibizione venisse più volte pronunciata con nonchalance la parola «culo». Nessun problema invece per Marcella Bella, che nello stesso anno propose con determinazione la sua “Uomo bastardo”, concetto ampiamente ripreso nel 2011 da Anna Tatangelo nell’altrettanto evocativa Bastardo.

Nel 2009 il romanticismo lasciò spazio ad un linguaggio sempre più diretto e quotidiano, con “Vivi per un miracolo” dei Gemelli DiVersi che conteneva il passaggio «per chi è umiliato e al suo padrone grida vaffanculo». Nello stesso anno, da segnalare, la performance di Marco Masini, autentico chansonnier dell’imprecazione, che senza troppi giri di parole cantò «è un paese l’Italia che ci ha rotto i coglioni», adottando per la prima volta nella storia del Festival il vocabolo, dodici anni prima rispetto ai Måneskin e nove prima di “Una vita in vacanza” de Lo Stato Sociale e del loro intramontabile grido «nessuno che rompe i coglioni».

La censura ha caratterizzato in parte anche la nostra storia più recente. Un esempio su tutti? Emis Killa. Il 2018 sarebbe dovuto essere l’anno del suo debutto sanremese con “Fuoco e benzina”, ma la candidatura era stata ritirata dallo stesso rapper che aveva accusato l’organizzazione di pretendere modifiche in diverse parti del testo.

Parole ardite anche per Rita Pavone nel 2020, quando in un passaggio della sua “Niente (Resilienza 74)” la cantante intonò «meglio cadere sopra un’isola o un reality che qualche stronzo voterà». Nel corso degli anni la censura ha colpito le espressioni commerciali occulte, vietate senza alcuna deroga. Una prima manifestazione di questo orientamento si ebbe nel 1990, quando i Pooh, nella loro “Uomini soli”, dovettero sostituire il «Corriere della Sera» con un vago «nel giornale della sera», in modo da evitare guai con le testate concorrenti.

Facendo un balzo in avanti, nel 2019 è toccato ad Achille Lauro sostituire «vestito bene Michael Kors» con «vestito bene Via del Corso», nonostante il titolo “Rolls Royce” facesse chiaro riferimento alla conosciutissima casa automobilistica. Eppure, otto anni prima, “Yanez” di Davide Van De Sfroos conteneva al suo interno già parecchi riferimenti ad aziende e prodotti molto conosciuti: da Red Bull a Suzuki, passando per Billabong, Ray-Ban e iPhone. In quel caso ha aiutato parecchio il dialetto laghée che, probabilmente, ha mascherato il contenuto del brano.

Molti anche i comici vittime di censura, a cominciare da Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, colpevoli di aver sbeffeggiato in uno sketch il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Nel 1962 l’organizzazione decise di tagliare televisivamente il loro intervento al Casinò, non ritenendoli adatti all’Eurovisione. Stessa sorte per il grande Massimo Troisi, che nel 1981 avrebbe dovuto presenziare in qualità di ospite, ma che fu costretto a rinunciare in extremis al suo monologo dopo che i dirigenti della Rai avevano posto un veto sul contenuto, probabilmente perché ancora scottati dalle esternazioni di Roberto Benigni che, l’anno prima, aveva apostrofato Giovanni Paolo II con il termine “Wojtylaccio”, in tempi ben lontani dalle acclamate esegesi dei Dieci Comandamenti e del Cantico dei Cantici…

“Sanremo Story”, dal Festival all’EuroFestival. L’EuroFestival, o come lo conosciamo oggi Eurovision Song Contest, nacque ufficialmente nel 1955 dall’idea diun italiano: Sergio Pugliese, giornalista e drammaturgo, che suggerì la realizzazione di un concorso canoro europeo liberamente ispirato al Festival di Sanremo, kermesse che nel nostro Paese aveva già ottenuto ottimi consensi in soli cinque anni.

L’intento era quello di unire culturalmente i vari Stati d’Europa reduci dalla seconda guerra mondiale, promuovendo l’utilizzo e la diffusione della neonata televisione in tutto il continente. L’intuizione venne particolarmente apprezzata dall’UER, associazione delle emittenti radiotelevisive pubbliche europee, che approvò la messa in onda dell’evento a partire dall’anno successivo.

La prova generale si svolse a Lugano il 24 maggio del 1956 e vide trionfare la Svizzera padrona di casa con il motivo “Refrain“, cantato da Lys Assia. Presero parte due portavoce per ciascuna delegazione, con l’Italia rappresentata dalle prime due canzoni classificate in Riviera, ovvero “Aprite le finestre” di Franca Raimondi e “Amami se vuoi” di Tonina Torrielli. L’anno seguente toccò a Nunzio Gallo rendere onore al nostro tricolore con “Corde della mia chitarra”, ma fu la terza prova del 1958 a regalarci un po’ più di soddisfazione, grazie alla medaglia di bronzo conquistata da “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno, cui non riuscì di replicare la bella vittoria sanremese.

Nell’ultima edizione del decennio tornò in nostra rappresentanza Mr. Volare con “Piove (ciao ciao bambina)”, ma l’Europa nuovamente non ci premiò. Nonostante i favori della vigilia e la grande popolarità conseguita in giro per il mondo, il cantautore pugliese si piazzò al sesto posto della classifica finale. Le sue intuizioni, seppur inizialmente poco comprese, gettarono le basi per il profondo rinnovamento che, di lì a poco, sostituì lo spirito conservatore che aveva caratterizzato quei primi anni di rodaggio.

Negli anni successivi, in difesa del bel canto all’italiana scesero in campo: Renato Rascel con “Romantica”, Betty Curtis con “Al di là”, Claudio Villa con “Addio addio” ed Emilio Pericoli con “Una per tutte”. Dopo un decennio di magre soddisfazioni, il 21 marzo 1964 il nostro Paese si aggiudicò il suo primo titolo grazie a “Non ho l’età (per amarti)” della sedicenne Gigliola Cinquetti, la più giovane a figurare nell’albo d’oro della manifestazione.

In quanto Paese ospitante, la Rai scelse Napoli come location della decima edizione dell’Eurofestival, schierando Bobby Solo che, con la sua “Se piangi se ridi”, non andò oltre la quinta posizione. Andò addirittura peggio l’anno seguente a Domenico Modugno, alla sua terza partecipazione con “Dio come ti amo”. Zero punti assegnati per lui e un amaro, amarissimo, ultimo posto in classifica. Fu il peggior piazzamento del nostro Paese nella storia della rassegna.

Si decise di cambiare formula e strategia, proponendo una canzone diversa da quella che aveva trionfato a Sanremo. Si susseguirono così le partecipazioni di Claudio Villa con “Non andare più lontano”, Sergio Endrigo con “Marianne” e Iva Zanicchi con “Due grosse lacrime bianche”, che non raccolsero comunque grandi risultati. Successivamente si preferì puntare sul vivaio di Canzonissima, scegliendo così “Occhi di ragazza” di Gianni Morandi nel 1970 e nel 1971 “L’amore è un attimo” di Massimo Ranieri. Nulla di fatto.

Si ritentò quindi con il vincitore del Festival, ovvero Nicola di Bari con “I giorni dell’arcobaleno”, per poi invertire di nuovo la rotta nel 1973 con “Chi sarà” con te di Massimo Ranieri, nel 1974 con “Sì” di Gigliola Cinquetti e nel 1975 con “Era” di Wess e Dori Ghezzi. Da quel momento in poi la scelta del rappresentante divenne rigorosamente interna, indipendente dalle dinamiche di qualsivoglia kermesse. Si avvicendarono così: Al Bano e Romina Power con “We’ll live it all again”, Mia Martini con “Libera”, i Ricchi e Poveri con “Questo amore” e i Matia Bazar con “Raggio di Luna”.

Il decennio successivo fu caratterizzato da una sorta di tira e molla tipicamente italiano: il nostro Paese disertò le edizioni del 1981, del 1982 e del 1986, per il resto si limitò a sottoporre proposte poco incisive, da “Non so che darei” di Alan Sorrenti a “Per Lucia” di Riccardo Fogli, passando per “Magic oh Magic” di Al Bano e Romina Power, “Ti scrivo (vivo)” di Luca Barbarossa e “Avrei voluto” della coppia Oxa-Leali. Uniche due parentesi positive furono il quinto posto nel 1984 di Alice e Franco Battiato con “I treni di Tozeur” e il terzo posto nel 1987 di Raf e Umberto Tozzi con “Gente di mare”.

La trentacinquesima edizione della kermesse ebbe luogo a Zagabria e fu fortemente influenzata dai fatti di Berlino e dalla caduta del Muro, avvenuta sei mesi prima. A ventisei anni di distanza dalla precedente unica vittoria, l’Italia tornò sul gradino più alto del podio con Toto Cutugno e la sua “Insieme: 1992”. Il cantautore di origini siciliane, reduce dalla quinta medaglia d’argento consecutiva al Festival di Sanremo, prese parte alla rassegna grazie alla rinuncia dei Pooh, regalandoci il sogno di ritrovarci in vetta all’Europa, proprio nell’anno in cui nel nostro nel Paese si sarebbero disputati i mondiali di calcio. Laddove non arrivò lo sport, questa volta, giunse la musica per mezzo di una bella canzone italiana, forse, non abbastanza ricordata.

La manifestazione tornò qui da noi per la seconda volta, ospitata nella città di Roma, dopo la sfumata candidatura di Sanremo. L’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq e lo scoppio della guerra del Golfo indussero la Rai a preferire la Capitale e i grandi spazi offerti dagli studi di Cinecittà al piccolo comune ligure, al fine di garantire una maggior sicurezza per le delegazioni straniere. Questo causò ritardi e rilevanti difficoltà organizzative, che interferirono qualitativamente sul risultato finale. La conduzione venne affidata ai nostri due campioni in carica, Toto Cutugno e Gigliola Cinquetti, mentre per la gara fu scelto Peppino Di Capri con “Comme è ddoce ‘o mare”, che ottenne un dignitoso settimo posto.

Seguirono le partecipazioni di Mia Martini nel 1992 con “Rapsodia” e di Enrico Ruggeri nel 1993 con “Sole d’Europa”, per poi arrivare al triennio di pausa causato dello scarso interesse del pubblico italiano nei confronti dell’evento. Quella del 1997 fu l’ultima edizione del secolo cui prese parte il nostro Paese, nonostante l’ottimo quarto posto ottenuto dai Jalisse con “Fiumi di parole”. Dall’anno seguente iniziò il “digiuno” dell’Italia, che durò per ben tredici anni.

Durante questa lunga assenza, l’Eurovision Song Contest ha subito numerose trasformazioni, fino a diventare lo spettacolo che conosciamo oggi. L’Italia è tornata in gara nel 2011, in un contesto completamente differente da quello che aveva lasciato. Tanto per cominciare era stato introdotto il televoto e un nuovo sistema di giurie, ed inoltre le basi registrate avevano preso gradualmente il posto dell’orchestra, un po’ il contrario di quello che era accaduto invece al Festival che, con il ritorno dei musicisti dal vivo, aveva ritrovato una nuova linfa e un tocco di originalità in più.

Il numero delle nazioni partecipanti era aumentato esponenzialmente, al punto che negli anni erano state introdotte delle semifinali di qualificazione. L’Italia è rientrata in corsa come membro dei “Big Five”, accedendo di diritto alla serata finale in qualità di Paese fondatore, aggiungendosi a Inghilterra, Spagna, Francia e Germania. A rappresentarci in questo ritorno è stato il vincitore della categoria Nuove Proposte dell’ultimo Sanremo, ovvero Raphael Gualazzi con “Follia d’amore”, che ha ottenuto un gratificante secondo posto. Successivamente si è preferito puntare sulle scelte interne, che hanno portato alle partecipazioni di Nina Zilli con “L’amore è femmina (Out of love)”, di Marco Mengoni con “L’essenziale” e di Emma con “La mia città”.

A partire dal 2015 è entrata in vigore la regola che permetteva al vincitore della kermesse ligure di accedere di diritto come nostro rappresentante. Non poteva capitare occasione migliore nelle mani di Piero Barone, Gianluca Ginoble e Ignazio Boschetto, i tre ragazzi de Il Volo, già affini ad incontrare i gusti del pubblico internazionale. La loro “Grande amore” ha convinto ma non vinto, ottenendo comunque un buon terzo posto.

L’anno seguente gli Stadio, rinunciando all’opportunità, hanno permesso a Francesca Michielin di proporre la sua “Nessun grado di separazione”, ribattezzata per l’occasione “No degree of separation”. La giovane cantante non è andata oltre la metà della classifica. È iniziata così la lenta e graduale risalita del nostro Paese, con un susseguirsi di risultati positivi, con un trend decisamente crescente. Si è passati dal sesto posto di Francesco Gabbani con “Occidentali’s karma” al quinto della coppia Meta-Moro con “Non mi avete fatto niente”, fino alla sorprendente medaglia d’argento di Mahmood con “Soldi”.

Nel 2020, anno del Covid, la competizione è stata cancellata. Al suo posto è andata in scena “Europe Shine a Light”, una serata-evento volta a riaccendere l’attenzione sulla musica, senza gara e senza esibizioni dal vivo, ma con lo stesso spirito di unione che ha sempre contraddistinto la manifestazione. In nostra rappresentanza ha partecipato Diodato, protagonista di una memorabile performance all’Arena di Verona con l’evocativa “Fai rumore”.

L’anno seguente è tornata la gara e una parvenza di normalità, seppur con qualche compromesso dettato dalle regole e dal buon senso. «Partecipiamo all’Eurovision con l’intento di portare la nostra musica al pubblico di altri Paesi, con tanta voglia di fare e di ampliare i nostri orizzonti. Abbiamo sempre sognato in grande e continueremo a farlo»: con queste parole, e con l’entusiasmo tipico dei vent’anni, i Måneskin si sono presentati a Rotterdam per la sessantacinquesima edizione della rassegna, con un vero e proprio manifesto generazionale, dal titolo “Zitti e buoni”.

Nonostante il consueto e cauto «…non succede, ma se succede…» della vigilia, i quattro ragazzi di Monteverde hanno regalato al nostro Paese la vittoria più bella, tanto inaspettata quanto desiderata, sbaragliando la concorrenza dopo ben trentuno anni di astinenza. Una vera e propria rivoluzione glam-rock, di quelle che in molti non si sarebbero mai aspettati dalla patria del bel canto. Il fattore- sorpresa e il fattore-credibilità hanno giocato entrambi a nostro favore, al grido di un inedito «rock ‘n‘ roll never dies».

Dopo ben sessantacinque anni, l’Italia era tornata ad essere un modello di riferimento per l’Europa, l’occasione ideale per portare al di fuori dei nostri confini quel significativo ricambio che aveva aperto le porte a nuove correnti musicali. Decisiva la scelta dei Måneskin di cantare totalmente in italiano, per rendere ancora più distinguibile e originale la proposta. La band ha messo d’accordo le giurie, stravincendo al televoto. Quattro amici conosciuti tra i banchi di scuola, cresciuti suonando insieme, dalle vie di Roma ai sottoscala dei club di periferia. Una ventata di novità, dunque, con il trionfo di una musica che non scende a compromessi e non strizza l’occhio alla rime baciate, in grado di abbattere i cliché nazionalpopolari e di andare oltre all’immaginario collettivo internazionale.

«I Måneskin hanno portato spavalderia, fiducia e qualità da star» ha titolato la BBC, «gli italiani hanno illuminato il palco con il loro rock-punk-funk a torso nudo, cantando nella loro lingua madre, in una finale da brivido» ha incalzato il Guardian. I media di tutto il mondo hanno commentato l’impresa italiana, incensando i nostri rappresentanti. Una doppia soddisfazione, considerato quanto si è dovuto faticare per poter proporre qualcosa di diverso da ciò che ci si aspettava solitamente da noi.

Sulla stessa falsariga, è proseguito il nostro percorso all’Eurovision Song Contest, ottenendo sempre, almeno finora, piazzamenti in top ten. Nel 2022, nell’edizione casalinga organizzata a Torino, Mahmood e Blanco si sono classificati sesti con la loro “Brividi”, mentre Marco Mengoni si piazza al quarto posto con “Due vite” nel 2023 e Angelina Mango è arrivata settima con “La noia” nel 2024. Chi proseguirà la tradizione rappresentando l’Italia nel 2025?

“Sanremo Story”, i non cantanti che hanno partecipato (o si sono presentati) al Festival. Nel corso degli anni, Sanremo ha rappresentato anche questo: l’incontro tra mostri sacri della musica e figure presein prestito da altri mondi, come accaduto nel 1989 con la partecipazione di Marisa Laurito, in gara con la succulenta “Il babà è una cosa seria”. E che dire di Francesco Salvi? Uno dei maggiori rappresentanti festivalieri del filone demenziale, con quattro interventi all’attivo: nel 1989 con “Esatto”, nel 1990 con “A”, nel 1993 con “Dammi 1 bacio” e nel 1994 con “Statento”.

Tra i concorrenti più insoliti della storia della rassegna, figurano numerosi comici, attori e personaggi provenientidal mondo dello spettacolo, tra cui possiamo citare: Gino Bramieri nel 1962 con “Lui andava a cavallo”, Christian De Sica nel 1973 con “Mondo mio”, Enrico Beruschi nel 1979 con “Sarà un fiore”, Francesco Nuti nel 1988 con “Sarà per te”, Brigitta e Benedicta Boccoli nel 1989 con “Stella”, Gigi Sabani nel 1989 con “La fine del mondo”, Lina Sastri nel 1992 con “Femmene ‘e mare”, Paolo Rossi nel 1994 con “I soliti accordi” in coppia con Enzo Jannacci e nel 2007 con “In Italia si sta male (si sta bene anziché no)”, Fiorello nel 1995 con “Finalmente tu”, Gigi Proietti nel 1995 con “Ma che ne sai (se non hai fatto il piano-bar)”, Lorella Cuccarini nel 1995 con “Un altro amore no”, Sabina Guzzanti nel 1995 con “Troppo sole”, Biggio e Mandelli nel 2015 con “Vita d’inferno” e nel 2010 addirittura un principe, ovvero Emanuele Filiberto di Savoia con “Italia amore mio” in trio con Pupo e Luca Canonici

Ben più lunga, invece, la lista degli “improbabili cantanti” che si sono presentati alla commissione senza superare la fase di selezione: da Cochi e Renato a Teo Teocoli, passando per Franco Franchi, Remo Girone, Milly Carlucci, Fabrizio Frizzi, Asia Argento, Neri Marcorè, Luca Sardella, Gianni Ippoliti, Fiorella Pierobon, Gene Gnocchi, Enzo Iacchetti, Giobbe Covatta, Vladimir Luxuria, il Divino Otelma, Solange, Rocco Papaleo, Alba Parietti, Violante Placido, Carla Signoris, Enrico Papi, Valeria Marini, Claudio Lippi e chissà quanti altri, compreso il campione di ciclismo Marco Pantani. Il “Pirata”, in realtà, in Riviera ha messo piede più volte in sella alla sua amata bicicletta, nella classicissima Milano-Sanremo, celebre il suo scatto sulla Cipressa a ventisei chilometri dal traguardo…

“Sanremo Story”, i tormentoni passati dal Festival. Dicesi “tormentone” quel motivetto musicale che acquisisce rapida diffusione e popolarità grazie alla sua costante ripetitività. Sin dai tempi di Nico Fidenco ed Edoardo Vianello, nei primi anni ’60, questo termine è stato spesso associato all’estate, a tutta quella serie di canzoni memorabili che hanno fatto da sottofondo alla bella stagione per antonomasia. Le regole che determinano il successo di un brano sono cambiate nel corso del tempo, e, tuttora, sono in continuo mutamento. Dall’immediatezza delle strofe all’orecchiabilità dell’inciso, passando per l’esposizione mediatica e il conseguente consenso commerciale: così potremmo sintetizzare le principali caratteristiche rimaste intatte con il passare dei decenni.

Nell’ultimo lustro, in particolare, il campionato dei tormentoni estivi è tornato di grande attualità, nonché di estremo interesse discografico. Un appuntamento importante, alla stregua dello stesso Festival di Sanremo, al punto da sentirci in obbligo di estendere tale etichetta anche a brani nati in contesti non strettamente balneari o tipicamente da spiaggia, arrivando a poter parlare di “tormentoni extrastagionali”.

Ne sanno qualcosa Colapesce Dimartino che, approfittando della scomparsa delle mezze stagioni, hanno regalato alla platea sanremese una vera e propria hit di pregevole fattura. Stiamo parlando naturalmente di “Musica leggerissima”, pezzo che si è aggiudicato il quarto posto nel corso dell’ultima edizione della kermesse canora, ottenendo meritatamente anche il premio della Sala stampa Radio, Tv e Web intitolato a Lucio Dalla.

La storia del Festival pullula di canzoni leggere, anzi leggerissime. Meritevole di menzione Renzo Arbore, re indiscusso della tradizione umoristica, la cui prima e unica presenza sanremese risale al 1986 con la celebre “Il clarinetto”.

Nel corso della sua storia, la manifestazione ha sempre cercato di lanciare brani leggeri, immediati e di facile comprensione, almeno all’apparenza. In principio furono pezzi come “Papaveri e papere” e “Casetta in Canadà”, che portarono una ventata di freschezza nell’ingessato panorama musicale italiano del secondo dopoguerra. E che dire dei “24.000 baci” di Adriano Celentano, de “Le mille bolle blu” di Mina o di “Quando quando quando” di Tony Renis? Stiamo parlando di motivi che non si sono mai aggiudicati la vittoria, ma che hanno spopolato all’indomani della rassegna, spesso anche molto più delle canzoni cui effettivamente è stato conferito il titolo.

Negli anni ’70 il Festival era considerato come un giocattolo a cui si era rotta la molla. La svolta è arrivata nel decennio successivo, grazie alla diffusione delle radio private che rilanciarono un evento destinato a scomparire dopo un periodo “buio” e avaro di successi. Anche questa volta sono state le canzoni a fare la differenza: da “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri a “Felicità” di Al Bano e Romina, passando per “Non voglio mica la luna” di Fiordaliso e “Maledetta primavera” di Loretta Goggi.

Gli anni ’90 sono stati segnati da duetti e da ritornelli indimenticabili, come non citare “Vattene amore” di Amedeo Minghi e Mietta o “Non amarmi” di Aleandro Baldi e Francesca Alotta, senza tralasciare “In amore” di Gianni Morandi e Barbara Cola e “Vorrei incontrarti fra cent’anni” di Ron e Tosca.

Tante altre le canzoni-simbolo rilasciate a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio, a cominciare da “La terra dei cachi” degli Elio e le Storie Tese, passando per “Papa nero” dei Pitura Freska, fino ad arrivare a “Dimmi come…” di Alexia, “Salirò” di Daniele Silvestri, “7000 caffè” di Alex Britti, “Svegliarsi la mattina” degli Zero Assoluto, “Il solito sesso” di Max Gazzè e, in tempi più recenti, “Per un milione” dei Boomdabash, “Ringo Starr” dei Pinguini Tattici Nucleari, “Mai dire mai (la locura)” di Willie Peyote, “Sesso occasionale” di Tananai, “Apri tutte le porte” di Gianni Morandi, “Farfalle” di Sangiovanni, “Dove si balla” di Dargen D’Amico, “Ciao ciao” de La Rappresentante di Lista, “Made in Italy” di Rosa Chemical, “Furore” di Paola e Chiara, “Sinceramente” di Annalisa, “Un ragazzo una ragazza” dei The Kolors e “Ma non tutta la vita” dei Ricchi e Poveri.

Brani che, di fatto, hanno posto fine al concetto obsoleto di “canzone sanremese”, mettendo talvolta in discussione il verdetto finale, come accaduto con “Una vita in vacanza” de Lo Stato Sociale nel 2018, o in altri casi confermando a pieno titolo il risultato, come capitato nel 2017 con “Occidentali’s karma” di Francesco Gabbani, nel 2019 con “Soldi” di Mahmood e nel 2024 con “La noia” di Angelina Mango.

Colapesce Dimartino non fanno altro che aggiungersi a questa lunga lista con la loro “Musica leggerissima”, entrata di diritto nella memoria collettiva del pubblico, con i nostri neuroni ormai sincronizzati agli arti superiori e inferiori del corpo, che ci spingono a muovere simmetricamente a tempo le mani e i piedi, prima in avanti e poi indietro….

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