ESC 2022 – Regno Unito: Le case discografiche inglesi vogliono boicottare l’ESC di fronte a presunti pregiudizi anti-britannici

A pochi mesi dalla conclusione dell’Eurovision Song Contest 2021, che ha visto James Newman chiudere ultimo a zero punti con la sua “Embers” diciotto anni dopo i Jemini, l’aria che pare tirare nella BBC lascia intendere che non sarà facile nemmeno stavolta selezionare cantante e canzone.

Quest’anno il concorrente britannico James Newman ha infatti ricevuto zero punti, piazzandosi ultimo. Un risultato che il pubblico presente a Rotterdam ha sonoramente applaudito e che si è aggiunto all’ultimo posto dell’edizione precedente. I pessimi piazzamenti delle ultime edizioni brcuiano ancora, tanto che, a quanto pare, le case discografiche inglesi non vogliono proporre artisti da mandare alla prossima kermesse canora e puntano invece a boicottarla. Le etichette sarebbero convinte che ci sia un pregiudizio anti-inglese, dovuto in parte anche alla Brexit, nel valutare i concorrenti. 

A caldo era stato ‘The spectator’, il più antico settimanale in circolazione a tirare una stoccata alla tv, mettendone in luce gli errori e la presunzione, adesso è un altro giornale storico, il Daily Mail a far capire il clima.

Lo storico tabloid  britannico ricorda come la BMG abbia investito 25.000 sterline (circa 30.000 euro) sulla partecipazione di James Newman e non abbia alcuna intenzione di ritentare dopo il clamoroso fiasco.

Ma rilancia anche un’altra tesi, peraltro già uscita a caldo dopo l’Eurovision Song Contest: “I dirigenti delle case discografiche credono che ci sia un pregiudizio anti-Regno Unito quando si tratta di giudicare gli artisti britannici che si esibiscono all’Eurovision Song Contest  – in particolare dopo la Brexit – e stanno pianificando di boicottare l’evento. Starebbero pensando di non supportare la BBC (che nel Regno Unito trasmette l’Eurovision con soddisfacenti ascolti) nella selezione dell’artista, lasciandola sola al suo destino.”

Questo appunto relativo alla partecipazione economica da parte delle case discografiche non suoni come una novità. É ormai prassi che queste contribuiscano in maniera consistente a pagare l’allestimento della performance. Questo avviene anche in Italia, dove come in tutti i grandi Paesi le etichette entrano in compartecipazione con il broadcaster.

Ma non sono rari i casi, soprattutto nelle tv di minori dimensioni, dove le etichette – o in qualche caso i produttori, quando non l’artista stesso – paghino completamente la partecipazione, lasciando all’emittente solo l’onere della tassa d’ingresso.

Anche per questo il quotidiano rende nota la dichiarazione di un discografico, del quale però non cita il nome: “La verità è che avremmo potuto presentare Paul McCartney feat. Spice Girls e saremmo comunque finiti all’ultimo posto. La sensazione all’interno dell’industria musicale del Regno Unito è che ora ci sia un pregiudizio aperto contro di noi. Nessuno vuole più avvicinarsi all’Eurovision Song Contest, ma la BBC ci chiede con arroganza di proporre degli artisti, perché per loro è un evento di enorme successo sul fronte degli ascolti. James Newman è stato umiliato l’anno scorso, la sua canzone non era in alcun modo la peggiore della serata. La BBC non può aspettarsi che assecondiamo le loro richieste come agnelli mandati al macello.”

Va detto che il Daily Mail è un quotidiano popolare, definizione che nel Regno Unito non ha esattamente un’accezione positiva e che è storicamente nemico della BBC, però la polemica sulla gestione della partecipazione britannica all’Eurovision Song Contest è di lungo corso e non c’è dubbio che parta da una evidenza, cioè che ormai da tempo il Regno Unito non prende più seriamente l’evento. E se il boicottaggio va avanti, la BBC sarà costretta ad arrangiarsi e sottoporre direttamente le proprie candidature. 

Esattamente dal quel 2003 in cui i Jemini fecero segnare il primo storico zero. Già allora si disse – fu la storica voce della BBC Terry Wogan a farsene portavoce – che quel risultato era “un contraccolpo della presenza inglese nella guerra dell’Iraq”,con riferimento al ruolo attivo delle basi militari britanniche nella Guerra del Golfo.

L’edizione 2008 segnò il ritiro volontario dal commento di Terry Wogan. Ad incidere sulla sua decisione non fu solo l’ennesimo ultimo posto britannico ma anche la vittoria di Dima Bilan, che egli riteneva esclusivamente politica. Il suo congedo in diretta la dice lunga: “Non faccio l’errore di pensarlo come un importante evento musicale. Adoro l’Eurovision Song Contest e continuerà molto a lungo anche dopo la mia partenza. Solo per favore non chiedetemi di prenderlo seriamente.”

Vale ricordare come in quella edizione il Regno Unito schierasse Andy Abraham con “Even if“, il cui insuccesso fu certificato anche dalle charts nazionali. Nonostante questo,  l’Eurovision Song Contest arrivò anche in Parlamento, con una in interrogazione nella quale si chiedeva alla BBC di ritirarsi.

Con l’avvento di Graham Norton al commento – oltreché parzialmente coinvolto anche nel processo di selezione – l’atteggiamento verso il concorso non pare essere cambiato e l’assunto più ricorrente continua ad essere quello che al Regno Unito debba essere tutto dovuto solo per il blasone ed i numeri del mercato di esportazione.

E dire che sarebbe bastato seguire il consiglio di Marija Šerifović/Марија Шерифовић, la vincitrice dell’edizione 2007, quella in cui gli allora big four conclusero agli ultimi quattro posti. Alla domanda del cronista su quale consiglio volesse dare a questi paesi delusi dal risultato, rispose caustica: “Portate canzoni migliori”.

Per la cronaca, era l’anno nel quale il Regno Unito aveva persino organizzato un concorso di selezione. Ed a vincerlo furono gli Scooch.